giovedì 24 dicembre 2015

Star Wars, Episodio VII: Il Risveglio Della Forza

Che questo nuovo episodio della saga di Guerre Stellari stia polverizzando ogni precedente record stabilito ai botteghini non sorprende praticamente nessuno, sebbene tutti sembrino sbalorditi dai numeri che Il Risveglio Della Forza sta macinando. La nauseante psicosi collettiva che ne ha preceduto l'uscita, alimentata da un battage pubblicitario asfissiante, non poteva che tradursi in incassi stratosferici a prescindere da quello che il film sarebbe stato. Credo che con Episodio VII si sia raggiunto un limite che difficilmente, in seguito, potrà essere anche solo eguagliato, ed è una cosa che mi consola.

Quando il 30 ottobre 2012 la Disney ha rilevato la LucasFilm (con relativo franchise di Star Wars), staccando un assegno da 4 miliardi di dollari intestato al signor Lucas George, era chiaro che rimettere in moto le guerre stellari non sarebbe stato certo un compito semplice, per diversi motivi. La scelta di affidare la regia di Episode VII a Jeffrey Jacob Abrams è stata la migliore possibile, almeno dal punto di vista dei capoccia Disney. L'occhialuto cineasta newyorkese era l'unico in grado di mettere d'accordo un po' tutti.
Il Risveglio Della Forza è il capitolo di Star Wars meglio diretto, sebbene non rappresenti la miglior prova di J.J. dietro la macchina da presa. E' uno dei pochi a non voler passare al digitale, J.J., e in questo caso si è avvalso di pellicola Kodak da 35 millimetri in cinepresa Panavision, con l'aggiunta di alcune riprese in IMAX, (special modo in queste ultime si nota un certa granulosità nell'immagine, cosa che personalmente apprezzo molto). La fotografia calda, luminosa e dettagliata di Daniel Mindel ha aiutato Abrams nel conferire profondità di campo alle immagini, che si eleva ovviamente nelle panoramiche, rendendo così vere e concrete le location (che ricalcano, forse in maniera eccessiva, quelle della prima trilogia). Le scenografie, i costumi, il make-up, l'utilizzo di effetti meccanici e modellini, l'uso parsimonioso della CGI, permettono a quella galassia lontana lontana di tornare a essere sporca, polverosa, decadente. Questo nuovo episodio è una emanazione diretta dello spirito della trilogia originale. Non ci si esime certo dallo sfruttare le innovazioni introdotte in ambito cinematografico nell'ultimo decennio, e l'avanzamento delle possibilità registiche trova la sua massima espressione nelle scene d'azione. Special modo nelle sequenze di inseguimento e combattimento aereo, dove la camera sfugge veloce come una saponetta bagnata mantenendo comunque il rigore dell'immagine, dove c'è una chiarezza nello sviluppo del movimento grazie a un montaggio ben congegnato. Ciò che fa storcere il naso è il ricorso agli snapzoom, i quali non sempre riescono al meglio e rappresentano l'anello debole nella direzione di Abrams. I brividi corrono lungo la schiena in più di una occasione, complice l'uso sapiente delle musiche di un John Williams in grande spolvero.
Nel complesso c'è una grande capacità nel dare significato a tutte le inquadrature, che comunicano sempre qualcosa allo spettatore, aggiungendo ulteriore profondità al racconto, sopratutto nella presentazione dei personaggi, come la parte iniziale, praticamente priva di dialoghi, di Rey (la splendida Daisy Ridley) nel deserto pianeta di Jakku. Personaggio riuscito, il suo, che segue la linea evolutiva del girl power nel cinema blockbuster hollywoodiano. Niente più donzelle in pericolo, ma donne autonome e determinate, capaci di incassare colpi e restituire pugni. Si tratta di una scelta studiata a tavolino (attiriamo il pubblico femminile a vedere un film ritenuto per uomini mettendoci una donna come protagonista), pero personalmente amo questa tipologia di personaggio.

Altra tendenza recente è quella di inserire personaggi di colore, e quindi ecco spuntare Finn, che ha volto e movenze del simpaticissimo John Boyega, vera spalla comica. E' lui che mette in moto gli eventi grazie a una profonda presa di coscienza. Interessante è dunque la "riflessione" su come la scelta di un singolo individuo possa cambiare radicalmente le sorti di una galassia intera. Di fronte a una scelta è posto anche Kylo Ren (la battuta sul cosplayer di Darth Vader l'hanno già fatta?), villain interpretato da Adam Driver, giovane dall'animo ribelle che si è perso nelle vie oscure della Forza mentre cercava una propria identità. Insicuro, potente, non completamente addestrato, irascibile. Una mina vagante che vive nell'ombra di Darth Vader e che ne risulta oppresso, sia narrativamente che metacinematograficamente. Non sarà il più memorabile dei cattivi visti su schermo, ma a mio parere funziona. Poe Dameron, il nuovo spericolatissimo pilota della Resistenza, lo Han Solo 2.0, interpretato dal grande Oscar Isaac, viene introdotto per essere approfondito nei capitoli successivi (questa è certamente una pecca).
Tra gli svariati compiti che J.J. aveva c'era quello di creare un trait d'union tra passato e presente, quindi ecco tornare vecchi volti nei loro vecchi panni. Purtroppo, dico io. Non sempre il vino migliora con il tempo. Carrie Fisher (Leia Organa) ha la solita espressività di un manichino dei grandi magazzini e il caro Harrison Ford (Han Solo), che bravo attore non lo è stato mai, è completamente fuori forma e out of character. A completare questo triste quadro ci si mette Mark Hamill (Luke Skywalker) che, a giudicare dall'espressione finale, promette di tirar fuori grandi perle di inespressività nel prossimo capitolo. L'unica cosa interessante è il modo in cui vengono demitizzati, visto che alla fine l'allegro trio ha toppato di brutto. Anche l'inserimento di personaggi iconici come C3-PO (Anthony Daniels), R2-D2 (Kenny Baker) e Chewbecca (Peter Mayhew) risulta fastidioso in quanto decisamente forzato. I ponti con il passato vanno tagliati il prima possibile.

Niente più scaramucce acrobatiche in punta di piedi o screzi tra anziani claudicanti che impugnano manici di scopa luminescenti. Le coreografie dei combattimenti con le lightsaber de Il Risveglio Della Forza sono le migliori mai viste. Rabbiose, viscerali, ansiogene. Studiate in maniera intelligente, così da poter conferire uno stile di combattimento differente a ogni personaggio, e per lo stato d'animo di ognuno di essi. Le stesse spade laser risultano visivamente diverse da quelle viste in precedenza. Non ci sono più confini netti, ma sfumature, quasi a simboleggiare il cambiamento nel modo di intendere lo spirito della saga. Lo stesso concetto di Forza risulta mutato. Se nei primi sei capitoli erano i "buoni" ad avvertire il lato oscuro della Forza, percependo come fosse facile finirvici preda, adesso sono i "cattivi" ad avvertire la luce, a temere di restarne imbrigliati. Da una certa prospettiva, la Forza sembra aver trovato un suo equilibrio.
Il lavoro di progettazione alla base di questa nuova trilogia è notevole, ma non c'è sceneggiatura di Star Wars che si rispetti che sia priva di falle, banalità, incongruenze. J.J. Abrams, Michael Arndt e Lawrence Kasdan (già co-sceneggiatore de L'Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno Dello Jedi) firmano uno script che pesca parecchio dall'universo espanso ormai non più canonico (non mi è mai interessato l'universo espanso, però alcune cose viste nel film le avevo sentite in precedenza). Qui ci sono le grandi falle e i punti interrogativi. Se partiamo dal presupposto che l'intera saga di Star Wars fonda sul racconto epico e ricalca archetipi classici della narrazione (quante volte si è parlato del cammino dell'eroe per Luke Skywalker?) non dovrebbe sorprendere una certa ridondanza di stilemi, soluzioni e situazioni (l'epica è un continuo ripetersi). Almeno fino a un certo punto. Ne Il Risveglio Della Forza questo riproporre quanto già visto nei precedenti episodi non assume solo i connotati del fanservice più merdoso (ha ragione Ortolani, diventerà ipovedente Abrams a furia di ammiccare ai fan), ma tramuta il film in una sorta di remake de Una Nuova Speranza che ingloba alcuni elementi di Episodio V. Non mi è per nulla chiaro il motivo di questa scelta (scelta imposta dalla Disney?), ma ciò che alla fine posso dire è che non c'è praticamente nulla di originale in fase di scrittura. Caspita, basta costruire morti nere! Bisognerebbe inoltre capire che l'inserire elementi senza spiegare cosa siano, a cosa servano e da dove vengano, non è sufficiente per creare interesse e mistero in un film. Non me ne importa nulla di chi sia o cosa voglia Lord Snok. 'Sti capperi del come abbiano fatto a riprendere la spada di Luke. Sotto questo aspetto sembra di trovarsi al cospetto dell'episodio pilota di una serie tv. Nel complesso i dialoghi sono spesso insipidi, alcune battute risultano poco divertenti e fuori contesto, e il tutto è eccessivamente prevedibile.

Star Wars, Episodio VII: Il Risveglio Della Forza è certamente promosso. Blockbuster orientato al puro intrattenimento, perfettamente capace, nonostante i tanti difetti che rischiano di minare i pregi, di centrare il suo obiettivo. 135 minuti che filano via alla perfezione. Abrams svecchia l'universo di Star Wars creando uno degli episodi migliori della saga più sopravvalutata di sempre.

lunedì 7 dicembre 2015

Star Wars, Episodio I: La Minaccia Fantasma

Attenzione, questo post contiene spoiler e midi-chlorian!

Tanto tempo fa, prima metà degli anni '70, in una galassia lontana lontana, ovvero la New Hollywood del rinnovamento, un poco più che trentenne regista californiano, originario di Modesto, combatté, contro tutto e tutti, per portare su schermo una storia che da tempo aveva in mente. Un fantasy ambientato fra le stelle, in una galassia con principesse, cavalieri e creature fantastiche, dove bene e male si fronteggiano in una lotta eterna. Ci riuscì. Fu un successo clamoroso, senza precedenti. Una trilogia destinata a entrare nella, e fare la, storia del cinema. Quel giovane regista, all'anagrafe George Walton Lucas Jr., purtroppo finì presto schiavo di quel lato oscuro di Hollywood che aveva promesso di combattere, dove carta, penna e sudore creativo vengono rimpiazzati con calcolatrici, analisi di mercato e piani di vendita.
Dopo Star Wars - Episodio VI: Il Ritorno dello Jedi, George Lucas affrontò un periodo difficile, culminato nel divorzio, avvenuto nel 1987, dalla moglie Marcia Lou Griffin, che lo portò ad allontanarsi dalla sua creatura cinematografica, accantonando così l'idea di creare una nuova trilogia che ne raccontasse le origini. Idea che però venne ripresa nei primi anni '90, quando si assistette a un ritorno di popolarità per Star Wars, grazie all'omonima linea di fumetti edita dalla Dark Horse Comics (era la silver age dei fumetti, quella) e alla trilogia letteraria di Thrawn (composta da L'erede dell'Impero, del '91, Sfida alla Nuova Repubblica, '92, L'ultima Missione, '93), scritta da Timothy Zahn. Nel 1994 Lucas decise di tirar fuori dal cassetto la quindicina di pagine che aveva scritto nel 1976, nelle quali aveva tracciato le linee guida della storia che avrebbe narrato l'ascesa dell'Impero, e si impegnò nella stesura di una sceneggiatura. Le riprese del film, titolato inizialmente The Beginning, cominciarono il 26 giugno del '97 e terminarono il 30 settembre, alle quali seguì una post produzione lunga quasi un anno e mezzo.
Nel maggio del 1999, la folla in trepidazione poté correre in sala per assistere a Star Wars: Episodio I - La Minaccia Fantasma, lungometraggio della durata di 136 minuti, scritto e diretto da George Lucas. La grande attesa fu purtroppo ricambiata con una cocente delusione.

La Federazione dei Mercanti ha imbastito un blocco navale spaziale attorno al pianeta Naboo, in risposta alla tassazione sulle rotte commerciali imposta dalla Repubblica Galattica. Il cancelliere supremo Finis Valorum (Terence Stamp) invia il maestro Jedi Qui-Gon Jinn (Liam Neeson) e il suo allievo Padawan, Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor) per negoziare un accordo con il viceré della Federazione. Il blocco, in realtà, nasconde intenzioni molto più ostili del previsto...

George Lucas non è un grande regista, così come non è un grande sceneggiatore. Mestierante è il termine che più gli si addice. Non si può certo negare che abbia avuto un'idea brillante, figlia di una fantasia notevole, dalla quale si è poi sviluppato un universo narrativo entrato nell'immaginario collettivo, ma gran parte del merito per il successo della prima trilogia di Star Wars è da attribuirsi alle persone che hanno collaborato con lui, offrendo spunti e idee, rimettendolo in carreggiata ogni volta che piombava fuori strada. Lucas non è assolutamente in grado di gestire in maniera autonoma il processo creativo di un film, ma ama fare il padre padrone al quale nessuno ha diritto di contestare nulla, ed è proprio ciò che ha fatto in questa nuova trilogia. The Phantom Menace è stato il mio primo approccio alla saga di Guerre Stellari, lo Stargate che mi ha condotto in quella galassia infinitamente affascinante, e ci sono emotivamente legato, ma questo non mi impedisce di capire che Episodio I è un film decisamente brutto, e non credo di esagerare.

Vincenzo: "Perché il film si chiama La Minaccia Fantasma?".
Amico immaginario: "Perché Lucas minaccia di farne altri due".
Vincenzo: "Aaaah...".

La saga ideata da Lucas è una fiaba spaziale che rotea chiaramente attorno alla figura di Anakin Skywalker. Sono tanti a ritenere che i film della nuova trilogia presentino un approccio narrativo corrispondente all'età anagrafica di Anakin; quindi essendo, in Episode I, un bambino, lo stesso film risulta strutturato in maniera più infantile. In parte è vero, o quantomeno si è cercato di strizzare l'occhio al pubblico più giovane, che avrebbe dovuto immedesimarsi nelle peripezie del futuro Darth Vader. Per il resto, il film tende a prendersi decisamente sul serio, altrimenti i lunghi discorsi a sfondo politico nel Senato della Repubblica Galattica proprio non te li spieghi. La sceneggiatura, però, è piatta, banale, sconclusionata, a tratti confusa, incoerente, al punto da risultare adatta per la puntata di un programma indirizzato a bambini in età prescolare. Personaggi monodimensionali compiono azioni prevedibili che legano tra loro situazioni disparate che nel complesso non strutturano una vera trama.
Le cose che i fan (oh, quanto vi odio!) contestano a questo "primo" capitolo sono tante, ma principalmente: midi-chlorian e Jar Jar Binks. I Midi-chlorian sono organismi microscopici che risiedono nelle cellule degli esseri viventi e che fungono da collegamento con la Forza, non sono la Forza stessa. Sono un pretesto per tentare di spiegare "scientificamente" come possano i Jedi servirsi di questa, e del perché solo alcuni individui specifici possano diventare Cavalieri. Vengono rilevati attraverso analisi del sangue. Potrebbe anche funzionare come spiegazione (un'unione tra scienza e misticismo), se non mandasse completamente in frantumi il concetto secondo cui, per diventare Jedi, è necessaria una certa purezza di spirito (come si era lasciato intendere nella trilogia originale). "Dalle analisi del sangue risulta che questo ragazzo ha midi-chlorian e colesterolo più alti del normale. Diverrà uno Jedi ma morirà d'infarto". Fa sorridere invece l'idea che Anakin sia nato da madre immacolata (Star Wars incontra La Bibbia).

Jep: "Che cos'è la Forza?"
Yoda: "Spiegare poesia della forza con volgarità di parola come possibile è?".
Jep: "E non lo so, ci provi".

Indifendibile è quel brutto figlio di una Gungan di Jar Jar Binks (Ahmed Best), l'alieno anfibio del pianeta Naboo, che sintetizza parte dello spirito su cui la nuova trilogia fonda: merchandising, merchandising, merchandising. "Pupazziiiiii! Chi vuole pupazziiiii?" La voglia di guadagnare milioni in George Lucas forte è.
Per quanto trovi irritante quel bastardo piantagrane di un Jar Jar (che secondo una divertente teoria che circola in rete sarebbe il più temibile dei Sith), chi mi fa seriamente uscire dai gangheri è Qui-Gon Jinn. Ordina di atterrare su un pianeta che nessuno s'incula, Tatooine, mentre chi lo circonda è contrario, e molla un casino gigantesco, che rischia di costare la vita a migliaia di civili del pianeta Naboo, per portarsi dietro un bambino che non convince nessuno in quanto potenzialmente pericoloso, che in futuro farà sprofondare la Galassia sotto una terribile dittatura. Clap! Clap! Bravo Qui-Gon, complimenti davvero. Senza contare il fatto che, verso la fine, lo trascina nel mezzo di in una zona di guerra. Un bambino di nove anni! Facciamo che d'ora in poi, prima di nominarli Jedi, li sottoponiamo a qualche esame in più, oltre quello del sangue? Magari un colloquio con uno psicologo?

Yoda: "Parliamo dei maltrattamenti che da Qui-Gon Jinn subito io ho".
Jep: "Noo, io voglio sapere cos'è la Forza".
Yoda: "Radar mio per intercettare Galassia".
Jep: "Eeeh, 'u radar".

La regia de La Minaccia Fantasma è sostanzialmente debole, come un vertebrato privato delle ossa; una scialba sequela di immagini inanellate in maniera grammaticalmente corretta, senza scivoloni eclatanti nelle inquadrature o nel montaggio, ma totalmente incapace di destare attenzione o creare anche la più subdola forma di pathos. Due momenti di buon livello (la corsa dei Pod, in italiano Sguschi, che richiama la corsa delle bighe di Ben Hur, e il combattimento finale tra Qui-Gon, Obi-Wan e Darth Maul) non bastano per riempire la pancia dello spettatore.
Salutate, con un pizzico di amara nostalgia, modellini e costumi di gomma che tanto avete amato, e che hanno segnato parte delle successo della vecchia trilogia, e fatevi stuprare gli occhi da una computer grafica adatta a un videogioco della Nintendo 64. Il lavoro svolto da John Knoll, Dennis Muren, Scott Squires agli effetti è pessimo, non solo per quanto concerne il realismo (tutto sembra finto), ma anche in relazione al design, dove troviamo astronavi prive di fascino, palazzoni anonimi, mondi dimenticabili. C'è però un filo logico che unisce visivamente le due trilogie; in quella originale ci viene presentata una galassia tecnologica ma decadente, sporca e polverosa, mentre qui ci si muove in mondi perfetti, puliti e laccati, (lo stesso pianeta di Tatooine appare meno rude e marcio), così da mostrare concretamente l'impatto del deleterio dominio dell'Impero.
La fotografia di David Tattersall (il cinematographer de Il Miglio Verde) poco può con tutta questa computer grafica tra le palle, forse anche per una mancanza di talento. Le immagini sono finte, vuote, brutte, ricoperte da una patina lucida e antiestetica. Assolutamente vacuo è il lavoro di Gavin Bocquet alle scenografie, mentre un plauso va fatto a Trisha Biggar, per i costumi, e a Paul Engelen, per il make-up (Darth Maul è visivamente uno dei cattivi meglio riusciti dell'intera saga).

A gravare sul capo de La Minaccia Fantasma c'è anche una pessima direzione degli attori. Liam Neeson, Ewan McGregor, Natalie Portman, Terence Stamp, Samuel L. Jackson; nomi da far venire l'acquolina a tanti registi e produttori. Peccato che l'intero cast reciti in malo modo. Non dev'essere mica semplice ripetere le scempiaggini scritte su una sceneggiatura idiota, mentre sei davanti a un regista che non ha una precisa idea di ciò che fa o di come si faccia quello che ha intenzione di fare. Che spreco! Jake Lloyd, l'attore che interpreta il giovanissimo Anakin, è praticamente scomparso; l'ultimo film a cui ha preso parte risale al 2001, Madison - La freccia dell'acqua, di William Bindley, distribuito da noi solo nel 2005. La dimostrazione che certa merda ti stronca la carriera.
E se alla fine anche John Williams, il leggendario compositore le cui musiche echeggiano nelle nostre orecchie da decenni, presenta un lavoro davvero insignificante, ti convinci che questo film non si doveva fare, almeno non lasciando George Lucas da solo al timone del Millennium Falcon.

La grande avventura ha avuto inizio, ma nel peggiore dei modi. Consoliamoci sapendo che più in basso di così, questa saga, non potrà mai cadere, e che ci aspettano delle vette significative, una volta che i Cloni avranno terminato il loro attacco.

giovedì 3 dicembre 2015

Predestination

Per essere un'opera che richiama sin dal titolo, ossia Predestination, il concetto di predestinazione, nudandolo però di ogni coniugazione da religiosa dottrina, il lungometraggio dei gemelli Michael e Peter Spierig, cineasti australiani nati in Bassa Sassonia, mette in dubbio fin dall'inizio questo stesso concetto. E', dunque, possibile modificare il corso degli eventi, che siano essi accaduti o futuri?
Nell'arco delle ventiquattrore dell'11 luglio 1959, lo scrittore americano di fantascienza Robert A. Heinlein scrisse un racconto breve titolato ...All you zombies..., conosciuto in italia come Tutti voi zombie, pubblicato nel marzo dell'anno successivo sulla rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction. Proprio su tale racconto, che viene espressamente citato in una battuta del film, che verte su viaggi nel tempo e loro paradossi, si basa questa terza fatica cinematografica, datata 2014 e uscita nelle nostre sale solo quest'anno, dei fratelli Spierig.
L'incipit è il seguente. Un agente temporale governativo (Ethan Hawke) viaggia nel tempo per dare la caccia a un terrorista dinamitardo, ribattezzato dalla stampa Fizzle Bomber, in modo da poterlo fermare prima che compia, nel 1975, la sua più grande strage, ovvero radere al suolo un intero quartiere di New York, causando così la morte di oltre undicimila persone. In qualche modo, però, lo stragista riesce sempre a cambiare la data dell'evento, diventando così inafferrabile. Quanto appena scritto viene narrato allo spettatore nei primi 180 secondi di visione. Per quanto concerne il resto terrò l'acqua in bocca, perché Predestination è uno dei film di fantascienza più densi e ben congegnatati degli ultimi cinque anni, almeno, e andrebbe visto sapendone il meno possibile.

Sei un giocatore di poker, anzi siete in due, seduti a uno dei tavoli dove solo pochi osano giocare, ovvero il tavolo della fantascienza. Avete un budget irrisorio. Con le fiches dinanzi a voi non potreste comperare nemmeno le noccioline che i vostri avversari sgranocchiano mentre giocano. Sapete però una cosa che in molti ignorano, ovvero che quasi tutti i vostri avversari non sono abili. Cosa fate? Ripassate le regole del gioco, mettete a mente cosa siete in grado o non in grado di fare, programmate come utilizzare le fiches. E attraverso bluff, colpi di genio e un pizzico di fortuna, potreste portare il piatto a casa, ovvero ritagliarvi uno spazio in quella Savana spietata che è la distribuzione cinematografica, invasa da pachidermici e agguerriti blockbusters. Quest'anno ci sono riusciti in molti, e ci riescono anche gli Spierig bros. Se con Undead, commedia zombie del 2003, e Day Breakers - L'ultimo vampiro, horror tinteggiato di fantascienza del 2009, non erano riusciti a lasciare nessun segno del loro passaggio, con Predestination i due cineasti dalla terra dei canguri riescono a farsi decisamente notare.
C'è una solidissima sceneggiatura, firmata dai due, alla base del tutto, in grado di mantenersi integra nonostante scosse e ruzzoloni. All'interno, un complesso sistema di scatole cinesi che si dispiega con estrema semplicità ed eleganza agli occhi di chi osserva, grazie anche a un montaggio raffinato (opera di Matt Villa), che non si limita a congiungere le inquadrature in maniera grammaticalmente perfetta (niente scavalcamenti di campo), ma che diventa una vera e propria voce narrante invisibile. Questo sistema è un motore, capace non solo di trainare il carro dell'intrattenimento per ben 97 minuti, arrivando a toccare a velocità folli, ma di far trottare anche la riflessione, colpendo col frustino da fantino il neurone dello spettatore. Fantascienza che riflette l'uomo per riflettere sull'uomo, sulla sua vulnerabilità e mutabilità. Come cambia il significato che attribuiamo alla nostra esistenza quando comprendiamo il reale funzionamento di quel poderoso meccanismo che è il tempo? E' legittimo uccidere qualcuno che in futuro farà del male a molta gente? Se, come Doc Brown ci ha insegnato, lo spaziotempo è un continuum dove tutto esiste contemporaneamente, è legittimo ritenersi immortali?
Non si resta però confinati al campo della riflessione filosofica su principi di fisica teorica. Sono rimasto decisamente colpito dal tipo di tematiche tirate in ballo, che mai avrei immaginato di trovare in un film di genere e del genere. Il gusto, la delicatezza e l'intelligenza con cui le si affronta, trasformano molti momenti di Predestination in una carezza.

Gestire la narrazione di un thriller basato su viaggi nel tempo, condito con flashback e flashforward, non è compito semplice. Nel film sono presenti piccole sbavature narrative, ma errori veri e propri non mi è parso di trovarne. L'importante è non confondere paradossi temporali per buchi di sceneggiatura.
Intuibilmente Predestination ricorre a dei piccoli stratagemmi di regia e montaggio (un dato volto viene sempre nascosto da un'ombra, c'è taglio improvviso in un momento importante, ecc. ecc.) per evitare che le carte vengano svelate troppo presto. Gli Spierig non hanno un acume registico tale da riuscire a mascherare l'uso di questi piccoli stratagemmi ormai classici, ma ne hanno a sufficienza per far sì che lo spettatore trovi il bandolo della matassa solo quando mancano pochi minuti alla conclusione, sebbene una importante rivelazione arrivi in nettissimo ritardo.
Come Gone Girl ci ha ricordato, in opere con una struttura simile la regia deve cedere parte della propria ricchezza in favore della funzionalità. La regia qui si muove su un fronte molto semplice, elementare, ma vive comunque di un gusto particolare per la composizione dell'immagine, anche per merito della splendida fotografia di Ben Nott. Mi diverte il modo in cui la fotografia varia  a seconda del decennio in cui è ambientata la sequenza, ricalcando il tipo di fotografia in voga nel cinema del periodo (luce ipersatura per gli anni '40, tinte scure nei '70, colori freddi quando arriva quasi ai giorni nostri).
Nei primi anni del secolo scorso Albert Einstein, seduto in un caffè di Berlino, osservando un uomo fermo al centro di una piazza realizzò che, nonostante tutto, quell'individuo si stesse muovendo. Non in una delle tre dimensioni all'epoca considerate, ma in una quarta, ovvero il tempo. Quindi consentitemi di dire che i personaggi di Predestination arrivano a essere addirittura quadrimensionali. Il duo attoriale formato da Ethan Hawke (sempreverde, semprebello, semprebravo) e Sarah Snook (mai sentita nominare prima) funziona alla grande e dà una marcia in più a questo pregevole pezzo di fantascienza.