giovedì 14 gennaio 2016

Suburra

La Suburra era un quartiere malfamato dell'antica Roma, dove politici e criminali si incontravano, lontani da occhi indiscreti, per stringere patti e intessere affari. Duemila anni dopo la situazione non sembra essere cambiata. Gli imperi crollano, gli dei muoiono, gli uomini si succedono, ma loro restano lì, politici e criminali, fermi al loro posto, sentinelle di un sistema che in fondo è sempre lo stesso, nel quale la violenza genera soldi e i soldi generano potere. Tutto il resto non ha valore.
"Sei stato tu?", chiederà l'onorevole Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino, al Samurai, Claudio Amendola, quando verrà a conoscenza della morte di un vecchio attrezzo della mala romana. "No. E' stata Roma". Ho girato l'Italia in lungo e in largo, ho vissuto in diversi luoghi, conoscendone il meglio e il peggio, ma Roma è l'unico posto in questo Paese che sembra avere coscienza propria. Roma è un'entità senziente, impossibile da domare; ruggisce, vola e scalpita. Una città sporca, "un fottuto posacenere" la definisco io, caotica, bellissima, maleodorante, violenta, apparentemente sempre sul punto di collassare sotto il proprio peso. E' come guardare la tazza di un cesso dopo che qualcuno ci ha cagato dentro; frammenti di ceramica immacolata alternati a schizzi di merda. Per le sue strade pullulanti di vagabondi ho visto cose assurde. All'inizio avevo l'impressione che quell'entità mi fosse favorevole. Dopo, ho pensato volesse distruggermi. "Io me ne vado via", cantava Lucio Dalla, in un posto "dove, per dio, la giornata è ancora fatta di 24 ore".

Quindi Roma è il fulcro di Suburra, film del 2015, opera seconda del sempre più apprezzato Stefano Sollima, dopo il buono, ma imperfetto, ACAB del 2012, e le riuscitissime opere televisive quali Romanzo Criminale e Gomorra. La base è l'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo scritto nel 2013, al quale è stato dato un seguito, nel 2015, La Notte Di Roma.
E' il 5 novembre del 2011, ma avrebbe potuto essere il 5 novembre del 1974, o del 1011, o del 234 a.c., poiché la storia è sempre la stessa. La storia di politici e criminali. Nell'esercito dicevano che "comandare è meglio che fottere". "Parlate per voi", pensavo, "a me comandare non piace". Cosa piaccia di più all'onorevole Filippo Malgradi, membro di basso rilievo di un mai nominato partito di destra, non è così chiaro. Durante una nottata a base di sesso e droga, come Silvio insegna, nel quale ci viene donato uno strepitoso nudo integrale di Giulia Elettra Gorietti, che interpreta la escort Ninni, una minorenne ci lascia le penne. Un fatto piccolo, in realtà, il quale innescherà una serie di eventi che condurranno, entro sette giorni, all'Apocalisse.
La storia di Malgradi si lega a filo doppio con quella di Samurai, che molto sembra somigliare al Massimo Carminati, detto Er Cecato, di cui tanto si è parlato. Residuo incrostato di quella che fu, o di quella che ancora è, la Banda Della Magliana, capoccia della criminalità capitolina coinvolto in un milionario progetto per la riqualificazione delle periferie. Il fatto che sia l'unico a indossare l'impermeabile, in una Roma colpita da una pioggia torrenziale, dice molto sul suo ruolo nella storia. L'attenzione è puntata su Ostia, latrina a cielo aperto, zona sotto il controllo di Numero 8, un Alessandro Borghi spesso incomprensibile, e della sua donna, Viola, che ha le fattezze di Greta Scano, tossica fradicia che a stento si regge in piedi. Un affare da miliardi di euro nel quale cercherà di entrare una banda di Sinti, che echeggiano i Casamonica, capeggiata da Manfredo Anacleti (faccia e panza sono di Adamo Dionisi), un sadico in cerca di vendetta. Nel mezzo della tresca quel giovane favoloso di Elio Germano, che interpreta Sebastiano, solita merdina il cui unico talento è il patrimonio di famiglia.

Sollima ci propone un noir forte e disperato, un racconto crudo con righe intime che parla di uomini e del loro ambiente, esempio per il nostro cinema di come si possa costruire un film di genere dotato delle qualità (o almeno di alcune) delle pellicole più autoriali. Ciò che più affascina del lavoro (in generale) del cineasta romano è la sua capacità di costruire storie di finzione dalle quali traspaiono delle verità che i mezzi di comunicazione, nonché parte della popolazione, tendono a distorcere o negare. Droga, violenza, corruzione, trattati e mostrati per quello che sono in realtà, senza indorare la pillola.
Il punto vincente nella struttura di Suburra è la caratterizzazione dei personaggi, ben definiti e tutti credibili, umani in preda a pulsioni e paure, perciò imprevedibili. Imprevedibilità che si rispecchia nello sviluppo degli eventi, rendendo dunque difficile per lo spettatore capire dove la storia sia diretta, e in cosa consista l'Apocalisse tanto sbandierata. L'intersecarsi delle diverse storie non è sempre fluido, e uno o due momenti sono facilmente anticipabili, anche per colpa di scelte di regia non proprio azzeccate. La direzione di Sollima non si discosta molto da quanto visto in precedenza (regia, fotografia, montaggio, utilizzo delle musiche le abbiamo già viste in Gomorra: la serie), come se il regista romano avesse raggiunto la quadratura del suo stile, uno stile di racconto perfettamente calzante alle storie che vuol raccontare. Primi piani stretti e campi lunghi, per questa è una storia di uomini schiacciati dal loro ambiente. Asciutto ed essenziale, come i personaggi. Niente manierismi con la macchina da presa o soluzioni di montaggio alternative, ci si muove sul classico. L'ottima scelta dei punti di ripresa è enfatizzata dalla fotografia fredda di Paolo Carnera, che rende la Capitale il posto buio più illuminato del pianeta. La scena in cui Numero 8, attraverso il vetro appannato di una finestra, immagina il profilo della Ostia che sarà è semplicemente stupenda. La nota maggiormente stonata è la scena della morte di Bacarozzo; non ridicola come la morte di Raul Bova in Le Fate Ignoranti di Paolo Virzì, ma decisamente goffa nonché inaccettabile per un prodotto di tale livello.

Roma annega sotto la torrenziale pioggia di peccati. Le fogne sono sature, la suburra è sommersa, e tutto il marcio non può che emergere in superficie. L'apocalisse arriverà, puntuale come sempre, a spazzare via governi, bande e pontificati. Politici e criminali saranno però sempre lì, pronti a occupare le postazioni vacanti.


Errata corrigeLe Fate Ignoranti è un film di Ferzan Ozpetek, come segnalato dal buon Jean di Recensioni Ribelli.

6 commenti:

  1. Altro titolo molto apprezzato che mi sono perso. E a me ACAB era piaciuto parecchio.
    PS: non so se te l'ho mai detto, ma in passato ho lavoricchiato con Leopnardo Valenti, sceneggiatore di "Romanzo criminale"

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    1. ACAB è piaciuto anche a me, però alcuni punti mi ha lasciato alquanto perplesso.

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  2. non l'ho ancora visto. Però ottimi culi!

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    1. Allora dovresti guardarlo, anche solo per i culi che ci sono nel film.

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  3. Un film imperfetto ma che ho adorato, entrato in scivolata nella top 5 di fine anno!

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    1. Imperfetto ma potente. Ci vorrebbe un film così ogni mese, in Italia.

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