sabato 31 ottobre 2015

It's Halloween, Charlie Brown #3: Due occhi diabolici

Non ho mai indossato un costume spaventoso, né mai sono andato a zonzo schiamazzando "dolcetto o scherzetto?". Però, la sera del 31 ottobre, prima di coricarmi a letto, ero solito leggere alcuni dei racconti del terrore scritti da Edgar Allan Poe. Si tratta di una personale tradizione nata (non ricordo bene perché) ai tempi delle elementari e che ho portato avanti sino al termine dell'adolescenza. Preferivo, e continuo a preferire, Howard Philip Lovecraft e Stephen King al celebre scrittore di Boston, ma per qualche strana ragione ho sempre ritenuto essere i racconti di Poe quelli più adatti alla notte delle streghe e degli spettri. Ogni 31 ottobre, per anni, sono entrato in casa Usher, ho visto il volto della Morte Rossa e sono stato inghiottito dal Maelström.

Mancano pochissime ore alla notte di Halloween, quindi per riprendere, almeno in parte, quella personale tradizione, vi parlo di Due occhi diabolici (Two Evil Eyes, il titolo originale), un film del 1990, che si compone di due episodi, entrambi di 50 minuti, ispirati a due racconti dell'orrore di Edgar Allan Poe, dei quali si da una rilettura in chiave contemporanea (anche perché il budget a disposizione non permetteva certo di avere un'ambientazione ottocentesca). Le penne alla sceneggiatura, così come gli occhi alla regia, sono di George A. Romero e Dario Argento. Inizialmente il film avrebbe dovuto comporsi di quattro episodi, che però si dimezzarono a causa dei forfait di Wes Craven e John Carpenter.

Dopo una brevissima introduzione in una nevosa Baltimora, Maryland, che mostra il luogo di sepoltura del Maestro del racconto gotico, voliamo a Pittsburgh, in Pennsylvania, dove sono ambientati entrambi gli episodi. Il primo è Fatti nella vita del signor Valdemar, scritto e diretto dal maestro George A. Romero, il quale si basa sul racconto, scritto e pubblicato nel 1845, La verità sul caso di Mr. Valdemar. Siamo nel 1990 e Jessica (interpretata da Adrienne Barbeau, dolce metà di John Carpenter) è la moglie del ricco e morente Ernest Valdemar (Bingo O'Malley). La donna con la complicità del suo amante, il medico Robert Hoffman (Ramy Zada), ipnotizza Ernest al fine di indurlo a firmare documenti testamentari attraverso i quali poter ottenere l'intero patrimonio. Ernest, però, muore mentre è ancora sotto ipnosi e ciò avrà delle ripercussioni inimmaginabili.
E' sufficiente solo nominarlo, il papà degli zombie, affinché lievitino, sino ad altezze vertiginose, le aspettative di qualunque cinefilo, ma in questa occasione George Romero fornisce una prova decisamente sottotono. Per quanto concerne la scrittura si può notare una bella caratterizzazione dei personaggi, nonché la presenza di molteplici spunti narrativi (chi sono loro? cosa c'è oltre la vita?) e dei temi (l'avidità, la crudeltà, la debolezza umana) tanto cari al cineasta, ma si cammina sempre sul pelo dell'acqua, senza mai immergersi per approfondire qualcosa. Il regista newyorkese sembra incapace di muoversi agevolmente nello spazio ristretto di un mediometraggio. Ciò che più colpisce è una certa piattezza a livello registico; non ci sono certamente errori di ripresa o montaggio, ma le inquadrature sono prive di quella forza a cui Romero ci aveva abituato. Inoltre non tutte le scelte di messa in scena sono felicissime, e in qualche occasione si lascia trasparire con troppa facilità la mancanza di budget e mezzi. Sembra quasi che il regista giri in maniera svogliata. Fatti nella vita del signor Valdemar è un episodio comunque ben fatto, che intrattiene lo spettatore, grazie ad alcune scene ben pensate e ad una gestione dei tempi ottimale; risulta qualitativamente a metà strada tra un film cinematografico e l'episodio di un serial tv dei primi anni '90.

Il secondo episodio è Il gatto nero, tratto dall'omonimo racconto scritto nel 1843, diretto dal nostrano Dario Argento, il quale sceneggia assieme a Franco Ferrini. Roderick Usher (interpretato dal grandioso Harvey Keitel) è un fotografo di cronaca nera, morbosamente attratto da morte, violenza e perversione. Un giorno la sua compagna, Annabelle (Madeleine Potter), fa entrare in casa un gatto nero con una grossa macchia bianca sul petto. Durante un servizio fotografico, Rod ucciderà il gatto e ciò innescherà una terribile spirale di eventi.
Se in Fatti nella vita del signor ValdemarRomero si è distanziato parecchio dal racconto originale di Poe, conservandone però lo spirito gotico di fondo, nel suo episodio Dario Argento si prende ancora più libertà nei confronti del testo scritto. Il gatto nero ha davvero poco da spartire con il relativo racconto, risultando più un collage di situazioni ed eventi che traggono ispirazione da tutta la produzione letteraria di E. A. P. Che incarni lo spirito delle parole dello scrittore o meno, a me, nulla importa. Ciò che conta è che questo episodio presenta diverse incrinature e sviste, anche piuttosto banali, da un punto di vista narrativo. Diversi momenti servono da riempitivo, i passaggi da una situazione all'altra sono quasi sempre criptici, o addirittura privi di un senso, e lo sviluppo psicologico dei personaggi è talmente brusco e irregolare da risultare inverosimile. Quest'ultima è una pecca di rilievo per un film che intende narrare la discesa nell'abisso della follia di un uomo che ha fatto dell'orrore il proprio pane quotidiano. Da far venir voglia di tirare bacchettate sulle mani a tutta la troupe è la ricostruzione scenica dell'onirico medioevo nel quale Rod si trova catapultato; visivamente brutto oltre che chiaramente fasullo.
Ma l'episodio di Darione nazionale risulta quello più scorrevole, nonché piacevole, del film, merito di una regia sempre ispirata e che a tratti sforna puri colpi da maestro (cose che lascia alquanto sorpresi visto che in quel periodo il talento di Argento si era già gravemente ossidato) e di un certo Harvey Keitel, il quale riesce a essere espressivo persino quando è inquadrato di spalle (e che in una scena mi ha ricordato il fotogramma finale di Youth). Se Romero racconta una buona storia con poca enfasi, Argento racconta stronzare con grande convinzione. Il gatto nero è un episodio buono, a tratti davvero notevole.

Quindi, se mai vi siete chiesti quale sarebbe il risultato nel caso si ponessero due grandi registi alla direzione di uno stesso film, ora avete la risposta. Due occhi diabolici è un film discreto, tutt'altro che imprescindibile nonostante i nomi chiamati in causa. Più che diabolici questi occhi risultano leggermente spenti e appannati. Voci di corridoio affermano che durante la lavorazione della pellicola le litigate tra Romero e Argento siano state particolarmente accese, dove l'ultimo accusava il primo di aver fatto il proprio lavoro in maniera superficiale. Sinceramente, Argento sembra aver ragione.

Dopo Babadook di Jennifer Kent e Halloween II - Il signore della morte di Rick Rosenthal, questa era l'ultima delle pellicole che avevo intenzione di proporvi per il 31 ottobre. Che optiate per una calda notte di sonno, per una maratona no-stop di film horror o per una sbronza talmente forte da farveli vedere seriamente streghe e fantasmi, io vi auguro buon Halloween!

venerdì 30 ottobre 2015

It's Halloween, Charlie Brown #2: Halloween II - Il signore della morte

Il termine Halloween è la variante scozzese dalla locuzione All Hallows Eve (spesso abbreviata in Hallow's Eve), con la quale si indica la vigilia di Ognissanti. La celebrazione di Halloween affonda le radici nella festa di Samhain, spesso conosciuta anche come Capodanno celtico, una ricorrenza pagana di origine gaelica che cadeva nella notte tra il 31 di ottobre e il primo giorno di novembre, e che segnava la fine del raccolto e l'avvento della stagione fredda. I Celti usavano vestirsi con pelli di animale, e girare con delle lanterne ricavate da rape intagliate, al fine di spaventare i numerosi spiriti maligni che, secondo le leggende, infestavano la loro terra in quel dato periodo. Le pelli di animale divennero costumi elaborati e le rape vennero sostituite con delle zucche quando la festa di Halloween prese piede negli Stati Uniti, grazie alla massiccia immigrazione irlandese verificatasi agli inizi del secolo scorso.

Halloween si avvicina e quale occasione migliore per parlare di pellicole a grana orrorifica? A seguire Babadook, di Jennifer Kent, proposto ieri, c'è Halloween II (sottotitolato da noaltri Il signore della morte), film del 1981 diretto da Rick Rosenthal, seguito diretto di Halloween del 1978.

Quanto seguente contiene spoiler!

Benché girato a tre anni di distanza dal precedente, il secondo capitolo della saga di Halloween riprende il filo narrativo esattamente da dove Carpenter lo aveva interrotto. E' la notte del 31 ottobre 1978, Michael Meyers è ancora vivo e desideroso di uccidere, mentre Laurie Strode (Jamie Lee Curtis), ferita e sotto choc, viene condotta in ospedale. Il dottor Loomis (Donald Pleasence) tenterà di fermare Michael, ma nel corso della notte emergeranno sconvolgenti verità.

Torna Michael Meyers e siamo tutti contenti (un po' meno le sue vittime). A dare corpo all'inarrestabile killer questa volta non c'è il duo Tony Moran/Nick Castle, ma il solo Dick Warlock, uno stuntman, il quale per ottenere la parte rubò la maschera di Michael e attese per ore, con questa indosso, nell'ufficio di Rosenthal. Warlock era però più basso di statura rispetto a Moran e Castle, e benché abbiano tentato di camuffare la cosa ricorrendo a delle pedane (come fatto, per esempio, con Tom Cruise per Intervista Col Vampiro), questo Michael è visibilmente più basso, nonché meno robusto. La maschera adoperata per le riprese è la stessa del film precedente, notevolmente spiegazzata (durante le pause tra le riprese del primo, Castle tendeva a piegarla e infilarla in tasca) e ingiallita (Debra Hill l'aveva conservata per tre anni sotto un letto, senza mai pulirla). Ma tutto questo non fa perdere neanche un grammo di fascino al caro Mike.
Torna quello splendore che risponde al nome di Jamie Lee Curtis (la più pagata tra il cast, ma compare solo per 25 minuti) nei panni della povera Laurie (il tizio a finire carbonizzato nella scena dell'incidente è Bennett Tramer, citato nel primo film poiché è il ragazzo per il quale Laurie ha una cotta), e non poteva certo mancare all'appello il determinatissimo Donal Pleasance a impersonare l'altrettanto determinatissimo dottor Sam Loomis, un personaggio che oscilla tra l'essere un detective cazzuttissimo e un vecchio rincoglionito. Alla rimpatriata prende parte anche Marion Chambers, comparsa nella scena della fuga di Michael nel film di Carpenter, interpretata da Nancy Stephens, la quale, durante le riprese, conobbe e  si innamorò del regista Rosenthal, suo futuro marito.
Riproposte anche in questa sede le citazioni a Profondo Rosso (la tizia affogata è un chiaro omaggio), a La Notte Dei Morti Viventi (proiettato in tv) e all'immancabile Psycho.

Non torna però John Carpenter, o quanto meno si limita a produrre e sceneggiare a braccetto con Debra Hill, lasciando il posto dietro la mdp a Rick Rosenthal, il quale, inutile dirlo, non si rivela all'altezza del predecessore. La fotografia realizzata da Dean Cundey, il montaggio effettuato da Mark Goldblatt e Skip Schloolnik, la scenografia ospedaliera allestita da J. Michael Riva, sono tutti pezzi di pregevole fattura, nei quali è inoltre palese come il budget messo a disposizione dai produttori Moustapha Akkad e Irwin Yablans fosse (2,5 milioni di dollari) nettamente superiore rispetto a quello per il primo capitolo (che di dollari ne aveva solo 300 mila), ma Rosenthal non è abilissimo nel metterli insieme. La tensione latita per quasi tutta la prima ora di film (quindi 60 dei 90 minuti che lo compongo) per via di una non proprio felice gestione dei tempi; alcune morti sono goffe o palesemente finte a causa di una certa incapacità nel metterle in scena. Aggiungesi che si tratta del sequel di un film che aveva già detto tutto quella che c'era da dire circa quella storia, e per riportare su schermo gli stessi personaggi ci si è dovuti inventare uno stratagemma narrativo fallace sotto molteplici punti di vista, ovvero che Laurie e Michael sono fratelli (ma per favore, vi è venuto in mente guardando Guerre Stellari?).
Sopratutto a mancare è il gusto e il senso per l'inquadratura, quella capacità di far sentire lo spettatore oppresso, braccato, intrappolato, di cui viveva il film del '78. Rosenthal però non è certo un incapace e confeziona comunque un lungometraggio dignitoso, con scene d'impatto e sequenze ricche di tensione, in grado di tenere lo spettatore sino ai titoli di coda. Halloween II - Il signore della morte porta a casa una sufficienza, senza infamia e senza lode. Consigliato a tutti i fanatici dell'horror e, per completezza, a coloro che hanno amato il primo film.

Ma chi è davvero Michael Meyers? Che quella scritta, che compare a metà film, Samhain, sulla lavagna di una scuola elementare, non ci suggerisca che Michael sia la manifestazione fisica di quegli spiriti che i Celti, nella notte di fine ottobre, cercavano di scacciare?

giovedì 29 ottobre 2015

It's Halloween, Charlie Brown #1: Babadook

Non ho mai amato particolarmente le festività. Però, tra tutte, non poteva che essere Halloween quella a esercitare su me il fascino maggiore. Vuoi che essendo una ricorrenza d'importazione anglosassone sia spoglia di quella irritante aura di religiosità che riveste ogni festività nostrana (niente ammorbanti preghiere o processioni), e vuoi sopratutto l'innata propensione per l'orrore e il macabro, ma quella tra il 31 ottobre e il 1 novembre è per me la notte più suggestiva dell'anno. Il momento in cui un corvo proveniente dalle sponde plutoniane della notte potrebbe posarsi sul mio busto di Pallade, in cui nella lontana cittadina di Dunwich si palesano gli orrori più indicibili. Mi piace Halloween perché, improvvisamente, a tutti vien voglia di lasciarsi spaventare.
Come il più beota dei bimbiminchia, colgo la zucca al balzo per parlare in questi tre giorni di tre film horror. Mi è parso d'obbligo aprire le danze con Babadook.

Il seguente testo contiene spoiler!

Amelia Vanek (Essie Davis) è una giovane vedova che viva sola con suo figlio Samuel (Noah Wieseman). Il bambino, di quasi sette anni, soffre di disturbi comportamentali, dai quali ha origine una forma particolarmente grave di iperattività. Non è affatto semplice per Amelia dividersi tra casa e lavoro, cosa che la spinge a sentirsi sempre più debole. A complicare tutto c'è il ritrovamento di un libro per bambini che narra la spaventosa storia di un mostro chiamato Babadook. Con il passare del tempo Babadook comincerà a manifestarsi e svelerà i suoi terribili intenti.

The Babadook è un film australiano del 2014, diretto dall'esordiente Jennifer Kent, la quale, ispirandosi al suo precedente cortometraggio del 2005, Monster, e avvalendosi di un budget di appena due milioni di dollari, propone uno degli horror più interessanti dell'ultimo periodo. Dico ciò perché Babadook è lontano dall'essere un jumpscare mordi e fuggi, rivelandosi piuttosto una pellicola capace di scavare con intelligenza nell'argomento sul quale posa le fondamenta e offrire tantissimi spunti di riflessione sulle dinamiche intrafamiliari e su come, in casi e condizioni particolari, queste possano degenerare verso l'aberrante. Se per regia, tempi e messa in scena, il film della Kent richiama alla mente alcune delle prime pellicole di Roman Polanski, Babadook è concettualmente più vicino a Shining di Stanley Kubrick di qualunque altro film.
Nei testi di psicologia infantile, special modo nei punti in cui si analizza lo sviluppo delle strutture psicologiche durante la prima infanzia, si mostra come tutti i bambini, prescindendo il contesto culturale-linguistico nel quale si trovano inseriti, cominciano ad esprimersi adoperando i medesimi suoni (mama, dada, papa), motivo per il quale le parole di tutte le lingue legate all'infanzia si somiglino foneticamente. Si riportava un esempio, ovvero dada book, modo nel quale un bambino inglese di quasi due anni indicava un libro che apparteneva a suo padre (daddy's bookil libro di papà). La parola Babadook appare a me come una sorta di distorsione di quella frase rudimentale. 
Babadook in fondo è un film che racconta di come un trauma non superato, ovvero la perdita di un membro della famiglia, in un ambiente colmo di tensioni finisca per generare una frattura scomposta. Se si interpreta L'Esorcista di William Friedkin come una metafora sulla crescita e sul sopraggiungere della pubertà, il mostro che inizialmente si presenta come Capitan Howdy (tradotto come Capitan Gaio) altro non è che il trauma originato dalla presa di coscienza da parte della giovane Regan, nel giorno del suo compleanno, del fatto che a suo padre Howard poco o nulla importa di lei  (Howdy è il diminutivo proprio di Howard, il quale si lascia intendere sia un pilota d'aerei, dunque Captain). Babadook è frutto della mente di Amelia (tutto sembra suggerire che sia proprio lei, ex scrittrice per bambini, l'autrice del libro) e acquisisce forza con l'avvicinarsi del compleanno di Samuel, che concorre lo stesso giorno della morte del marito Oskar. Le ricorrenze hanno una forza intrinseca spropositata, di cui molti sembrano non accorgersi.

Interessante come Jennifer Kent mostri il modo in cui alcuni comportamenti familiari, ritenuti generalmente giusti, appropriati, siano e si rivelino, in realtà, controproducenti. Ogni gesto iniziale di Amelia è mosso dall'amore nei confronti di suo figlio, ma ciò non fa altro che accrescere la sua nevrosi e peggiorare il disturbo di Samuel. Psichiatri, psicologi, medici, assistenti sociali, educatori, possono spaventare, ma sanno ciò che fanno. L'essere così ciecamente protettivi, escludendo qualsiasi forma di aiuto esterno che viene visto come un'intrusione, è molto pericoloso. L'ambiente familiare che ci viene presentato non ha sbocchi, è come una pentola a pressione senza valvole di sfogo, destinata a esplodere. Ed è ciò che accade. Che prenda la forma di Babadook o di Calimero poco importa, l'escalation di violenza è inevitabile. Babadook non è che una maschera e un costume che utilizziamo per nascondere ciò che ci spaventa, che può farci del male, che non vogliamo. Qualcosa di cui non potremo mai liberarci e con quale dovremo scendere a patti, imparando a gestirlo.

Per essere una esordiente Jennifer Kent dimostra di sapere il fatto suo. Dal punto di vista tecnico il film è inattaccabile, in quanto la regia e il montaggio non solo presentano una grammatica perfetta (tutto è visivamente comprensibile, coerente), ma sono capaci di concedersi qualche tocco di genio (la scena iniziale, per fare un esempio). Se una pecca si vuol trovare, allora bisogna notare come la gestione dei tempi non sia altrettanto perfetta, visto che il lungometraggio tende a dilungarsi un pochino nella parte finale, perdendo così un pizzico di mordente. Molto bella la fotografia di Radek Ladczuk, che smorza i tipici colori cinematografici australiani, sempre molto caldi e avvolgenti, per rendere il tutto glaciale, quasi al limite del bianco e nero. Interessante il design di Mister Babadook, che sembra uscire dritto da Il Fantasma Del Castello (titolo originale London After Midnight) film perduto di Tod Browning, trascinandosi dietro diverse influenze dell'espressionismo tedesco. Notevoli le interpretazioni del piccolo Noah Wieseman (che riesce veramente a irritare, ma nel senso buono) e di Essie Davis (vista già in Matrix Revolutions e Il Trono di Spade). Babadook è un davvero un bel film, nonché l'horror migliore dai tempi di The Conjuring - L'evocazione di James Wan. Qualcuno dice non faccia paura, ma la prima volta che Babadook compare in scena a me è venuta la strizza.

lunedì 26 ottobre 2015

Insalata con vino rosso

Torna Insalate, la rubrica (?) che serve a un solo e unico scopo: permettermi di inserire battute a sfondo culinario nei vaneggiamenti sul cinema. Oggi tre film con protagonisti le creature della notte.


KISS OF THE DAMNED

Djuna (Joséphine de La Baume) è una vampira che vive sola in una casa sperduta nei boschi del Connetticut. La sua specie è ormai ridotta a una piccola cerchia di individui che, in quanto dediti al politically correct, hanno deciso di nutrirsi esclusivamente con sangue animale. Djuna si innamora di Paolo (Milo Ventimiglia), sceneggiatore hollywoodiano in cerca di serenità. Dopo averlo trasformato in vampiro, i due inizieranno un'idilliaca relazione amorosa, che verrà però messa a dura prova dall'arrivo di Mimi (Roxane Mesquida), l'irriverente sorella minore di Djuna.
Kiss Of The Damned, film indipendente made in USA, datato 2012 (in Italia uscirà direct-to-video il 29 ottobre), segna l'esordio dietro la macchina da presa di Xan Cassavetes, figlia di John Cassavetes e Gena Rowlands, già vista nei panni di attrice in Alpha Dog (lungometraggio del 2006, scritto e diretto dal fratello Nick Cassavetes). Credo che l'esordio alla regia di Xan potrebbe essere perfettamente sintetizzato con un "ci prova, ma non ci riesce". Non è di sicuro il classico polpettone amoroso cucinato in salsa di vampiro con cui cinema, televisione, libri e fumetti ci hanno ingozzato negli ultimi anni. Qui la voglia di costruire qualcosa di diverso e personale, partendo da archetipi classici, c'è e si vede in alcuni spunti e in qualche scelta. Però il film si rivela non sempre capace di tenere fede alle proprie intenzioni e finisce spesso per ristagnare nei soliti cliché.
Parto dalla bella, quanto glaciale, fotografia di Tobias Datum, in grado di donare concretezza all'ambientazione senza mai appiattirsi o risultare ripetitiva. Altro punto a favore del film è la colonna sonora di Steven Huesteter, la quale gioca (come in realtà fanno tutti i film indipendenti) con classico e moderno, arrivando a delle scelte acustiche davvero convincenti.
Per il resto... poco o nulla. La sceneggiatura, redatta dalla stessa Cassavetes, non riesce a conferire profondità ai personaggi, soprattutto ai due protagonisti e alla loro storia d'amore. L'unica a suscitare interesse è Mimi, che in quanto scritta per essere stronza presenta un po' di pepe in più.
A mancare pesantemente a Kiss Of The Damned è il "mestiere del regista". Non si riesce a portare su pellicola in maniera convincente alcuni passaggi cruciali (come la trasformazione in vampiro), colpa di una regia e di una messa in scena spesso prive di qualunque mordente (e che di tanto in tanto si aromatizzano di banale). A ciò si aggiunge anche un casting alquanto scialbo (eccezzion fatta per la Mesquida) e una direzione degli attori che sembra non esistere.
La Cassavetes era consapevole di avere per le mani una storia dalla quale (come tutte le storie sui vampiri) poter sviluppare molteplici discorsi. Ne sceglie due. Il primo è inerente l'impossibilità di andare contro la propria natura, di non cedere agli istinti più profondi e primordiali, ma è tirato in ballo solo in due o tre occasioni e gettato via quando è ancora a mezza cottura. Il secondo, che si esperisce nell'arco di una sola sequenza, invece riflette su virtù e debolezze umane dal punto di vista di chi, da tempo, umano non lo è più, ma è una riflessione che non si ramifica e resta chiusa in un solo punto di vista (se si parla delle differenze fra uomini e vampiri a livello filosofico-scientifico non si può non tener conto di come l'immortalità vada contro il concetto di evoluzione, e di come ciò renda la specie estremamente vulnerabile).
Come esordio non è il massimo della vita, anzi... Non metterei però una croce tombale sopra la carriera da regista della Cassavetes.
Consigliato: No! Dignitoso nonostante le tante pecche, ma guardarlo risulta emozionante quanto mangiare un gambo di sedano.


INTERVISTA COL VAMPIRO

San Francisco, 1993. In una stanza d'albergo, il vampiro Louis de Pointe du Lac (Brad Pitt) narra la storia della propria vita al giornalista Daniel Malloy (Christian Slater). Un lungo racconto che parte dalla Louisiana del 1791 e giunge nella California dei primi anni '90, passando per il vecchio continente del XIX secolo, in compagnia di Lestat de Lioncourt (Tom Cruise), Claudia (Kirsten Dunst) e Armand (Antonio Banderas). Il viaggio di un immortale che brama la pace eterna.
Intervista col vampiro (Interview With The Vampire: The Vampire Chronicles il titolo originale) è un film del 1994, diretto dall'irlandese Neil Jordan, ispirato all'omonimo romanzo di Anna Rice, primo capitolo della saga letteraria Cronache dei vampiri. Parlo in realtà di una delle pellicole cinematografiche più conosciute, nonché lodate, dai componenti della mia generazione. La mia ex ragazza adora questo film ed è stata proprio lei, alcuni anni fa, a prestarmi il dvd grazie al quale ho potuto vederlo per la prima volta. Ero innamorato, ai tempi, e di conseguenza sono totalmente passato oltre il fatto che lei di cinema non ci ha mai capito una mazza.
Il soggetto alla base della pellicola è certamente intrigante, ovvero la storia di un vampiro secolare che ha visto e vissuto luoghi ed epoche distanti nello spazio e nel tempo, come quadro per parlare del decadimento morale dell'individuo non soggetto al decadimento fisico. Il problema principale è il modo in cui tale plot viene sviluppato, quindi insito nella sceneggiatura scritta dalla stessa Anne Rice (per la serie "tenete lo scrittore il più lontano possibile dall'adattamento cinematografico"). A balzare subito all'attenzione è la piattezza e la banalità dei dialoghi che, da una parte, tendono a rimarcare cose già palesi attraverso le immagini e, dall'altra, a ripresentare ciclicamente gli stessi concetti. Nebulose frasi filosofiche ed esistenziali formano una fitta nebbia con la quale si tenta di nascondere la verità, ovvero che nel corso del film non si riesce a sviluppare alcun tipo di ragionamento o riflessione. E' un film vuoto, una successione di eventi, che tenta di apparire più acuto e profondo di quanto in realtà sia, ma che finisce per sgonfiarsi come un soufflé cucinato male. Ciò è confermato anche dal fatto che nessuno dei personaggi presenta alcun tipo di sviluppo psicologico.
Inoltre, quando il protagonista è il personaggio meno interessante dell'opera, qualche domanda sulla qualità della stessa bisognerebbe porsela. Diserta ogni tipo di empatia e langue qualsiasi attrattiva nei confronti di Louis. Chi lo circonda è certamente più accattivante per lo spettatore, ma solo a tratti. L'unico personaggio, o l'unica per meglio dire, a funzionare, sempre, è Claudia, interpretata dalla giovanissima e brava Kirsten Dunst. La sua comparsa in scena permette non solo al film di accelerare il ritmo, ma sono sue le scene più divertenti e che offrono l'unico spunto interessante (ovvero quello sul rapporto tra crescita fisica e mentale). Se si analizza la riuscita di un personaggio non si può non tener conto dello spessore della recitazione che lo sorregge, e di rado si sono viste delle prestazioni attoriali scialbe come quelle fornite da Brad Pitt (il peggiore di tutti) e Antonio Banderas, una coppia di due di picche con le capacità espressive di una ciabatta. Tom Cruise ha brillato poche volte nella sua carriera e di certo non è questo il caso, ma quando c'è da mandare Lestat sopra le righe riesce a svolgere bene il suo lavoro. Tenete inoltre conto del fatto che il doppiaggio italiano compie un vero miracolo in questo caso, perché in lingua originale 'sti tre sono inascoltabili.
Alcune piccole scelte di regia e messa in scena non convincono (es: le scene di lotta nel teatro), e spesso sono incapaci di nascondere i limiti dei mezzi tecnici a disposizione, ma la direzione di Jordan è tutto sommato discreta, come la fotografia di Philippe Rousselot (che incespica però nella gestione della luminosità nelle scene degli incendi).
Intervista col vampiro avrà punti a suo favore? Certo! Le ricostruzioni sceniche della Louisiana di fine '700 e della Parigi di metà '800 sono straordinare (opera di un talento immenso che risponde al nome di Dante Ferretti), così come i costumi (realizzati dalla brava Sandy Powell) e gli effetti (made in Stan Winston), che permettono al film di mantenere inalterato un certo fascino di fondo. Inoltre il lungometraggio presenta un buon ritmo e diverse scene sono ben congegniate e suggestive. Siamo però molto lontani dal poterlo definire un bel film e sono convinto che molti non riescano a notarne le pecche in quanto legati a Intervista col vampiro da un sentimento nostalgico che travolge tutto ciò che si è avuto modo di vedere in età adolescenziale.
Consigliato: nì. La dimostrazione che già 15 anni prima di Twilight i vampiri al cinema non se la passavano proprio benissimo.


SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO

I vampiri Adam (Tom Hiddlestone) e Eve (Tilda Swinton) sono amanti da tempo immemore. Lei vive nella calda Tangeri, in compagnia dell'anziano amico Christopher Marlowe (John Hurt). Lui dimora in una sempre più desolata e fatiscente Detroit, e attraversa una profonda crisi esistenziale, l'ennesima, che lo porta a isolarsi da tutti. Quando Eve vola negli Stati Uniti per ricongiungersi con Adam, le cose per la coppia sembrano volgere al meglio, ma l'arrivo improvviso di Ava (Mia Wasikowska), irriverente sorella minore di Eve, scombina le carte in tavola (mmmmh! dove ho già sentito una trama simile?).
Non è affatto semplice, almeno per me, parlare di una pellicola come quella in questione. Solo gli amanti sopravvivono, film del 2013 presentato alla 66ima edizione del Festival di Cannes, è l'ennesima prova con la quale Jim Jarmusch dimostra di essere uno dei migliori registi contemporanei. Se una certa pacatezza nella narrazione è sempre stata un tratto distintivo dello stile del cineasta, in Only Lovers Left Alive (titolo originale dell'opera) i tempi della storia, che ruotano attorno a pochi eventi, vengono dilatati quasi sino al limite dello snervamento narrativo. Non si scende a compromessi di alcun tipo con lo spettatore abituato ai ritmi tachicardici del cinema odierno, quindi non mi sorprende che molti l'abbiano bollato come "noioso". Jarmusch sfodera registicamente quella qualità tecnica che è tipica dei grandi maestri, costruendo un impianto filmico in grado di ipnotizzare lo spettatore e grazie al supporto del quale riesce a prendersi tutto il tempo che vuole per intessere la psicologia dei personaggi, e attraverso loro (i riferimenti biblici nei loro nomi non sono certo un caso) poter riflettere sul mondo, sull'arte e sulla storia. Una meravigliosa e romantica ballata.
Chic e snob, bello e malinconico, il vampiro diviene una figura estremamente concreta e verosimile, merito anche dell'eccellente cast. Quando hai inalato i profumi di una natura incontaminata, ammirato gli ingegneri dell'impero romano ripensare il mondo, udito Beethoven comporre la nona sinfonia, letto di Galilei e della sua visione dell'universo, come puoi resistere nella società dei social network, dei falsi miti, delle multinazionali, dell'inquinamento e delle guerre batteriologiche? Se solo chi ama sopravvive, come sopravvivi in un mondo in cui c'è sempre meno da poter amare?
La meravigliosa fotografia di Yorick Le Saux e le straordinarie musiche scelte e composta da Jozef van Wissem riescono a intensificare il rapporto che intercorre tra i personaggi e il loro ambiente, il modo in cui uno riflette l'altro. L'esotica Tangeri e la gelida Detroit. L'amore per l'arte non solo traspare dai discorsi filosofici dei personaggi, ma trasuda da piccoli oggetti. C'è qualcosa di sensuale, quasi a livello fisico, nelle chitarre di Adam e nei libri ingialliti di Eve.
Solo gli amanti sopravvivono è un film immenso, che riesce dove i precedenti due film citati hanno purtroppo fallito, ovvero rendere il vampiro una metafora del genere umano. Una metafora maledettamente affascinante.
Consigliato: da vedere assolutamente. Se non è un capolavoro, poco ci manca.

domenica 11 ottobre 2015

American Horror Story: Murder House

Attenzione, il seguente post contiene spoiler!

Nel tentativo di superare una profonda crisi matrimoniale, la famiglia Harmon, composta dallo psichiatra Ben, dalla moglie Vivien e dalla problematica figlia adolescente Violet, si trasferisce a Los Angeles da Boston. La nuova abitazione, un villetta in stile vittoriano sita nel quartiere di Arlington Heights, è stata nel corso del tempo teatro di numerosi fatti di sangue. Com'è facile immaginare, presto gli Harmon si accorgeranno di avere in casa strani e pericolosi inquilini. 

American Horror Story è una serie televisiva (ovviamente di stampo horror) a carattere antologico (quindi, ogni stagione presenta trama, ambientazioni e personaggi differenti), prodotta e trasmessa dal canale via cavo FX a partire dal 2011. Ideatori e showrunner del serial sono Ryan Murphy (già ideatore dell'irritante Nip/Tuck e del fastidiosissimo Glee) e Brad Falchuk (collaboratore di Murphy sin dai tempi di Nip/Tuck, qui assurto al ruolo di capoccia). L'idea alla base è quella di affrontare, offrendone una prospettiva differente, gli archetipi del genere horror statunitense, difatti il tema principale della prima stagione, composta da 12 episodi della durata di 45 minuti ciascuno, e soprannominata a posteriori (o post mortem, come preferisco) Murder House, è quello della dimora infestata dagli spettri/casa maledetta. Il riferimento è sopratutto l'abitazione infestata di Amityville, a Long Island, ai cui eventi si è ispirato il romanzo The Amityville Horror (Orrore ad Amityville), scritto da Jay Anson nel 1977, e di conseguenza le omonime pellicole tratte dal libro. Su tale tema non mancano però rimandi a opere come The Others di Alejandro Amenàbar, Poltergeist di Tobe Hooper (con annesso sequel diretto da Brian Gibson) e in alcuni punti Shining, sia il film di Stanley Kubrick che il romanzo di Stephen King. Non ci si limita solo a case e fantasmi, in corso d'opera sono molteplici le situazioni e le figure tirate in ballo, come il mito di Frankenstein attraverso la storia del dottor Charles Montgometry (interpretato da Matt Ross), o la vera storia di Elizabeth Short, meglio conosciuta come la Dalia nera, che ha il viso angelico di Mena Survari. Chiare sono, da metà stagione, le influenze di Rosemary's Baby di Roman Polanski e Omen di Richard Donner.

Tutti i lavori firmati Ryan Murphy presentano una problematica comune, ovvero l'onnipresenza nella regia, nella fotografia e nella messa in scena, di una patina volta a edulcolorare e rendere cool ogni elemento dell'opera, fattore che per contrasto corrode la verosimiglianza di ciò appare su schermo e disinnesca l'effetto choc a cui American Horror Story sembra sempre puntare. In Murder House si tira in ballo la perversione sessuale ma non c'è davvero del sesso o della perversione, si cerca di raccapricciare lo spettatore ma non c'è nulla di realmente raccapricciante. Ci si trova ad assistere a uno spettacolo che è meno audace di quanto voglia apparire, forse anche per imposizione da parte della dirigenza di FX, preoccupata dalla riuscita del programma e dalle critiche che un prodotto simile avrebbe potuto attirargli addosso (basti pensare che Murphy e Falchuk hanno impiegato circa 2 anni per convincere la dirigenza a produrre il programma).

Una ulteriore debolezza di Murder House è la totale assenza di una qualsiasi idea registica (croce di molte serie). Riprese virtuosistiche si alternano a imbarazzanti errori di regia e incomprensibili scelte di montaggio (non di rado convulsamente frenetico), tutto all'insegna dell'incoerenza. Sono diversi i nomi, più o meno sconosciuti, che si avvicendano dietro la macchina da presa, come Michael Lehmann (regista di stupidaggini come Hudson Hawk - Il mago della truffa e 40 giorni & 40 notti) e Tim Hunter (che ha diretto diversi episodi di Twin Peaks, Mad Men, Breaking Bad). Il migliore della crew è il texano Alfonso Gomez-Rejon (regista di Quel fantastico peggior pomeriggio della mia vita, vincitore del premio del pubblico e del gran premio della giuria all'ultimo Sundance Film Festival) direttore dell'episodio 11, Birth (Nascita), e dell'episodio 2, Home Invasion (Il passato ritorna). La sequenza d'apertura dell'ultimo citato è il momento più alto di Murder House, 5 minuti nei quali si rende omaggio a Psycho di Alfred Hitchcock (Temptation di Bernard Herrmann inquieta in qualunque situazione) attraverso le gesta del serial killer R. Franklin (interpretato da Jamie Harris), personaggio fittizio che si ispira al vero Richard Speck, conosciuto come il Macellaio di Chicago, colpevole di aver rapito, torturato e ucciso 8 allieve infermiere del South Chicago Community Hospital. Home Invasion è l'episodio più riuscito, con i suoi rimandi a Funny Games di Michael Haneke (il remake), alle gesta della Manson Family e al fenomeno dell'emulazione. Se il texano Gomez-Rejon è il migliore della classe, il peggiore è certamente Ryan Murphy, regista del Pilot (La nuova casa), ovvero uno degli episodi peggio diretti e montati (nonché malamente scritti) che mi sia capitato di vedere.

La grande falla che rende la struttura di Murder House altamente instabile è la sceneggiatura. Ci sono delle buone intuizioni (anzi, ottime direi), le quali però sono legate l'una all'altra attraverso delle pesanti forzature che aprono dei buchi narrativi profondi come canyon. Alcuni passaggi e qualche dialogo strappano persino grasse risate involontarie data la loro banalità. Inoltre non si riesce a tener sempre fede all'idea originale di fornire nuovi punti di vista sugli elementi dell'horror classico, cosa che conferisce al racconto un'aura forse troppo alta di prevedibilità, ma va comunque segnalata la capacità degli sceneggiatori di tenere viva la curiosità dello spettatore, obiettivo però spesso ottenuto ricorrendo a stratagemmi narrativi poco raffinati (da telenovelas colombiana, a dire il vero). Zoppicano tutti i membri del team di sceneggiatori, special modo James Wong (regista dell'abominevole Dragon Ball Evolution e dei gradevoli Final Destination, primo e terzo, nonché sceneggiatore, in coppia con Glen Morgan, di alcuni degli episodi più belli e affascinanti di X-Files), che mette la firma sul peggior script della stagione, ovvero quello dell'episodio 4, Halloween: Part 1.

Punti di maggior forza della stagione sono i personaggi e il cast. Jessica Lange, vincitrice di due premi Oscar, divampa e non teme confronti. Se è vero che a sostenerla c'è un personaggio, ovvero quello di Costance Langdon (ispirato alla Blanche DuBois di Vivian Leigh, in Un tram che si chiama Desiderio), ben scritto, dotato di profondità e sfaccettature, è anche vero che la Lange, con il suo immenso talento, contribuisce a donargli uno spessore non indifferente. E' lei a restare impressa una volta terminata la visione. Meritate lodi anche per Moira O'Hara, la domestica interpretata alternativamente da Alexandra Breckrenridge e Francis Conroy, dove la prima è abile nello sfruttare la sua sensualità, la seconda a riconfermare un talento già esibito diverse volte nel corso degli anni. Le parti in cui la Conroy e la Lange recitano assieme sono le più accattivanti dello show. Evan Peters, belloccio idolo delle ragazzine, si rivela convincente nell'interpretare Tate Langdon, un adolescente psicopatico autore di un massacro in un liceo (ricalcando così le stragi avvenute alla Columbine High School, in Colorado nel '99, e alla Virginia Tech, in Virginia nel 2007), che lancia strizzatine d'occhio al Travis Bickle di Taxi Driver. Un personaggio contorto e pungente, quello di Tate, capace di oscillare fra compassione e odio profondo, finché gli autori non decidono di infilarlo in una storiellina d'amore adolescenziale che lo trasforma in un ragazzino piagnucoloso. Incerto e poco gradevole l'andamento iniziale dell'amante di Ben, Hayden McClaine, che ha lo splendido viso di Kate Mara. Diviene convincente e divertente solo quando si trasforma in una stronza psicotica. Colpo notevole il personaggio di Adelaide Langdon, ragazza affetta da trisomia 21 che si trova a fare i conti con il proprio aspetto e con il modo in cui il mondo la giudica, interpretata da Jamie Brewer. Da lei nascono alcuni dei momenti più intensi, nonché interessanti, e la sua prematura dipartita, già alla quarta puntata, crea un vuoto non da poco che grava sulla serie. Sebbene il suo Larry Harvey sia un personaggio decisamente mal sfruttato, Denis O'Hare dimostra di avere delle doti attoriali, così come Zachary Quinto, nel ruolo di Chad Warwick, un omosessuale isterico e possessivo, mentre lo splendore di Lily Rabe è intrappolato nella piagnucolosa Nora Montgomery. Ruolo rosicchiato per la bella e brava Sarah Paulson, che veste i panni di Billie Dean Howard, una medium.
Chi convince poco o nulla sono i protagonisti, ovvero i tre membri della famiglia Harmon. Oltre a una bidimensionalità di base, che da sola basterebbe a rendere impossibile qualsiasi forma di empatia per lo spettatore, su loro grava quasi tutto il peso delle forzature della serie, a cui si aggiunge un casting non proprio azzeccatissimo. Dylan McDermott, alias Ben Harmon, è il più inespressivo di tutti, poteva benissimo essere rimpiazzato con una statua di cera senza che nessuno se ne accorgesse. A ruota segue il cadavere di Taissa Farmiga (sorella minore di Vera), nel ruolo di Violet, adolescente problematica che nonostante la sbandierata fragilità supera con gran forza ogni situazione. Sei meno per Connie Britton, ossia Vivian, che a differenza dei precedenti due è in grado di rendere palpabile e plausibile lo sviluppo psicologico del proprio personaggio.

Nel corso dei 12 episodi non mancano certamente le sequenza suggestive e ben orchestrate (come, oltre le già citate, il massacro compiuto da Tate, Costance che trucca la defunta Adelaide, lo sgabuzzino con gli specchi, il dottor Charles che tenta di riportare in vita il figlio, Moira che visita la madre ormai in punto di morte), ma American Horror Story: Murder House mette tanta carne al fuoco e si rivela incapace di gestire i tempi di cottura. Alcune cose andavano approfondite, altre sono state tirate troppo per le lunghe, non molto è stato trattato con la giusta misura. Pone quesiti, che trascinano lo spettatore con la sua curiosità sino all'ultimo (bruttissimo e scialbo) episodio, ai quali o non si dà risposta o la risposta è qualcosa di già visto e sentito. Intrattiene, ma lascia il tipico amaro in bocca dell'aspettativa disattesa. Al termine della visione non ero così certo di voler entrare a Briarcliff, l'Asylum della seconda stagione.

venerdì 2 ottobre 2015

Sopravvissuto - The Martian

L'equipaggio di Ares 3, una missione scientifica sul suolo marziano, è costretto ad abbandonare il Pianeta Rosso, in anticipo rispetto al programma, per via di una violenta tempesta di sabbia. Durante l'evacuazione, l'astronauta Mark Watney, biologo della missione, viene colpito da un detrito, il quale lo separa dal resto della squadra e lo rende privo di sensi. Ritenuto morto, l'uomo viene abbandonato sul pianeta, dove si risveglierà poche ore dopo. Solo, in un habitat arido e ostile distante milioni di chilometri dalla terra, Mark inizierà una lotta per la sopravvivenza.

Drew Goddard, regista di quel gioiellino datato 2011 che risponde al nome di Quella Casa Nel Bosco, adatta in sceneggiatura il romanzo, anch'esso del 2011, The Martian, in italia L'uomo di Marte, scritto e pubblicato dal californiano Andy Weir. Se non avesse accettato di mettersi al timone del progetto, ormai finito in naftalina, sui Sinistri Sei, legato a quel franchise deforme e sofferente che è stato The Amazing Spider-Man, Goddard avrebbe dovuto dirigere questo The Martian, film del 2015, prodotto dal Twenty Century Fox. Invece, dietro la cinepresa c'è finito un britannico, tale Ridley Scott, un nome che mette tutti sulle spine. Il cineasta classe '37, dopo un avvio di carriera a dir poco esplosivo (Blade fottuto Runner), ha cominciato a tirare pacchi agli spettatori come il peggior guappo napoletano. C'è chi, sul calo gargantuesco di qualità nelle sue opere, scherzosamente ipotizza che, a un certo punto, Scott abbia iniziato a far uso di stupefacenti, mentre altri pensano che il declino sia dovuto al fatto che il regista abbia smesso di assumerle, quelle droghe. Battute a parte, vedere un film di Scott, dal 1985 in su, può comportare dei rischi. Alcuni sono francamente ignobili (Soldato Jane, Hannibal), altri insignificanti (The Counselor, Il Gladiatore) e solo qualcosina riesce a lasciare un buon ricordo (American Gangster, forse anche Il Genio  Della Truffa). E ogni qualvolta arriva in sala un suo nuovo lungometraggio, ecco tornare quel dubbio sottile. Andare al cinema, con il rischio che la poltroncina si trasformi per quasi due ore in uno strumento di tortura, oppure destinare quei pochi spiccioli e momenti di tempo libero ad attività più gratificanti? A vincere, questa volta, ancora una volta, è stato il mio amore per la fantascienza di stampo spaziale.

I 141 minuti necessari per la visione filano via alla grande, perché questo The Martian (da noi con il prefisso Sopravvissuto) è un buon film. Dal punto di vista tecnico Scott non è mai stato in discussione, nemmeno nei suoi lavori peggiori, dai quali comunque traspariva un grande acume nella scelta delle inquadrature, che correva fianco a fianco con un'ottima fotografia sul sentiero di costruzione di immagini suggestive (basti pensare a Prometheus), con il montaggio a fungere da perfetto collante. In questa occasione, però, il regista si trattiene, evitando di prendersi sul serio; non mancano certo panoramiche evocative del Pianeta Rosso (le riprese sono state effettuate nella vallata Uadi Rum, detta anche Valle della Luna, situata nella Giordania meridionale), capaci di incantare lo spettatore e conferire enfasi all'ambientazione marziana, ma sono in numero inferiore rispetto a quanto Scott ci ha abituato. Questo perché il regista, che evidentemente rimbambito del tutto ancora non lo è, comprende la natura del racconto che ha per le mani, ovvero avvincente ma non seriosa, che necessita di buon ritmo e di toni spensierati, quasi da commedia (" 'Fanculo Marte!").
La sceneggiatura, grande falla nella filmografia Scottiana post Blade Runner, in questa occasione regge, nonostante diverse imperfezioni congenite. Goddard mescola sapientemente umorismo e scienza (sebbene, con il procedere del racconto, quest'ultima perda di credibilità, non incappiamo nel classico attrito tra ricostruzione scientifica minuziosa e trovate fisicamente improbabili), senza impantanarsi nel ridicolo o sprofondare nel pedante. Il lavoro di Scott e Goddard trova nel bellissimo montaggio del catanese Pietro Scalia un grandissimo supporto, capace di saldare sequenze più leggere a momenti di tensione senza mai risultare disomogeneo. Divertente l'uso della soundtrack, composta da brani dance degli anni '70 (anche se sul tutto sembra esserci l'influenza de I Guardiani Della Galassia di James Gunn).

Life on Mars? si chiedeva David Bowie nell'omonimo brano tratto dall'album Hunky Dory. Forse sì, se si tiene conto della recentissima scoperta da parte della NASA di tracce d'acqua salmastra sulla superficie del quarto pianeta del sistema solare. Assolutamente sì, se si guarda questa pellicola. Su Marte c'è l'astronauta Mark Watney, interpretato da uno straordinario Matt Damon, vero e proprio mattatore in grado di spingere da solo due terzi del film. Speriamo che abbandonare Matt su pianeti distanti, per lunghi periodi di tempo, non diventi una moda nel cinema fantascientifico a stelle e strisce. Il resto del cast vede coinvolti nomi da fare invidia a tanti, come Jessica Chastain, Kate Mara (quando compaiono nella stessa inquadratura ho avuto le palpitazioni), Kristen Wiig (in attesa che i fan inferociti di Ghostbusters le rovinino la carriera), Jeff Daniels, Chiwetel Ejifor e Sean Bean (con relativa gag su Il Signore Degli Anelli).

Cosa impedisce al ventitreesimo lungometraggio di Ridley Scott di uscire dall'atmosfera e diventare stellare? Imperfezioni nella scrittura (il problema con Scott è sempre là). In primis, i personaggi coinvolti nel racconto sono tanti e per caratterizzarli tutti due ore abbondanti non bastano, servirebbe una serie televisiva. Il punto è che non se ne approfondisce praticamente nessuno, nemmeno lo stesso protagonista, relegandoli tutti nella bidimensionalità. Ne consegue, inoltre, che gli sviluppi psicologici sono praticamente inesistenti (ad esempio: nonostante il tantissimo tempo trascorso assieme l'equipaggio di Ares 3 sembra non soffrire molto la perdita di Mark; lo stesso protagonista non si dispera più di tanto nel trovarsi solo su Marte, con una certezza praticamente assoluta di morte; i vari personaggi prendono decisioni importanti con la stessa semplicità con cui noi decidiamo se nel caffè mettere lo zucchero, ignorando totalmente dilemmi etici e valutazioni di ipotetiche conseguenze), ogni loro azione o decisione è ampiamente anticipabile, cosa che va ad aggiungersi all'eccessiva prevedibilità degli eventi narrati (prendete la scena del lancio dei viveri, chi non ha intuito come sarebbe andata?). Dulcis in fundo, l'esasperante buonismo che permea l'intera pellicola (il mondo si riunisce sotto la speranza di riportare l'astronauta Mark a casa sano e salvo).

The Martian è dunque appassionante e leggero, divertente e per certi versi audace. Siori e siore, questo è un buon film di intrattenimento. Ritorno ai vecchi fasti per Rildey Scott? In parte. Questo film potrebbe rappresentare il punto di partenza per un nuovo viaggio cinematografico, una missione di salvataggio che Scott fa su se stesso, per cercare di riportare sul nostro pianeta il genio dietro Alien e Blade Runner.