domenica 31 gennaio 2016

Insalata Tedesca servita fredda

Un conflitto politico, ideologico, tecnologico, economico, vicino al divenire termonucleare, che ha visto l'Oriente rosso (come veniva definito dall'inno della Repubblica Popolare Cinese durante gli anni della Grande rivoluzione culturale proletaria) contrapporsi all'Occidente a stelle e strisce (che aveva Dio dalla sua parte, come ironicamente cantava Bob Dylan nella sua With God On Our Side). E' stata questo la Guerra Fredda (termine coniato da George Orwell e reso celebre dal giornalista e politologo Walter Lippmann), la dimostrazione che l'umanità poteva cadere ancor più in basso di quanto fatto durante il secondo conflitto mondiale. "Non posso andarmene da te / a ovest c'è il muro /a est ci sono i miei amici / e il vento del nord soffia aspro", recitava Wolf Biermann in Berlino, traccia dell'album Die Drahtharfe, pubblicato nel 1965. La Germania era lo specchio perfetto di questa guerra. L'Insalata di oggi si compone di tre pellicole molto diverse tra loro, accomunate però dall'essere ambientate nelle Germania divisa dalla Cortina di ferro


THE INNOCENT

John Richard Schlesinger, cineasta inglese, autore di ottime pellicole come Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969, con Jon Voight e Dustin Hoffman) e Il Maratoneta (Marathon Man, 1976, con Laurence Oliver e Hoffman), scomparso nel 2003, probabilmente affranto dall'aver donato al mondo quella schifezza di Sai che c'è di nuovo? (The Next Best Thing, 2000, con "la regina di 'sto cazzo" Madonna e Rupert Everett), nel 1993 diresse The Innocent, lungometraggio ispirato al romanzo, edito nel 1990, Lettera a Berlino di Ian Mc Ewan, qui in veste di sceneggiatore.
Berlino, 1954. In una base congiunta di CIA e MI6 l'intransigente colonnello Bob Glass (Anthony Hopkins) supervisiona lo scavo di un tunnel sotterraneo, tenuto rigorosamente segreto, creato con l'intento di accedere alle linee telefoniche di una base sovietica. L'ingegnere Lennard (Campbell Scott) riceve l'incarico di elaborare un sistema di registrazione e decriptazione delle comunicazioni, ma durante il soggiorno a Berlino perderà la testa per la bella Maria (Isabella Rossellini), donna dai molti segreti.
Ogni tanto, in memoria del periodo pre internet nel quale la televisione era una preziosa sorgente dalla quale attingere film, poggio le natiche sul divano e sintonizzato su qualche canale minore del digitale terrestre attendo che trasmettano qualcosa. Di recente mi sono imbattuto in The Innocent, andato in onda su La Effe (canale privato della Feltrinelli Editori che a breve non sarà più visibile in chiaro). Ingannato non soltanto dall'incipit e dai nomi coinvolti, ma anche dal piano sequenza iniziale nella hall di un albergo berlinese affollato di giornalisti, avevo creduto di essere incappato in un bel film. Spie, controspie, microspie e tunnel segreti vanno però presto in panca per lasciare spazio a una delle peggiori storie d'amore mai raccontate, ovvero quella tra il cetriolo impotente di Lennard e la fica pazza (come la definirebbe Rust Cohle di True Detective) di Maria.
Dopo una trentina di minuti da elettroencefalogramma piatto, costellati da frasi insulse e momenti vuoti, ciccia fuori l'ex marito di Maria, che ovviamente (nelle storie d'amore stupide è sempre così) è una venditore di informazioni dall'aspetto rude, un alcolizzato violento che picchia la moglie colpevole di averlo trascinato in questo film di bassa fattura.
Per quanto cattivo possa essere, l'uomo non merita la fine che gli tocca, ovvero di perire per mano della coppia in una delle sequenze d'omicidio più goffe e ridicole mai realizzate. Questo permette al film di cambiare pelle, come un crotalo troppo grasso, e divenire ciò che ha sempre voluto essere: una commedia demenziale. Lenn gironzola per la città addobbata di spie con un cadavere fatto a pezzi nelle valigie delle quali non riesce a disfarsi. Un rincorrersi di situazioni esilaranti e fuori da ogni logica da spingere lo spettatore a voler provare le droghe allucinogene che sceneggiatore e regista si erano certamente calati. Nel finale, Weekend col morto... a Berlino (come ho personalmente ribattezzato questo film), decide di tramortire definitivamente lo spettatore, tirandogli in faccia un finale melenso e che non sta in piedi; un montante in piena faccia che mi ha fatto saltare due molari e messo k.o. per tre giorni.
Anthony Hopkins ombra di se stesso, Isabella Rossellini ai minimi termini, Campbell Scott... non so chi sia e non voglio nemmeno saperlo. Schlesinger non aveva ben chiaro cosa volesse raccontare, e di conseguenza non sapeva come metterlo in scena. Lento, incoerente, ridicolo, prevedibile e per giunta con la spocchia da film d'autore.
Consigliato: solo alle persone a cui voglio male.


IL PONTE DELLE SPIE

Fine anni '50. James B. Donovan (Tom Hanks), socio di un prestigioso studio di avvocati di Brooklyn, si trova a difendere Rudolf Abel (Mark Rylance), una spia sovietica, arrestata dall'FBI, che rischia la pena capitale. Nel frattempo l'Unione Sovietica cattura il pilota statunitense Francis Gary Powers (Austin Stowell), coinvolto in un'operazione di spionaggio aereo condotta dalla CIA, condannandolo all'ergastolo. Donovan si ritroverà così al centro di un complicato scambio di prigionieri che si svolgerà a Berlino.
Il ponte di Glienicke è un ponte stradale che, attraversando il fiume Havel, collega Berlino alla città di Postdam. Costruito tra il 1904 e il 1907, il ponte venne abbattuto durante la seconda guerra mondiale e  ricostruito appena dopo l'armistizio della Germania, presentandolo come "ponte dell'unità". Oggi è conosciuto come il "ponte delle spie" per via dei numerosi scambi diplomatici, tra i paesi della Nato e quelli aderenti al Patto di Varsavia, di cui è stato teatro.
Con Il Ponte delle Spie, film del 2015 che si ispira, dunque, a una storia vera, torna in sala l'amato/odiato Steven Spielberg (o Seňor Spilbergo, come lo chiamo dopo la visione di "A Star is Burns" 6x18 de I Simpson). Amato perché ha tanto di quel talento che anche dandone via metà rimarrebbe comunque un grande regista; odiato perché ingabbia le sue creazioni in una visione da repubblicano conservatore timorato di Dio, roba che al confronto Clint Eastwood sembra un liberale progressista. Il timore di sorbirmi frappè di amor di patria e padre nostro mi ha spinto a non guardare i suoi ultimi lavori (l'ultimo film di Spielberg visto era il bellissimo Munich). Ma se i fratelli Coen sceneggiano (insieme al semisconosciuto Matt Charman), non posso non rispondere al loro richiamo. Il Ponte delle Spie (Brigde of Spies) è un film con uno scheletro da spy story, dei muscoli da pellicola processuale, un cervello da lungometraggio psicologico e l'occhio cinico del film di critica sociale e politica. Steven è sempre stato bravo nel fondere i generi. A livello tecnico il lavoro svolto è ineccepibile; un rigore stilistico che ci consegna la migliore ricostruzione della Berlino di fine '50 e inizio '60, con il gelo, la neve e la distruzione a concretizzare visivamente la Guerra Fredda. Le sequenze inerenti l'erezione del Muro sono momenti di grande cinema.
USA e URSS sono contrapposti, ma Spielberg non si schiera. La patria è importante per tutti i personaggi in scena e questo spirito patriottico, fondamento di ogni loro azione, viene analizzato sotto la lente del "cosa è giusto fare?". E' giusto proteggere la sicurezza nazionale dalla minaccia proveniente dall'altro Blocco, uccidendo coloro che sono nemici, o è giusto rispettare i diritti, anche nei confronti delle spie, su cui il paese è stato fondato? E' più pericoloso l'avversario oltre la Cortina o l'alleato che, in casa nostra, fomenta odio?
La narrazione gioca sulla specularità delle situazioni. Due processi, due spie, due corti, due società, che mostrano le differenze tra i poli opposti del mondo. Interessante è la delineazione del ruolo della Germania Est nello scenario geo-politico della Guerra Fredda, fattore del quale non si accenna quasi mai.
Non tutto nella scrittura funziona, o quantomeno non tutti i passaggi riescono a mantenere lo stesso livello di eleganza, e l'incrinatura più forte la si ha nel finale, poco accattivante, troppo diluito in relazione a ciò che si voleva mostrare e raccontare. Gli ultimi tre minuti sono uno tsunami di buonismo caramellato (Spielberg non ce la faceva più a restare freddo e dunque si è sfogato), che comunque non intacca quanto visto sino a poco prima. 2 ore e 21 minuti di visione volano letteralmente, per un film davvero valido e davvero bello.
Consigliato: uno Spielberg da non perdere!


LA SCELTA DI BARBARA

Germania Est, 1980. La dottoressa Barbara Wolff (una splendida Nina Hoss) viene trasferita in un piccolo ospedale di provincia nei pressi del mare del Nord, come punizione da parte della DDR (Deutsche Demokratische Republik) per aver presentato domanda di espatrio verso l'Ovest. La donna, che progetta una fuga, è posta sotto la costante osservazione degli uomini della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit).
Presentato al Festival internazionale del cinema di BerlinoBarbara (da noi La Scelta di Barbara, spinti dall'impulso di farlo passare per un prodotto adatto alle domeniche pomeriggio estive di Rete 4), film del 2012 scritto (in collaborazione con Harun Farocki) e diretto da Christian Petzold, portò a casa l'Orso d'argento per il miglior regista. Come il bellissimo Le vite degli altri (Das Leben den Anderen), pellicola del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck premiata con l'Oscar al miglior film straniero, Barbara esplora la realtà, non ancora abbastanza approfondita, della Repubblica Democratica Tedesca, e lo fa focalizzandosi su un frammento della vita della protagonista, fulcro assoluto del film, esausta di quel mondo recintato con filo spinato e soprusi. Minuto dopo minuto si delinea un clima oppressivo e paranoico, dove la libertà vale meno delle informazioni, il controllo è più importante della vita umana.
Il lungometraggio, della durata di 105 minuti, presenta una regia semplice, elementare, così come lo è il montaggio. A risultare vincente è la messa in scena molto curata e la fotografia (di Hans Fromm) lontana dai toni grigi e smorti, tipici dei film ambientati nel periodo dell'occlusiva morsa dell'URSS, per mostrarci una campagna tedesca calda e accogliente, un posto solare dove a gettare ombre sono solo le scelte degli uomini che la popolano. E' difficile sapere di chi fidarsi; ogni sguardo altrui sembra indagare, i dialoghi hanno il tono di un interrogatorio, e tutto ciò che accade ha il sapore di una punizione.
A cambiare tutti sarà l'arrivo in ospedale di Stella (Jasna Fritzi Bauer), minorenne definita "Asoziale" e rinchiusa nel Geschlossener Jugendwerkhof (un campo di lavoro forzato) di Torgau, un complesso edilizio (ottenuto ampliando un ex carcere giovanile) inaugurato il 1° maggio 1964, contornato da mura alte 5 metri, filo spinato e vetri rotti, alle dirette dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione. Abusi e violenze erano la norma nel campo e il numero di suicidi e automutilazioni non è ancora stato accertato.
Un lungometraggio freddo, a tratti distaccato (riflettendo così l'atteggiamento della protagonista nei confronti della realtà che la circonda), dall'andatura lenta, lineare, ma dotato di una notevole potenza immersiva per via della sua sincerità.  Un film bello al termine della quale ho provato la sensazione di conoscere il mondo un po' più di prima. L'arte non è anche questo?
Consigliato: vi piace fare i cinefili fighetti e questo non lo avete visto?

2 commenti:

  1. "Il ponte delle spie" voglio vederlo, anche se temo lo Spielberg più caramelloso della senilità. Mi hai molto incuriosito su "La scelta di Barbara", invece.

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    1. Tutti abbiamo paura dello Spielberg caramelloso, ma con "Il ponte delle spie" si è trattenuto parecchio, sebbene non sia un film perfetto.
      "La scelta di Barbara" è un film interessante, ma potrebbe non piacere a molti.

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