mercoledì 17 giugno 2015

Jurassic World

Cronaca di un disastro annunciato. Immagina di essere seduto nella sala d'attesa di un aeroporto, con un bagaglio carico di dubbi sulle ginocchia, mentre mediti se salire a bordo di un aereo con il quale potresti rivivere le meravigliose emozioni di un viaggio fatto anni prima. Dall'altoparlante alla tua sinistra avvvisano che il volo subirà un grosso ritardo, il quale cresce annuncio dopo annuncio. Sebbene la Universal Airlines assicuri che l'aereo presto partirà, tra i passeggeri cresce lo sconforto, inoltre si vocifera che la compagnia non abbia nemmeno trovato un pilota. Il tempo passa e quando inizi a pensare che "forse è meglio così, in fondo tutte le volte che ho tentato di rifare quel viaggio ne sono rimasto profondamente deluso" scende in pista il pilota, un certo Colin Trevorrow, che precedentemente aveva diretto Safety Not Guaranteed (titolo che in questo caso suona profetico). Durante i test trailer ti accorgi che il carrello Raptor non risponde ai comandi, l'ala Indominus traballa, il motore CGI fa fumo, il pilota non ha idea di dove andare e che il copilota, tale Spielberg, è semplicemente un burocrate recatosi lì esclusivamente con l'intento di calcolare quanti soldi guadagneranno con quel volo. Alle ore 11:06 l'insistente e incessante voce elettronica esorta i (tantissimi) passeggeri a salire a bordo e tu, nonostante tutto, acquisti il biglietto. Seduto al posto 9/93 ti accorgi che l'aereo prende quota. Improvvisamente però la fusoliera si mette a tremare e dal finestrino puoi notare come il velivolo perda pezzi. "Sicuramente non arriverà a destinazione" pensi, e difatti tutto va in avaria e il mezzo precipita in picchiata. I passeggeri urlano ma tu resti calmo e non batti ciglio, consapevole del fatto che se sei sopravvissuto a L'Uomo D'Acciaio sopravviverai benissimo anche a tutto questo. "Io sono un fottuto immortale" urli a denti stretti. Questo aereo è Jurassic World.

511 milioni di dollari incassati in 5 giorni sono la risposta alla domanda sul perché la Universal abbia deciso di produrre Jurassic World. 511 milioni fanno di questa pellicola non solo il più grande esordio al box-office nella storia del cinema, strappando così lo scettro a The Avengers di Joss Wheadon, ma la prima di una nuova trilogia dedicata ai dinosauri ideati dalla coppia Spielberg - Crichton.
Spesso parlando di Hollywood si tira in ballo la cosiddetta "crisi di idee" che da ormai più di un decennio affligge il sistema produttivo cinematografico statunitense. Più che le nuove idee a scarseggiare è il coraggio di sfruttarle; si preferisce rovistare nell'usato sicuro, spesso ormai logoro. Il quarto capitolo del franchise di Jurassic Park rientra pienamente in questa tendenza. Anzi, forse ne è la sintesi perfetta. Non conta l'idea o la qualità ma l'incasso, e questo lo ottieni semplicemente con la pubblicità martellante e premendo sui ricordi d'infanzia dello spettatore. E qui mi accorgo di esser diventato noioso, ripetitivo, di riscrivere all'uscita di ogni blockbuster le medesime cose.

A ventidue anni di distanza dagli eventi del Jurassic Park, Isla Nublar dispone di un nuovo parco a tema sui dinosauri perfettamente funzionante, il Jurassic World, costruito dal miliardario Simon Masrani. Il pubblico però si è presto abituato all'esistenza dei preistorici animali e il numero dei visitatori cala con estrema facilità, costringendo così lo staff del parco a progettare e costruire sempre nuove attrazioni. L'ultima di queste è l'Indominus Rex, un dinosauro ibrido tanto grande e astuto quanto feroce, che presto riesce a fuggire dal proprio recinto. Toccherà all'ex marine Owen Grady e alla responsabile delle operazioni del parco Claire Dearing risolvere la situazione.

Parto dal presupposto che sebbene Jurassic Park lo porti nel cuore, l'effetto nostalgia non appanna minimamente il mio giudizio critico. Sottolineo inoltre come le incongruenze tra i film di una saga non mi infastidiscano minimamente (con le discrepanze fra Mad Max: Fury Road e la precedente trilogia di George Miller mi ci sono soffiato allegramente il naso), l'importante è che l'opera sia dotata di una solida coerenza narrativa interna. Tutto questo per dire che i motivi per cui reputo Jurassic World un disastro sono altri. Perché di disastro si tratta, almeno dal punto di vista della qualità. Senza se e senza ma. L'intero progetto ha sempre puzzato di bruciato e che fosse spazzatura lo sapevo ancor prima di entrare al cinema. "Come fai a dire una cosa del genere se non l'hai ancora visto?" mi chiedeva qualcuno. Non bisogna necessariamente assaggiare una scodella piena di letame per capirne il contenuto: lo intuisci al volo perché non sei nato ieri e di cibo ne hai visto tanto. Ma essendo un allocco (come probabilmente lo sei anche tu che stai leggendo), sebbene non avessi aspettative ma solo certezze di sventura, il contenuto della scodella l'ho assaggiato ed ora posso esclamare "è merda!".
"In fin dei conti è un blockbuster, che cosa ti aspettavi?". Impegno. Che tutti i soggetti coinvolti in un progetto cinematografico facciano il proprio lavoro con il massimo impegno, come ho fatto io per guadagnare questi soldi con cui pago il biglietto. Forse è un concetto banale, ma è il mio modo di vedere la cosa. Vi prego di non dirmi che questo "è un film da guardare a cervello spento". Dinanzi a questa affermazione faccio sempre spallucce perché, in realtà, non l'ho mai capita. Per me guardare un film a cervello spento è come trombare a cazzo moscio.

Colin Trevorrow è più bravo della media dei registi che confezionano blockbuster al giorno d'oggi e la regia di questo film nel complesso, tralasciando dunque qualche zoom selvaggio, risulta buona seppur priva di qualsiasi guizzo e brio. Discorso leggermente diverso per il montaggio, effettuato da Kevin Stitt, che scivola in alcuni punti, special modo in una della scene iniziali nella quale il Jurassic World ci viene mostrato interamente e in maniera troppo frettolosa (in trenta secondi ci saranno 6 panoramiche diverse) soddisfacendo immediatamente (e dunque smorzando) la curiosità dello spettatore; errore non da poco. Bisogna ammettere come il look del parco sia davvero accattivante, nonostante le pubblicità alla Coca Cola, alla Mercedes e a Starbucks diano leggermente ai nervi.
Il film non è stato girato in 3D ma è stato comunque pensato per essere riconvertito in formato stereoscopico in fase di post-produzione, e ciò non è senza conseguenze. Innanzitutto la fotografia, diretta da John Schwartzman, è luminosissima proprio per sopperire al calo di luce che si verifica durante visione in 3D; i colori accesi creano un atmosfera spenta. Inoltre si rivela incapace di valorizzare gli effetti speciali (nei primi due film della saga i dinosauri, sia digitali che analogici, risultavano credibili proprio perché la fotografia concorreva a renderli verosimili) che dunque risultano non solo ingiustificatamente onnipresenti, ma decisamente inferiori a tutti i precedenti film del franchise.
Le musiche di Michael Giacchino sono al di sotto degli standard a cui il compositore ci ha abituati e i rimandi alla colonna sonora di Jurassic Park di John Williams sono buttati nel mezzo veramente a casaccio.

Il problema principale del lungometraggio è insito nella sceneggiatura vergata da Colin Trevorrow e Derek Connoly. Da una parte si non presenta quasi nessuna novità (alcuni passaggi sono ripresi pari pari da Jurassic Park e le strizzatine d'occhio a quest'ultimo si sprecano) e quel poco di nuovo che c'è risulta banale. L'idea di un dinosauro ibrido è un puro pretesto per introdurre un mostro più grande e pericoloso di quelli precedentemente visti (espediente inoltre già adoperato in Jurassic Park 3 attraverso lo Spinosauro). L'Indominus non è credibile, nè interessante o quantomeno minaccioso (metterci un Tirannosauro non avrebbe fatto alcuna differenza ma almeno ci avrebbero risparmiato tutta una serie di spiegoni inutili). Inoltre i Velociraptor ammaestrati sono ridicoli, sopratutto per il modo attraverso il quale sembrano essere stati addomesticati.
La pecca peggiore sono però i personaggi, tutti privi di carisma e di qualsiasi tipo di mordente, in primis i due fratelli, Zack e Gray, che risultano pesantemente stereotipati. I membri del cast fanno il possibile (sopratutto la splendida Bryce Dallas Howard) con il poco che hanno, ad eccezione di Chris Pratt (qui alle prove generali per il prossimo film di Indiana Jones) che offre una prestazione scadente (per tutto il film ha una sola espressione).
Da sottolineare la tendenza del film ad eliminare quanto più possibile la violenza (la maggior parte delle morti avvengono fuori campo), confermando così come il target principale da colpire siano i bambini e che quindi non si possa correre il rischio di spaventarli (altrimenti i pupazzi poi chi li compra?). Infine mi trovo a concordare con Wheadon nel tacciare questo film di misoginia (la fuga in tacchi ha spillo basta e avanza).

Se Jurassic Park 3 mi aveva irritato questo Jurassic World mi ha ustionato. Lontanissimo dalla sufficienza e incapace di intrattenere. Vi è piaciuto? Problemi vostri. Al termine della proiezione un bambino di circa 6 anni, seduto davanti a me si è voltato verso suo padre, mentre alcuni applaudivano, ed ha esclamato: "papà, questo film è proprio brutto". Bambino, chiunque tu sia, hai tutta la mia stima, nonché gusti migliori di tanti adulti. Jurassic Shit!

lunedì 15 giugno 2015

Jurassic Park

Presumo che tutti abbiano visto il film in questione, in caso contrario: ATTENZIONE! il seguente post contiene spoiler.

Non so come o quando sia nata la mia passione da bambino per i dinosauri, in fondo gli interessi infantili hanno sempre un'origine alquanto misteriosa, ma posso con certezza affermare che questa non si è mai del tutto spenta. Per qualche ragione che continua a restarmi oscura, nei primi anni '90 quei preistorici e mastodontici lucertoloni, sebbene estinti da milioni di anni, erano ovunque: dalle confezioni dei cereali alle sorprese negli ovetti di cioccolato Kinder, dai fumetti (ad esempio il numero 50 di Dylan Dog, "Ai confini del tempo") ai videogiochi (chi non ha mai giocato al celebre Cadillac e dinosauri?) passando per telefilm improbabili (qualcuno ricorda Dinosauri tra noi, una serie televisiva del palinsesto di Solletico, nella quale una famiglia si ritrovava diosolosaperchè nell'era preistorica, dove c'era un Tirannosauro chiamato "lo sfregiato" per via di una cicatrice sull'occhio?).
Album di figurine, fascicoletti di enciclopedie, pupazzetti in plastica, ricostruzioni in scala degli scheletri esposti nei musei e il leggendario Atlante illustrato dei dinosauri edito dalla Fabbri editori nel '92; possedevo qualunque cosa riguardasse i dinosauri. Nel luglio del '94 , però, sarebbe nata la mia prima sorella, la quale, con la dedizione, la tenacia e la brutalità di un generale nazista, avrebbe distrutto ogni oggetto in mio possesso.

Avevo 5 anni e (quasi) mezzo in quel caldo settembre del '93 quando, affissa nella vetrina esterna del cinema della mia città, potei ammirare la locandina (sebbene non sapessi si definisse locandina -tutti la chiamavano manifesto- e non avessi idea di cosa fosse un cinema dato che non vi ero mai stato), quella locandina nera dallo stile minimale e con il logo tanto figo, di Jurassic Park. Per me, che conoscevo a menadito i nomi delle specie, le caratteristiche dei vari dinosauri e i relativi periodi geologici, fu amore a prima vista, e mio padre, benché temesse di trovarsi di fronte ad uno stupido film per bambini (in pieno stile E.T.), il giorno seguente mi accompagno a vederlo. La mia prima volta al cinema.
Se dovessi utilizzare una sola parola per descrivere quanto provato durante la visione di Jurassic Park, questa parola sarebbe: meraviglia. La sala buia e immensa, le poltroncine rosse, l'odore dei pop corn dal corridoio, lo schermo luminoso sul quale prendevano vita quelle creature che sino ad allora avevo solo potuto immaginare, le vibrazioni nel petto provocate dai loro possenti ruggiti e dal fragoroso tonfo dei loro passi, le indimenticabili musiche di John Williams sparate a volume altissimo dalle casse sulle pareti. Pura magia. In quelle due ore, su quella poltroncina, è nato il mio amore per il cinema.

Basato sull'omonimo romanzo di Michael Crichton (per accaparrarsi i diritti si scatenò una vera e propria battaglia tra la Columbia, intenzionata a far dirigere il film a Richard Donner, la Warner, che puntava su -udite udite- Tim Burton, la Fox, Joe Dante era il loro candidato ideale, e la Universal, che non aveva dubbi su Spielberg; alla fine la spuntò quest'ultima riversando nelle tasche di Crichton 1,5 milioni di dollari, e tutto ciò ancor prima che il romanzo venisse pubblicato) Jurassic Park è il 14° lungometraggio di Steven Spielberg, il regista capace di alimentare nei più piccoli e di far rivere ai più grandi i sogni e lo stupore dell'infanzia, ovviamente prima che il denaro obliasse il suo cuore e lo rendesse un cinico capitalista. Focalizzate il paradosso: quest'uomo, che ha fatto innamorare del cinema quale forma d'arte intere generazioni, oggi produce i film di Michael Bay, rincoglionendo le nuove fila di spettatori (che vedono la sala e i film solo come puro passatempo) e minando pesantemente il destino dell'industria cinematografica stessa.

La storia narrata nella pellicola è certamente nota. L'imprenditore multimiliardario John Hammond (interpretato da Richard Attenborough) attraverso la sua azienda di bioingegneria, la InGen, allestisce su Isla Nublar, un'isola al largo della Costa Rica, un parco divertimenti le cui attrazioni sono dei dinosauri riportati in vita grazie a tecniche di clonazione e ricombinazione genetica. Un incidente pochi giorni prima dell'apertura spinge i finanziatori a richiedere una valutazione circa l'affidabilità del Jurassic Park. L'incarico cade sulle spalle del paleontologo Alan Grant (Sam Neill), della paleobotanica Ellie Sattler (Laura Dern) e del matematico Ian Malcom (Jeff "Brundlemosca" Goldblum). Durante la visita inaugurale, alla quale partecipano i nipoti dello stesso Hammond, Lex (Ariana Richards) e Tim (Joseph Mazzello), e l'avvocato Donald Gennaro (Martin Ferrero), qualcosa va storto e i dinosauri riescono a fuggire dai recinti. Ha così inizio per gli ospiti del parco una fuga per la sopravvivenza.

Jurassic Park è una vera e propria pietra miliare nella storia della cinematografia moderna, un film che è riuscito a trovare un posto speciale nel cuore di tutti gli appassionati proprio grazie a quel fattore Wow! di cui si parla nel quarto capitolo del franchise attualmente nelle sale, ovvero Jurassic World. Quando si tratta Jurassic Park non si può che cominciare dal lato tecnico, special modo dalla parte legata alla realizzazione dei dinosauri. Quelli di Steven Spielberg non sono stati certo i primi a comparire su grande schermo (basti pensare a Il Mondo Perduto di Harry Hoyt del '25 oppure a King Kong di Cooper e Schoedsack del '33), ma sono, oltre ogni dubbio, i più realistici, affascinanti e terrificanti che il cinema abbia mai offerto. La loro realizzazione non è stata certo una passeggiata ed ha visto la collaborazione di due diversi metodi di intendere e creare effetti speciali. Da una parte la vecchia scuola, ovvero Stan Winston e il suo studio, che per l'occasione hanno assemblato dei dinosauri animatronici incredibilmente realistici (i più celebri sono il Triceratopo e il Tirannosauro) in grado di compiere innumerevoli movimenti nonostante il peso considerevole (il T-Rex pesava circa 6 tonnellate), e dall'altra la nuova leva, cioè l'Industrial Light & Magic, una delle più famigerate aziende nel campo degli effetti speciali digitali, capace di creare con dei computer Amiga effetti (esempio: la fuga dei Gallimimus) estremamente dettagliati (difatti la risoluzione dei dinosauri creati al pc era nettamente superiore rispetto alla grana della pellicola utilizzata all'epoca e si dovette ricorrere a un downgrade della qualità degli effetti per poterli ben amalgamare alle riprese). Il lavoro è talmente raffinato e certosino da rendere incredibilmente difficile, se non davvero impossibile, discernere gli effetti analogici da quelli digitali, sebbene spesso interagiscano nella stessa inquadratura (basti pensare alla lotta finale tra il Tirannosauro animatronico e i Velociraptor computerizzati).
Jurassic Park, insieme a Terminator 2: Il giorno del giudizio di James Cameron, uscito solo due anni prima, rappresenta uno dei più imponenti ed importanti passi in avanti nelle possibilità narrative e visive della settima arte.

L'amore di Spielberg (già palesato ne Lo Squalo) per i monster movie statunitensi degli anni '30, ha qui avuto modo di esprimersi nel suo massimo splendore visivo. Se da un lato, nella (ri)costruzione dei dinosauri, si è cercato di raggiungere un alto grado di verosimiglianza (nell'aspetto, nelle movenze, nei versi), dall'altro Spielberg se n'è completamente fregato allontanato, preferendo la spettacolarità alla fedeltà (cosa buona e giusta dato che il cinema è sempre e comunque finzione); ad esempio, in base ai reperti rinvenuti, i Velociraptor non hanno mai superato il metro di altezza, non possedevano artigli ricurvi e presentavano un piumaggio alquanto folto (quelli che vediamo nel film somigliano maggiormente agli Utharaptor, che però all'epoca delle riprese non erano ancora stati scoperti); il Tirannosaurus Rex non sarebbe mai stato in grado di superare i 40 km/h in corsa, mentre qui insegue con estrema facilità una jeep che schizza via a tutta birra.

Ma Jurassic Park non è soltanto questo. C'è la capacita visionaria di Spielberg, in grado di sfornare alcune delle immagini cinematografiche più belle nella storia recente, unita alla sua tipica abilità nell'amalgamare alla perfezione generi e toni diversi (commedia, avventura, action, fantascienza, thriller), a tessere una storia avvincente, ritmata in maniera perfetta grazie anche alla buona sceneggiatura (scritta da Crichton e rivista da David Koepp - che su ordine di Spielberg ha smorzato notevolmente le tinte cruente che aveva la prima stesura) e all'ottimo montaggio (effettuato sotto la supervisione di George Lucas, poiché Spielberg, talmente certo della riuscita del film, aveva mollato la post-produzione e il montaggio al suo amico per volare in europa e avviare le riprese di Schinder's List). E come ciliegina sulla torta: le immortali musiche di John Williams.

Jurassic Park riesce persino a concedersi delle riflessioni sul rapporto, sempre più conflittuale, fra uomo e natura, sull'impossibilità del primo di asservire al proprio volere la forza dirompente della seconda. La natura è l'unico vero dio, tende a non farsi imbrigliare e se manipolata (riportando in vita animali estinti da 65 milioni di anni) si scatena.
Se nel romanzo John Hammond è un ricco cinico e senza scrupoli (per Crichton era una versione distorta di Walt Disney - come se Disney non fosse stato il classico miliardario stronzo) per Spielberg diventa il simbolo della capacità di immaginare e della determinazione nel realizzare i propri sogni (sebbene tutto odori vagamente di retorica capitalista), l'anziano vestito di bianco a cui si contrappone l'uomo vestito di nero, quel Ian Malcolm che rappresenta il razionalismo scientifico, la voce della ragione. Se l'uomo gioca con tali forze può solo contare i giorni che lo separano dall'inevitabile disastro.

Jurassic Park non è un film perfetto. Alcune incongruenze o semplificazioni, sebbene comunque funzionali al racconto, possono far storcere il naso. Ad esempio, inizialmente ogni passo del T-Rex è fragoroso (la celebre scena dell'acqua che vibra nel bicchiere è molto suggestiva) mentre al termine del film riesce ad intrufolarsi silenziosamente nel padiglione principale del parco, salvando i protagonisti da un attacco dei Raptor; il voler donare un'uscita trionfale alla vera star del film (l'impatto della scena risulta notevole) è comprensibile ma poco credibile se posta in questi termini.
Altro caso. Il dottor Grant, ritrovandosi per le mani i gusci delle uova schiuse, comprende al volo che, seguendo il comportamento dei rospi di cui possiedono il DNA, i dinosauri sono in grado di mutare spontaneamente sesso e dunque capaci di riprodursi. Possibile che il team di brillanti scienziati della InGen, capeggiati da Henry Wu, una simile ipotesi non l'ha mai presa in considerazione?
Un ultimo esempio, sebbene ce ne sarebbero altri. Dennis Nedry sabota l'intero sistema e le recinzioni elettrificate smettono di funzionare. Un sistema di alimentazione d'emergenza non l'hanno pensato? Un punto di sicurezza nel quale ci si potrebbe rifugiare in casi simili, nemmeno?

In quella calda sera del settembre '93 uscì dalla sala (all'epoca l'unica presente nella mia città) a bocca aperta e con occhi pieni di stupore; era la prima volta che andavo al cinema ed avevo visto un film incredibile. Ciò ha segnato l'inizio di quella che è la mia più grande passione. Ricordo che anche mio padre rimase molto sorpreso dalla qualità del film.
Jurassic Park è un capolavoro? Difficile giudicare quando si è così emotivamente legati a qualcosa (legame che, a quanto pare, la Universal vuole sfruttare più che può), ma facendo appello al lato razionale (lo Ian Malcolm che ha evidenziato tanti piccolissimi difetti) direi di no. Ma è certamente un film splendido, un cult imperdibile, che a distanza di oltre vent'anni conserva intatto il suo fascino. Da quella sera in poi, per molti anni a seguire, nei lunghi e noiosi viaggi in macchina mi ritrovavo a guardare la strada attraverso il lunotto, immaginando ci fosse un Tirannosauro che mi inseguiva.

sabato 6 giugno 2015

瘋愛 / Feng Ai

Tre mesi. E' questo l'arco di tempo che Wang Bing, uno dei più celebri registi del panorama cinematografico cinese contemporaneo, ha trascorso nel reparto maschile di un ospedale psichiatrico (sebbene la definizione più corretta, in quanto maggiormente aderente alla realtà, sia quella di manicomio) statale dello Yunnan (provincia del sud-est cinese) per realizzare il suo film. Il risultato di questo duro lavoro è Feng Ai, uno straordinario e potente documentario del 2013, nel quale Bing prosegue nella sua opera di ricerca e analisi (e potremmo dire persino di riscrittura), avviata con Tie Xi Qu (Il Distretto di Tiexi), degli aspetti più nascosti e controversi della Cina. Presentato a Venezia nel 2013, in breve tempo Feng Ai (da noi titolato fedelmente Follia e Amore, reperibile anche con il titolo di 'Til Madnes Do Us Part) si è conquistato una posizione di tutto rispetto tra le opere più apprezzate, nonché importanti, di questo nuovo millennio.

Di degrado e segregazione all'interno di istituti manicomiali se n'è discusso tanto, nel cinema (basti pensare a Warrendale di Allan King oppure a Titicut Follies di Frederick Wiseman, entrambi documentari del '67) ma sopratutto fuori, in un lungo processo di presa di coscienza e cambiamento che ha portato alla chiusura di simili strutture in molti paesi del mondo. Tra questi non vi è certamente la Cina. "Nella Cina di Mao i malati psichici venivano accusati di essere, per i loro comportamenti, 'contro la rivoluzione' o 'elementi di destra' e nei manicomi venivano torturati per ottenere le confessioni dei loro presunti crimini, ma spesso morivano a causa delle torture", scriveva, nel 2008, Michele Gaverini nel suo La Malattia Mentale. In un articolo del Renmin Ribao (letteralmente il quotidiano del popolo) del 10 agosto 1971, titolato "Fare affidamento su pensiero di Mao Zedong per guarire le malattie mentali", si scriveva "La squadra sanitaria e il personale dell'ospedale psichiatrico della zona di Chenzhou si sono resi profondamente conto del fatto che per curare le malattie mentali la cosa fondamentale è educare i malati a gestire l'ospedale servendosi del pensiero di Mao". Il confondere la malattia mentale con la controrivoluzione ha inciso pesantemente sullo sviluppo (anzi, potremmo dire sul non sviluppo) del sistema psichiatrico cinese. Secondo alcune stime nel 1950 solo il 2,7% della popolazione adulta cinese era affetta da malattia mentale, nel '70 la percentuale è salita al 5,4%, si è toccato l'11% nel 1980 e si è superato il 13,4 nel '90. Secondo il Ministero della Salute di Pechino, oggi 100 milioni di persone in Cina sono affette da malattie mentali, di cui 16 milioni sono forme gravi, e solo il 20% di queste riceve trattamenti medici e terapeutici. Bing mette in discussione non solo il concetto di trattamento, ma anche quello di malattia.

Non semplicemente soggetti affetti da disturbi psichiatrici, fra gli ospiti del fatiscente istituto che Feng Ai prende in esame troviamo alcolisti, indigenti, vagabondi, violenti e oppositori al regime. Patologie disparate (alcune nemmeno tali) racchiuse in un unico e gigantesco manto chiamato follia, sotto il quale la società (quel mondo esterno che esiste solo attraverso i frammenti che trapassano le inferriate) nasconde ciò che considera indesiderato. La parola trattamento, nella sua accezione di cura, non è prevista né contemplata, sostituita da un mix di botte, insulti e sedativi. "Stare chiuso qui per troppo tempo ti fa diventare malato di mente. Intendo, seriamente malato di mente" afferma Liu Gangxian, uno dei pazienti dell'istituto. Un luogo sudicio (come rimarca la polvere che costantemente sporca l'immagine, malgrado Bing pulisse costantemente l'obiettivo) e abbacinante che, nonostante la barriera rappresentata dallo schermo, trasmette alle narici dello spettatore l'olezzo di merda e candeggina. Il regista è stato abile nel frammentare il racconto, donando all'opera una struttura quasi episodica, con la quale riesce non solo a mantenere un certo ordine logico (il pericolo di creare confusione è sempre dietro l'angolo quando ti trovi a dover gestire una mole così grande di materiale), ma a mostrare concretamente come quel posto incida sulla psiche degli individui rinchiusi al suo interno. Quell'istituto è una sorta di laogai dal quale si esce cadaveri; non importa che il cuore batta e che i polmoni pompino ancora aria, come testimonia la storia di Zhu Xiaoyan, ricoverato per 11 anni e che una volta fuori esterna la sua estraneità, forse irreversibile, al mondo.

"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti", recita il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Sebbene nell'istituto psichiatrico in questione ogni carta universale dei diritti venga adoperata esclusivamente per asciugare il piscio dei pazienti, Bing punta il focus di attenzione, ricorrendo alla lucidità che da sempre contraddistingue i suoi lavori, non sulla struttura fisica e/o organizzativa, ma sulla rete di rapporti e relazioni che si instaurano tra gli uomini rinchiusi, raccontandoci e interrogandoci sulle possibilità e capacità dell'essere umano di sopperire, persino in un luogo così aberrante, alle sue esigenze più profonde. Il contatto fisico e il calore umano, il bisogno di dolcezza e di amicizia, la costruzione di una propria intimità e la scoperta persino dell'amore. Sebbene la durata dell'opera possa spaventare (parliamo di 220 minuti) l'abilità estrema di Bing nel cogliere il fascino perverso e distorto di quel posto, legata alla capacita nel tessere un racconto collettivo che riesca ad essere al contempo molto intimo e personale, permettono a Feng Ai di risultare incredibilmente magnetico e disturbante, al punto tale da rendere impossibile interrompere la visione. In una sola parola: imprescindibile.