domenica 31 gennaio 2016

Insalata Tedesca servita fredda

Un conflitto politico, ideologico, tecnologico, economico, vicino al divenire termonucleare, che ha visto l'Oriente rosso (come veniva definito dall'inno della Repubblica Popolare Cinese durante gli anni della Grande rivoluzione culturale proletaria) contrapporsi all'Occidente a stelle e strisce (che aveva Dio dalla sua parte, come ironicamente cantava Bob Dylan nella sua With God On Our Side). E' stata questo la Guerra Fredda (termine coniato da George Orwell e reso celebre dal giornalista e politologo Walter Lippmann), la dimostrazione che l'umanità poteva cadere ancor più in basso di quanto fatto durante il secondo conflitto mondiale. "Non posso andarmene da te / a ovest c'è il muro /a est ci sono i miei amici / e il vento del nord soffia aspro", recitava Wolf Biermann in Berlino, traccia dell'album Die Drahtharfe, pubblicato nel 1965. La Germania era lo specchio perfetto di questa guerra. L'Insalata di oggi si compone di tre pellicole molto diverse tra loro, accomunate però dall'essere ambientate nelle Germania divisa dalla Cortina di ferro


THE INNOCENT

John Richard Schlesinger, cineasta inglese, autore di ottime pellicole come Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969, con Jon Voight e Dustin Hoffman) e Il Maratoneta (Marathon Man, 1976, con Laurence Oliver e Hoffman), scomparso nel 2003, probabilmente affranto dall'aver donato al mondo quella schifezza di Sai che c'è di nuovo? (The Next Best Thing, 2000, con "la regina di 'sto cazzo" Madonna e Rupert Everett), nel 1993 diresse The Innocent, lungometraggio ispirato al romanzo, edito nel 1990, Lettera a Berlino di Ian Mc Ewan, qui in veste di sceneggiatore.
Berlino, 1954. In una base congiunta di CIA e MI6 l'intransigente colonnello Bob Glass (Anthony Hopkins) supervisiona lo scavo di un tunnel sotterraneo, tenuto rigorosamente segreto, creato con l'intento di accedere alle linee telefoniche di una base sovietica. L'ingegnere Lennard (Campbell Scott) riceve l'incarico di elaborare un sistema di registrazione e decriptazione delle comunicazioni, ma durante il soggiorno a Berlino perderà la testa per la bella Maria (Isabella Rossellini), donna dai molti segreti.
Ogni tanto, in memoria del periodo pre internet nel quale la televisione era una preziosa sorgente dalla quale attingere film, poggio le natiche sul divano e sintonizzato su qualche canale minore del digitale terrestre attendo che trasmettano qualcosa. Di recente mi sono imbattuto in The Innocent, andato in onda su La Effe (canale privato della Feltrinelli Editori che a breve non sarà più visibile in chiaro). Ingannato non soltanto dall'incipit e dai nomi coinvolti, ma anche dal piano sequenza iniziale nella hall di un albergo berlinese affollato di giornalisti, avevo creduto di essere incappato in un bel film. Spie, controspie, microspie e tunnel segreti vanno però presto in panca per lasciare spazio a una delle peggiori storie d'amore mai raccontate, ovvero quella tra il cetriolo impotente di Lennard e la fica pazza (come la definirebbe Rust Cohle di True Detective) di Maria.
Dopo una trentina di minuti da elettroencefalogramma piatto, costellati da frasi insulse e momenti vuoti, ciccia fuori l'ex marito di Maria, che ovviamente (nelle storie d'amore stupide è sempre così) è una venditore di informazioni dall'aspetto rude, un alcolizzato violento che picchia la moglie colpevole di averlo trascinato in questo film di bassa fattura.
Per quanto cattivo possa essere, l'uomo non merita la fine che gli tocca, ovvero di perire per mano della coppia in una delle sequenze d'omicidio più goffe e ridicole mai realizzate. Questo permette al film di cambiare pelle, come un crotalo troppo grasso, e divenire ciò che ha sempre voluto essere: una commedia demenziale. Lenn gironzola per la città addobbata di spie con un cadavere fatto a pezzi nelle valigie delle quali non riesce a disfarsi. Un rincorrersi di situazioni esilaranti e fuori da ogni logica da spingere lo spettatore a voler provare le droghe allucinogene che sceneggiatore e regista si erano certamente calati. Nel finale, Weekend col morto... a Berlino (come ho personalmente ribattezzato questo film), decide di tramortire definitivamente lo spettatore, tirandogli in faccia un finale melenso e che non sta in piedi; un montante in piena faccia che mi ha fatto saltare due molari e messo k.o. per tre giorni.
Anthony Hopkins ombra di se stesso, Isabella Rossellini ai minimi termini, Campbell Scott... non so chi sia e non voglio nemmeno saperlo. Schlesinger non aveva ben chiaro cosa volesse raccontare, e di conseguenza non sapeva come metterlo in scena. Lento, incoerente, ridicolo, prevedibile e per giunta con la spocchia da film d'autore.
Consigliato: solo alle persone a cui voglio male.


IL PONTE DELLE SPIE

Fine anni '50. James B. Donovan (Tom Hanks), socio di un prestigioso studio di avvocati di Brooklyn, si trova a difendere Rudolf Abel (Mark Rylance), una spia sovietica, arrestata dall'FBI, che rischia la pena capitale. Nel frattempo l'Unione Sovietica cattura il pilota statunitense Francis Gary Powers (Austin Stowell), coinvolto in un'operazione di spionaggio aereo condotta dalla CIA, condannandolo all'ergastolo. Donovan si ritroverà così al centro di un complicato scambio di prigionieri che si svolgerà a Berlino.
Il ponte di Glienicke è un ponte stradale che, attraversando il fiume Havel, collega Berlino alla città di Postdam. Costruito tra il 1904 e il 1907, il ponte venne abbattuto durante la seconda guerra mondiale e  ricostruito appena dopo l'armistizio della Germania, presentandolo come "ponte dell'unità". Oggi è conosciuto come il "ponte delle spie" per via dei numerosi scambi diplomatici, tra i paesi della Nato e quelli aderenti al Patto di Varsavia, di cui è stato teatro.
Con Il Ponte delle Spie, film del 2015 che si ispira, dunque, a una storia vera, torna in sala l'amato/odiato Steven Spielberg (o Seňor Spilbergo, come lo chiamo dopo la visione di "A Star is Burns" 6x18 de I Simpson). Amato perché ha tanto di quel talento che anche dandone via metà rimarrebbe comunque un grande regista; odiato perché ingabbia le sue creazioni in una visione da repubblicano conservatore timorato di Dio, roba che al confronto Clint Eastwood sembra un liberale progressista. Il timore di sorbirmi frappè di amor di patria e padre nostro mi ha spinto a non guardare i suoi ultimi lavori (l'ultimo film di Spielberg visto era il bellissimo Munich). Ma se i fratelli Coen sceneggiano (insieme al semisconosciuto Matt Charman), non posso non rispondere al loro richiamo. Il Ponte delle Spie (Brigde of Spies) è un film con uno scheletro da spy story, dei muscoli da pellicola processuale, un cervello da lungometraggio psicologico e l'occhio cinico del film di critica sociale e politica. Steven è sempre stato bravo nel fondere i generi. A livello tecnico il lavoro svolto è ineccepibile; un rigore stilistico che ci consegna la migliore ricostruzione della Berlino di fine '50 e inizio '60, con il gelo, la neve e la distruzione a concretizzare visivamente la Guerra Fredda. Le sequenze inerenti l'erezione del Muro sono momenti di grande cinema.
USA e URSS sono contrapposti, ma Spielberg non si schiera. La patria è importante per tutti i personaggi in scena e questo spirito patriottico, fondamento di ogni loro azione, viene analizzato sotto la lente del "cosa è giusto fare?". E' giusto proteggere la sicurezza nazionale dalla minaccia proveniente dall'altro Blocco, uccidendo coloro che sono nemici, o è giusto rispettare i diritti, anche nei confronti delle spie, su cui il paese è stato fondato? E' più pericoloso l'avversario oltre la Cortina o l'alleato che, in casa nostra, fomenta odio?
La narrazione gioca sulla specularità delle situazioni. Due processi, due spie, due corti, due società, che mostrano le differenze tra i poli opposti del mondo. Interessante è la delineazione del ruolo della Germania Est nello scenario geo-politico della Guerra Fredda, fattore del quale non si accenna quasi mai.
Non tutto nella scrittura funziona, o quantomeno non tutti i passaggi riescono a mantenere lo stesso livello di eleganza, e l'incrinatura più forte la si ha nel finale, poco accattivante, troppo diluito in relazione a ciò che si voleva mostrare e raccontare. Gli ultimi tre minuti sono uno tsunami di buonismo caramellato (Spielberg non ce la faceva più a restare freddo e dunque si è sfogato), che comunque non intacca quanto visto sino a poco prima. 2 ore e 21 minuti di visione volano letteralmente, per un film davvero valido e davvero bello.
Consigliato: uno Spielberg da non perdere!


LA SCELTA DI BARBARA

Germania Est, 1980. La dottoressa Barbara Wolff (una splendida Nina Hoss) viene trasferita in un piccolo ospedale di provincia nei pressi del mare del Nord, come punizione da parte della DDR (Deutsche Demokratische Republik) per aver presentato domanda di espatrio verso l'Ovest. La donna, che progetta una fuga, è posta sotto la costante osservazione degli uomini della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit).
Presentato al Festival internazionale del cinema di BerlinoBarbara (da noi La Scelta di Barbara, spinti dall'impulso di farlo passare per un prodotto adatto alle domeniche pomeriggio estive di Rete 4), film del 2012 scritto (in collaborazione con Harun Farocki) e diretto da Christian Petzold, portò a casa l'Orso d'argento per il miglior regista. Come il bellissimo Le vite degli altri (Das Leben den Anderen), pellicola del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck premiata con l'Oscar al miglior film straniero, Barbara esplora la realtà, non ancora abbastanza approfondita, della Repubblica Democratica Tedesca, e lo fa focalizzandosi su un frammento della vita della protagonista, fulcro assoluto del film, esausta di quel mondo recintato con filo spinato e soprusi. Minuto dopo minuto si delinea un clima oppressivo e paranoico, dove la libertà vale meno delle informazioni, il controllo è più importante della vita umana.
Il lungometraggio, della durata di 105 minuti, presenta una regia semplice, elementare, così come lo è il montaggio. A risultare vincente è la messa in scena molto curata e la fotografia (di Hans Fromm) lontana dai toni grigi e smorti, tipici dei film ambientati nel periodo dell'occlusiva morsa dell'URSS, per mostrarci una campagna tedesca calda e accogliente, un posto solare dove a gettare ombre sono solo le scelte degli uomini che la popolano. E' difficile sapere di chi fidarsi; ogni sguardo altrui sembra indagare, i dialoghi hanno il tono di un interrogatorio, e tutto ciò che accade ha il sapore di una punizione.
A cambiare tutti sarà l'arrivo in ospedale di Stella (Jasna Fritzi Bauer), minorenne definita "Asoziale" e rinchiusa nel Geschlossener Jugendwerkhof (un campo di lavoro forzato) di Torgau, un complesso edilizio (ottenuto ampliando un ex carcere giovanile) inaugurato il 1° maggio 1964, contornato da mura alte 5 metri, filo spinato e vetri rotti, alle dirette dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione. Abusi e violenze erano la norma nel campo e il numero di suicidi e automutilazioni non è ancora stato accertato.
Un lungometraggio freddo, a tratti distaccato (riflettendo così l'atteggiamento della protagonista nei confronti della realtà che la circonda), dall'andatura lenta, lineare, ma dotato di una notevole potenza immersiva per via della sua sincerità.  Un film bello al termine della quale ho provato la sensazione di conoscere il mondo un po' più di prima. L'arte non è anche questo?
Consigliato: vi piace fare i cinefili fighetti e questo non lo avete visto?

mercoledì 27 gennaio 2016

The X-Files (10x02): Founder's Mutation

Ernst Mayr, biologo e genetista di origini tedesche, naturalizzato statunitense, nel 1963 illustrò al mondo per la prima volta il cosiddetto Effetto del fondatore (Founder's mutation), ovvero quel processo che porta, da un piccolo numero di individui sottoposti a prolungato isolamento, allo sviluppo di una nuova popolazione che conserva solo parte del corredo genetico originale. Dopo il debole My Struggle, esordio del Revival, andato in onda il 24 gennaio su Fox, che ha totalizzato 16,2 milioni di spettatori sul suolo statunitense, raggiungendo un rating di 6,1 e superando così di gran lunga qualsiasi rosea aspettativa (non bisogna però dimenticare che l'episodio viaggiava sull'onda creata dalla NFC Championship Game), con Founder's Mutation si mette da parte, almeno parzialmente, quella che è la mitologia della serie, con i suoi (ormai scialbi e confusi) complotti, per sfornare un monster of the week, ovvero un episodio stand alone (per i meno avvezzi al linguaggio televisivo, si tratta di un episodio autoconclusivo che non necessita della visione di precedenti episodi per poter essere compreso).

Gli X-Files sono nuovamente riaperti. Sulla scrivania degli scalpitanti Mulder (che si è rasato la barba e tinto i capelli) e Scully giunge il caso del dottor Sanjay (Christopher Logan), il quale, durante una riunione alla Nugenics Technology, è stato colto da forti emicranie, nonché da allucinazioni uditive. Per scacciare via le voci l'uomo si è infilato un tagliacarte nell'orecchio destro, ferendosi a morte. Prima di spirare, ha però lasciato uno strano messaggio sul palmo della propria mano.

Adesso sì che cominciamo a ragionare! Nessuno meglio di James Wong IV, regista del piacevole Final Destination e dell'improponibile Dragon Ball Evolution, autore, in coppia con Glen Morgan, di alcuni degli episodi più belli e iconici della serie (1x02 "Squeeze" e il suo seguito 1x22 "Tooms", 1x07 "Ice", 2x01 "Little Green Men", per citarne alcuni), poteva assumersi il compito di dirigere e sceneggiare questo secondo appuntamento del gran ritorno di The X-Files.
In realtà l'episodio trasmesso, lunedì 25 gennaio, sarebbe dovuto essere Home Again, confezionato dall'occhio e dalla mano proprio di Glen Morgan. Per ragioni che restano ignote, Anne Simon, consulente scientifico per la serie, ha annunciato con un tweet, a pochi giorni dalla messa in onda, il cambio nella programmazione.

La carriera da regista di Wong è stata, almeno sin ora, alquanto altalenante dal punto di vista della riuscita dei suoi lavori. Con Founder's Mutation (in Italia titolato Evoluzione della specie) dimostra di non essere finito dietro una macchina da presa per puro caso. La regia è quadrata, pulita, senza fronzoli; virtuosismi o invenzioni particolari non rispondono a questo indirizzo. La macchina da presa non è voce narrante ma, come prevalentemente accade in televisione, si piega alla funzionalità del racconto. Gli effetti speciali digitali vengono utilizzati con il contagocce e in situazioni oculatamente studiate per mascherarne la bassa qualità. Anche la fotografia, che resta eccessivamente patinata e priva di verve, è adoperata in modo più attento e meno casuale rispetto a quanto fatto da Chris Carter nel precedente appuntamento. La pecca visiva dell'episodio 10x02 sono certamente le sequenze oniriche, messe su con l'abusato sistema della desaturazione cromatica in post produzione che sfoca l'immagine e ne mette in risalto il bianco delle luci. Finalmente, però, ritroviamo quelle scene d'impatto che un programma intenzionato a spaventare lo spettatore non può esimersi dall'avere.

Da sceneggiatore, Wong, è finito in tempi abbastanza recenti in quel tritacarne che è American Horror Story, mettendo la firma su alcuni degli script peggiori della serie ideata da Ryan Murphy e Brad Falchuk. Con X-Files sembra essere invece a proprio agio e ricama una storia che, innanzitutto, impedisce allo spettatore di sbadigliare o addormentarsi durante la visione, sebbene alcune eccessive semplificazioni che raschiano via la raffinatezza della racconto siano presenti, e che gestisce in maniera incredibilmente saggia uno dei nodi focali, nonché dolenti, delle ultime pasticciate stagioni della serie, ovvero la storia di William. Durante l'ottava annata di X-Files Dana Scully rimase incinta, partorendo al termine della stagione (8x21 "Existence") il piccolo William, così chiamato in memoria del padre di Fox (William "Bill" Mulder, impersonato da Peter Donat, morto per mano di Alex Krycek nell'episodio 2x16 "Colony"). La donna si vide costretta a dare in adozione il figlio (9x16 "William"), essendo l'unico modo rimastogli per proteggerlo. Non era ben chiaro se William fosse figlio di Mulder o il risultato del brutale esperimento al quale Scully era stata sottoposta durante il suo rapimento (2x06 "Ascension") e su ciò si prova a fare chiarezza. Si scruta nel profondo e doloroso vuoto, sull'infranto desiderio di genitorialità, con scene in grado di emozionare (l'ultima inquadratura sopratutto, che sembra ricalcare la chiusa di "Conduit", 1x03); sequenze oniriche che riflettono speranze, sogni e angosce, per scavare con intelligenza nel background psicologico di Fox e Dana. Nel corso del tempo abbiamo avuto modo di conoscerli a fondo, ma 14 anni sono tanti e quindi è lecito interrogarsi su come siano oggi Scully e Mulder? Da questa puntata emerge, ancor più chiaramente, come gli equilibri della serie siano cambiati. Lui costantemente determinato sino al limite dell'ostinazione, ma più attento (è rimasto scottato troppe volte), lei razionale come sempre, ma non più scettica (come potrebbe esserlo dopo tutto ciò che ha visto?). Si delinea un modo nuovo di operare nelle indagini, maggiormente sinergico e meno conflittuale; dunque anche meno interessante, dato che ciò rende impossibile riproporre la struttura iniziale che lasciava lo spettatore in bilico fra le teorie contorte di Mulder e le ipotesi logiche di Scully, cosa che grandemente ha contribuito alla costruzione della tensione e del mistero di ogni puntata. Per fortuna, l'ironia di fondo sembra essere rimasta intatta.

Ci sono citazioni e riferimenti al passato, distillati in maniera intelligente senza sconfinare nell'autocelebrazione. Strano è che non si faccia alcun riferimento a Emily (played, come dicono gli anglosassoni, da Lauren Diewold) la prima figlia di Scully, comparsa (nell'episodio 5x06 "Christmas Carol") e scomparsa (5x07 "Emily") in un battito di ciglia.
Interessantissimo resta il modo in cui la serie si muove nel contesto odierno (parlando di omosessualità, religione, privacy e mutazioni genetiche), confermando che, a prescindere dalla qualità delle storie, la capacità di X-Files di leggere la realtà è inossidabile.

Founder's Mutation è un episodio nel complesso solido, che stimola la mente dello spettatore, lasciandolo il fan con la voglia di averne ancora. Il tono crepuscolare e i ritmi pacati delle prime stagioni sono ormai un lontano ricordo, rimpiazzati da ritmi frenetici e da una resa visiva alquanto dozzinale. La strada per ritagliarsi uno spazio di rilievo nel palcoscenico televisivo odierno è ancora molto lunga (bisogna crescere, parecchio, e se non si chiamasse X-Files dubito continuerei a guardare un prodotto con una simile qualità), ma i primi passi sono stati fatti.

lunedì 25 gennaio 2016

The X-Files (10x01): My Struggle

Se il Pilot (in Italia Al di là del tempo e dello spazio), andato in onda negli USA il 10 settembre del 1993, si apriva nei tetri boschi dell'Oregon (in realtà la location era la selva nei dintorni dalla città canadese di Vancouver), con una bella ragazza inseguita da una misteriosa e impalpabile entità, come citazione a Twin Peaks, serie culto creata da David Lynch e Mark Frost, a simboleggiare una sorta di passaggio di testimone nella corsa evolutiva del linguaggio seriale televisivo, questo primo episodio della decima stagione (chiamata anche Revival) di The X-Files non a caso si apre nel deserto del New Mexico, teatro di quel capolavoro che risponde al nome di Breaking Bad, che decisamente ha segnato un nuovo punto di svolta nella storia del piccolo schermo, serie nata proprio dalle costole di X-Files, visto che Vince Gilligan ha lavorato per quest'ultima come sceneggiatore e qui ha conosciuto Bryan Cranston, Aaron Paul e Dean Norris. Il biondo nella chioma del californiano Chris Carter, creatore e showrunner di X-Files, sarà ormai svanito, ma la sua capacità di leggere e capire il mezzo nel quale si muove è rimasta intatta.

Karl Ove Knausgård, scrittore norvegese, è l'autore di My Struggle, conosciuto da noi come La Mia Lotta, romanzo fiume nel quale racconta la banalità della vita, i suoi complessi drammi, la lotta perenne contro i propri desideri. E' da questo romanzo che l'episodio in questione prende il nome. My Struggle segna il ritorno in scena per gli ex agenti dell'FBI Fox Mulder (David Duchovny) e Dana Scully (Gillian Anderson) dopo 14 anni dalla conclusione della serie, 8 anni dopo quella noia mortale che era X-Files: Voglio crederci (secondo lungometraggio cinematografico legato alla serie). My Struggle, dunque, per raccontare la lotta contro l'annichilimento e la rassegnazione di Mulder, caduto in depressione dopo la chiusura della sezione X-Files. I decenni di ricerche, nei quali ha messo a repentaglio non solo la propria vita, ma anche quella delle persone a lui care, non hanno fornito risposte concrete alle sue ossessive domande, e benché meno gli hanno permesso di ritrovare la sua perduta sorellina Samantha. Segnata, ma non prostrata, è invece Dana Scully che, come visto in X-Files: Voglio crederci, prosegue nell'esercizio della professione medica. 
Quattordici anni sono passati e la società è radicalmente cambiata. Quel mondo tecnologico, che agli albori della serie cominciava a delinearsi, adesso è completamente formato e funzionante. Smartphone, satelliti, internet e social network, intercettazioni, droni, sono all'ordine del giorno. Ma non c'è solo questo; oggi si parla di teorie del complotto, di terrorismo e inquinamento, di manipolazione dell'opinione pubblica attraverso i mass media. Nuove minacce incombono e come dice lo stesso Mulder al vice direttore Walter Skinner (Mitch Pileggi): "non siamo mai stati così in pericolo".
Uno dei pregi della serie è sempre stato quello di riuscire a leggere in maniera lucida il mondo, di incanalare i timori inerenti le derive pericolose dello sviluppo tecnologico e scientifico, di interpretare la crescente sfiducia nelle istituzioni, arrivando in molti casi a essere quasi profetica (come per l'11 settembre 2001 e i casi di Edward Snowden e Julian Assange). Con questo nuovo esordio, che da noi sarà titolato La verità è ancora là fuori, scritto e diretto dallo stesso Carter, X-Files dimostra di essere perfettamente in grado di inserirsi con naturalezza nel contesto politico-economico-sociale odierno. Sotto questo punto di vista, durante la visione, si ha l'impressione di immergersi in una storia che non si è mai interrotta.
Ci penserà Tad O'Malley (Joel McHale), un conservatore che conduce un programma via web, a riportare il duo al centro di complotti e misteri, attraverso il caso di Sveta (Annet Mahendru), una giovane donna vittima di abduzione. 

Riprendere per le mani un celebre brand (che ha generato film, videogiochi, romanzi, fumetti, giochi di ruolo, action figures) entrato nell'immaginario collettivo, purtroppo naufragato in malo modo in un mare di stronzate (non come Lost, ma quasi) a partire dalla sesta stagione, cioè quando la Fox prese completo controllo della serie, non era semplice. Infatti, questa prima puntata del Revival è piuttosto scadente.
Se la regia esibita risulta maggiormente elaborata rispetto a quanto visto in precedenza nella serie (anche per via dell'avanzamento tecnologico dei mezzi di ripresa), la fotografia, opera di Jole Ransom, è un passo falso; incapace non solo di ricreare le atmosfere cupe delle vecchie stagioni, ma di donare un qualsiasi brio o briciolo di carattere alle immagini. Dozzinali anche gli effetti speciali digitali, che frantumano la credibilità di alcune scene non legandosi ai convincenti pupazzi di gomma e modellini in plastica. Il tutto, nel complesso, risulta visivamente anonimo.
Discorso simile può essere applicato al lavoro svolto dal compositore Mark Snow, che mette insieme delle musichette che nel migliore dei casi risultano insipide, e nel peggiore fastidiose.
Il dente che duole è la sceneggiatura, abile, come già detto, a modernizzare e contestualizzare la serie, ma che non è in grado di tirare fuori nulla di nuovo. L'impressione generale è che tutto sia già stato detto. L'espediente narrativo adoperato per far ripartire la mitologia della serie lo si era già utilizzato nella quinta stagione (episodi 5x01 e 5x02, "Redux", per la precisione), ovvero Mulder che scopre che non c'è nessuna cospirazione aliena e che la storia degli UFO è stata abilmente montata per distogliere l'attenzione da verità indicibili. My Struggle verte interamente su questo presupposto. In questo modo l'intrigantissima (almeno per le prime cinque stagioni) storia che coinvolgeva alieni invasori e governo ombra, una delle più brillanti trame fantascientifico-politiche mai viste, si rivela in realtà aria fritta. Resta da vedere se questa scelta si rivelerà corretta, ma, a giudicare da quanto visto, il sentore è quello di un buco nell'acqua.
Interessante, almeno in parte, è la rilettura del personaggio di Mulder, la cui psiche è franata sotto il peso della sua ossessione. Un uomo isolato dal mondo alla costante ricerca di una verità che possa ridare significato alla sua esistenza. Peccato che l'uomo dalle teorie argute sia diventato uno sciachimista brontolone che crede negli Illuminati.
Gli errori e le sviste compiute nelle precedenti stagioni pesano come zavorre sulla serie e My Struggle sembra confermare che liberarsene non sarà cosa facile. L'episodio risulta zeppo, troppo, di eventi, personaggi, antefatti, svolte, e nessuno risulta convincente. Si procede svelti, con qualche scivolone e nessun acuto. Eccessivi i momenti didascalici.

Gli X-Files sono stati riaperti, e la serie, che in passato ha innalzato gli standard televisivi, sembra non reggere il confronto con i prodotti seriali odierni. Non brutto al punto da far perdere completamente le speranze per la riuscita di questo Revival, ma lontano dal riuscire a trasmettere quell'angosciante senso di paranoia derivante dalla consapevolezza che la spaventosa verità è là fuori.

sabato 16 gennaio 2016

Non Essere Cattivo

Claudio Caligari, il regista più punk nella storia del cinema italiano, autore di sole due pellicole oltre quella in questione, Amore Tossico, del 1983, e L'odore Della Notte, 1998, pietre miliari della nostra cinematografia, si è spento il 26 maggio del 2015, al termine di una lunga malattia. Non Essere Cattivo, le cui riprese sono terminate pochi giorni prima della dipartita del cineasta di Arona, è il suo testamento artistico. Siamo ad Ostia e siamo a metà degli anni '90, ma non è un seguito di Amore Tossico. Un periodo nel quale la borgata, arteria in cancrena di quel cuore pulsante che è Roma, era un luogo nel quale la speranza rappresentava un bene non a tutti concesso. Ostia è ancora un posto squallido, ma è molto cambiata dallo scenario che Caligari ci mostra. Il cambiamento è cominciato proprio lì, a metà degli anni '90, e nel film lo percepiamo. La criminalità da strada, quella violenza dei pischelli imbottiti di stupefacenti, delle rapine ai tabacchini, del piccolo spaccio, è finita, poco a poco rimpiazzata dal traffico in grande stile, dalle bande e dalle bische, dai locali a luci rosse e dai giri di mignotte. Oggi c'è la Ostia di Numero 8, come visto nel Suburra di Sollima.
La borgata del sottoproletariato come un girone infernale dal quale era impossibile uscire, dove i condannati erano costretti a compiere sempre le stesse azioni, a ingoiare nuovamente il rimpianto dei soliti errori. Vittorio, interpretato da Alessandro Borghi, e Cesare, un Luca Marinelli bravissimo come il suo collega, sono due grandissimi amici poco più che ventenni, fratelli nel degrado suburbano, dediti a un vita all'insegna degli eccessi. Un dualismo, il loro, che apre e chiude il cerchio. Droga, rapine, sesso, risse, corse in auto. Il loro stile di vita non è una scelta, perché una scelta non ce l'hanno mai avuta, ma l'unico modo per poter galleggiare in quel mare nero di mediocrità e sporcizia. Solo quando Vittorio toccherà il fondo potrà riemerge, grazie all'unica cosa in grado di donare senso a tutto quell'esistere, ovvero l'amore. L'amore per Linda, una notevole Roberta Mattei, madre sola e senza un soldo, lo spingerà a voler mettere la testa a posto. Non sarà semplice, perché quella perenne tempesta che lo circonda tenterà sempre di trascinarlo sul fondo. Per Cesare sarà ancora più difficile, trovandosi ad affrontare lo stadio terminale della malattia della nipotina Debora.

Non Essere Cattivo è un film magnifico, un dramma disperatamente sincero attraversato da linee di ironia tagliente, che vive di una fine intelligenza e di una forza emotiva silenziosa ma straripante. Claudio Caligari è stato forse l'unico cineasta ad avere ereditato la visione Pasoliniana del cinema, riuscendo a risultare però più viscerale, più impetuoso di Pasolini, come lo Scorsese della prima ora. Asciutto, secco, duro, diretto, ma distante dal minimalismo essenziale che caratterizza gran parte del cinema italiano. C'è il respiro cinematografico, un'idea di costruzione del racconto dove la macchina da presa, con le sue inquadrature e i suoi movimenti, non è un puro supporto, ma voce principale del coro. Carrelli, dolly, luci, amplificano il tutto, donando spazio e forza a ogni elemento.
Il timore che la produzione travagliata a cui il film è stato sottoposto, portata a compimento grazie alla determinazione di Valerio Mastrandrea, potesse aver in qualche modo inciso sulla riuscita del prodotto finale si rivela infondato, nonostante ci siano alcune imperfezioni, che però sono così piccole da non divenire mai dei veri difetti. Un lungometraggio che va vissuto più che guardato, sentito più che ragionato. Parte piano e come i grandi romanzi si espande a macchia d'olio, incantando lo spettatore sino ai titoli di coda, creando sfaccettature che stratificano il discorso; un discorso non semplice e mai banale sul chi siamo e sul cosa ci riserva il futuro, su cosa sia davvero il destino in simili ambienti. Davanti agli occhi ci si dipana un mondo dove basta una frase, o un espressione del viso, per capire chi abbiamo davanti, una costruzione strabiliante del contesto che fa quasi apparire la caratterizzazione dei personaggi un gioco oltre modo semplice.

Abbiamo perso un grande cineasta, costretto all'inattività per decenni (17 anni erano trascorsi dal precedente L'Odore Della Notte), uno che aveva compreso le ragioni profonde del mondo in cui era vissuto, e che ha provato a spiegarle a noi. Come recita la maglietta di un dozzinale orso di peluche sulla tomba di una bambina, non essere cattivo, non ti ci mettere anche tu. Ci pensa la vita a essere cattiva con tutti.

giovedì 14 gennaio 2016

Suburra

La Suburra era un quartiere malfamato dell'antica Roma, dove politici e criminali si incontravano, lontani da occhi indiscreti, per stringere patti e intessere affari. Duemila anni dopo la situazione non sembra essere cambiata. Gli imperi crollano, gli dei muoiono, gli uomini si succedono, ma loro restano lì, politici e criminali, fermi al loro posto, sentinelle di un sistema che in fondo è sempre lo stesso, nel quale la violenza genera soldi e i soldi generano potere. Tutto il resto non ha valore.
"Sei stato tu?", chiederà l'onorevole Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino, al Samurai, Claudio Amendola, quando verrà a conoscenza della morte di un vecchio attrezzo della mala romana. "No. E' stata Roma". Ho girato l'Italia in lungo e in largo, ho vissuto in diversi luoghi, conoscendone il meglio e il peggio, ma Roma è l'unico posto in questo Paese che sembra avere coscienza propria. Roma è un'entità senziente, impossibile da domare; ruggisce, vola e scalpita. Una città sporca, "un fottuto posacenere" la definisco io, caotica, bellissima, maleodorante, violenta, apparentemente sempre sul punto di collassare sotto il proprio peso. E' come guardare la tazza di un cesso dopo che qualcuno ci ha cagato dentro; frammenti di ceramica immacolata alternati a schizzi di merda. Per le sue strade pullulanti di vagabondi ho visto cose assurde. All'inizio avevo l'impressione che quell'entità mi fosse favorevole. Dopo, ho pensato volesse distruggermi. "Io me ne vado via", cantava Lucio Dalla, in un posto "dove, per dio, la giornata è ancora fatta di 24 ore".

Quindi Roma è il fulcro di Suburra, film del 2015, opera seconda del sempre più apprezzato Stefano Sollima, dopo il buono, ma imperfetto, ACAB del 2012, e le riuscitissime opere televisive quali Romanzo Criminale e Gomorra. La base è l'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo scritto nel 2013, al quale è stato dato un seguito, nel 2015, La Notte Di Roma.
E' il 5 novembre del 2011, ma avrebbe potuto essere il 5 novembre del 1974, o del 1011, o del 234 a.c., poiché la storia è sempre la stessa. La storia di politici e criminali. Nell'esercito dicevano che "comandare è meglio che fottere". "Parlate per voi", pensavo, "a me comandare non piace". Cosa piaccia di più all'onorevole Filippo Malgradi, membro di basso rilievo di un mai nominato partito di destra, non è così chiaro. Durante una nottata a base di sesso e droga, come Silvio insegna, nel quale ci viene donato uno strepitoso nudo integrale di Giulia Elettra Gorietti, che interpreta la escort Ninni, una minorenne ci lascia le penne. Un fatto piccolo, in realtà, il quale innescherà una serie di eventi che condurranno, entro sette giorni, all'Apocalisse.
La storia di Malgradi si lega a filo doppio con quella di Samurai, che molto sembra somigliare al Massimo Carminati, detto Er Cecato, di cui tanto si è parlato. Residuo incrostato di quella che fu, o di quella che ancora è, la Banda Della Magliana, capoccia della criminalità capitolina coinvolto in un milionario progetto per la riqualificazione delle periferie. Il fatto che sia l'unico a indossare l'impermeabile, in una Roma colpita da una pioggia torrenziale, dice molto sul suo ruolo nella storia. L'attenzione è puntata su Ostia, latrina a cielo aperto, zona sotto il controllo di Numero 8, un Alessandro Borghi spesso incomprensibile, e della sua donna, Viola, che ha le fattezze di Greta Scano, tossica fradicia che a stento si regge in piedi. Un affare da miliardi di euro nel quale cercherà di entrare una banda di Sinti, che echeggiano i Casamonica, capeggiata da Manfredo Anacleti (faccia e panza sono di Adamo Dionisi), un sadico in cerca di vendetta. Nel mezzo della tresca quel giovane favoloso di Elio Germano, che interpreta Sebastiano, solita merdina il cui unico talento è il patrimonio di famiglia.

Sollima ci propone un noir forte e disperato, un racconto crudo con righe intime che parla di uomini e del loro ambiente, esempio per il nostro cinema di come si possa costruire un film di genere dotato delle qualità (o almeno di alcune) delle pellicole più autoriali. Ciò che più affascina del lavoro (in generale) del cineasta romano è la sua capacità di costruire storie di finzione dalle quali traspaiono delle verità che i mezzi di comunicazione, nonché parte della popolazione, tendono a distorcere o negare. Droga, violenza, corruzione, trattati e mostrati per quello che sono in realtà, senza indorare la pillola.
Il punto vincente nella struttura di Suburra è la caratterizzazione dei personaggi, ben definiti e tutti credibili, umani in preda a pulsioni e paure, perciò imprevedibili. Imprevedibilità che si rispecchia nello sviluppo degli eventi, rendendo dunque difficile per lo spettatore capire dove la storia sia diretta, e in cosa consista l'Apocalisse tanto sbandierata. L'intersecarsi delle diverse storie non è sempre fluido, e uno o due momenti sono facilmente anticipabili, anche per colpa di scelte di regia non proprio azzeccate. La direzione di Sollima non si discosta molto da quanto visto in precedenza (regia, fotografia, montaggio, utilizzo delle musiche le abbiamo già viste in Gomorra: la serie), come se il regista romano avesse raggiunto la quadratura del suo stile, uno stile di racconto perfettamente calzante alle storie che vuol raccontare. Primi piani stretti e campi lunghi, per questa è una storia di uomini schiacciati dal loro ambiente. Asciutto ed essenziale, come i personaggi. Niente manierismi con la macchina da presa o soluzioni di montaggio alternative, ci si muove sul classico. L'ottima scelta dei punti di ripresa è enfatizzata dalla fotografia fredda di Paolo Carnera, che rende la Capitale il posto buio più illuminato del pianeta. La scena in cui Numero 8, attraverso il vetro appannato di una finestra, immagina il profilo della Ostia che sarà è semplicemente stupenda. La nota maggiormente stonata è la scena della morte di Bacarozzo; non ridicola come la morte di Raul Bova in Le Fate Ignoranti di Paolo Virzì, ma decisamente goffa nonché inaccettabile per un prodotto di tale livello.

Roma annega sotto la torrenziale pioggia di peccati. Le fogne sono sature, la suburra è sommersa, e tutto il marcio non può che emergere in superficie. L'apocalisse arriverà, puntuale come sempre, a spazzare via governi, bande e pontificati. Politici e criminali saranno però sempre lì, pronti a occupare le postazioni vacanti.


Errata corrigeLe Fate Ignoranti è un film di Ferzan Ozpetek, come segnalato dal buon Jean di Recensioni Ribelli.