giovedì 28 maggio 2015

Youth - La Giovinezza

Attenzione! Il seguente testo contiene numerosi spoiler sul lungometraggio in questione.

I 2,4 milioni di euro incassati nel primo weekend di programmazione certificano l'interesse del pubblico, fratturato perlopiù tra adoranti e detrattori, nei confronti del partenopeo Paolo Sorrentino. Lo attendevamo al varco dopo l'Oscar (al miglior film straniero) vinto nel 2014 con La Grande Bellezza. Su Youth, in Italia sottotitolato La Giovinezza, potremmo dire tutto e il contrario di tutto. Per nulla apprezzato alla prima visione, amato candidamente alla seconda; un'emotiva inversione ad U in meno di 24 ore.

La splendida You've got the love dei Florence + the Machine, reinterpretata in chiave retrò dai The Retrosettes, è il cuore pulsante dell'opening che ci introduce in un lussuoso albergo di cure termali situato sulle Alpi svizzere (gli esterni sono quelli dello Schatzalp Hotel a Davos) che sarà teatro dell'intero film. Sebbene ciò possa richiamare alla mente dei più  (l'influenza felliniana nel cinema di Sorrentino è cosa nota), il perimetrare personaggi e narrazione all'interno di un contesto simile a quello del capolavoro del '63 è un elemento troppo labile affinché si possa ritenere lecito e/o adeguato un paragone tra le due opere.
Fred Ballinger (un bravissimo Michael Caine) è un ex compositore e direttore d'orchestra, mentre Mick Boyle (Harvey Keitel) è un regista alle prese con il suo film testamento (profeticamente titolato L'ultimo giorno della vita); entrambi oltre la soglia degli ottant'anni, i due sono legati da un'amicizia di lungo corso. La prospettiva del decadimento fisico è lo starting point ideale per inerpicarsi in una stratificata riflessione sullo scorrere del tempo e per ponderare su ciò che di noi realmente lasciamo al mondo. Attraverso il gioco degli opposti, Sorrentino si interroga sui modi possibili di rapportarsi all'avvenire durante la vecchiaia, quando l'idea di futuro smette di essere legata a qualsiasi concetto di volontà.

La si pone su un piedistallo e la si osserva in tutte le sfaccettature da diamante grezzo, La tanto decantata Giovinezza e la sua irreversibile contraddizione. Si dice colga alla sprovvista, impreparati (come viene a più riprese sottolineato nell'opera), quando si è privi di qualsiasi strumento conoscitivo che ci permetta di coglierne l'importanza ("la giovinezza è un orribile età che apprezziamo soltanto nel momento in cui la rimpiangiamo" scrisse Antonio Amurri). Se da giovani siamo impreparati ad affrontare ciò che la vita ci pone davanti, giunge mai il momento in cui si è pronti? Fred e Mick sembrano giunti ad una ferma consapevolezza, ovvero che adeguati nella vita non lo si è mai. Sbagliando non si impara, si accumulano errori.
Come in This Must Be The Place, si analizza il rapporto genitore-figlio, sempre raffigurato come conflittuale e venato da sottili linee di dolore latente. Lena (la splendida quarantenne Rachel Weisz), figlia di Fred, affronta la rottura del matrimonio con Julien, figlio di Mick, che ha perso la testa per Paloma Faith (che è realmente una popstar con tanto di video su VEVO). Sembra esserci un invisibile sistema che, prescindendo la qualità del rapporto, proietta sui figli gli errori dei padri.

In questa bolla amniotica di tempo sospeso, che rimarca l'inscindibilità di vita e chronos, si intavola un gioco di prospettive tra i vari soggiornanti (che trova una forse troppo grossolana esemplificazione nella scena del binocolo). Viviamo di rappresentazioni estremamente personali (e dunque diverse) del Qui e Ora, immagini della realtà che non coincidono mai con il logos. Interpretiamo, antropologicamente costretti ad attribuire significato, la realtà che ci circonda in quanto incapaci di conoscerla e comprenderla nella sua interezza. Non capiremo mai realmente il mondo e ciò che esso contiene ("Tu hai ragione. Io capisco solo la musica"). "Capiremo il mondo quando capiremo noi stessi" affermava Novalis, suggerendo come la risposta a tutte le domande non debba essere ricercata nell'esternalità caotica, ma nell'Io (ricerca simboleggiata dal monaco buddista).

La comunicazione è la colonna portante della nostra realtà. Comunichiamo costantemente, anche quando non vogliamo (comunichiamo di non voler comunicare). La comunicazione si articola nei linguaggi e Sorrentino li porta in scena tutti. Possiamo adoperare parole (team di sceneggiatori), suoni (Fred), immagini (Mick), sguardi (Lena), gesti (l'escort), tatto (la massaggiatrice). Il concetto di rumore, nella sua accezione psicologica più pura di disturbo comunicativo, è onnipresente in Youth. Ciò che comunichiamo coincide davvero con quello che vorremmo esprimere? Chi ascolta fraintende il messaggio?
Jimmy Tree (personaggio bellissimo e potentissimo interpretato dal magnetico Paul Dano) è un attore californiano che studia costantemente gli ospiti dell'albergo al fine di poter cogliere il modo adeguato di interpretare il suo prossimo personaggio. Ogni loro gesto, respiro, battito di ciglia. "Quando sai rubare non hai bisogno di talento" gli dirà Mick. Vestito e truccato da Adolf Hitler, Jimmy sfodera la sua abilità di ladro: impugna il bastone come (quel caricaturale e macchiettistico) Diego Armando Maradona, adopera il fazzoletto nella stessa maniera di Fred, sfodera l'eleganza e la veemenza dell'anziana donna che non parla con il proprio marito. Tutti lo osservano intimoriti, spaventati nel vedere parti di sé confluire in qualcun'altro, specialmente in qualcosa di così tremendo. Jimmy porta all'estremo le possibilità della comunicazione e della comprensione del linguaggio non verbale.

Sorrentino inoltre riprende il suo personale discorso sull'arte e sul significato, ma lo fa con tono meno tronfio e pomposo rispetto a La Grande Bellezza, risultando più intimo e delicato e vero. Se con Jep Gambardella dimostrava che l'arte potesse essere ovunque, adesso ci si interroga su quale sia la sua vera essenza. Quando a Novalis venne posta la domanda su quale fosse il senso della sua arte rispose: "io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre". L'arte nasce dal e per l'emozione, e citando Henry Miller: "l'arte non ci insegna nulla, salvo il significato della vita". Trascorriamo la maggior parte del tempo a non essere nati e ad essere morti, quello su questa terra non è che un frammento di cui non resta traccia. Siamo discendenti di persone delle quali non conosciamo il volto, così come le generazioni che seguiranno non sapranno chi siamo. "Le emozioni sono tutto quello che abbiamo", dirà Mick prima di suicidarsi (l'ennesimo suicidio nella filmografia Sorrentiniana, forse un po' forzato). E' per le emozioni che viviamo; sono queste il senso della vita.
Né debolezza, né perversione, la leggerezza è una ragion d'essere. Si tratta di un discorso che l'autore sembra candidamente rivolgere a se stesso, forse poiché conscio degli errori commessi nelle sue ultime pellicole. La Grandezza puoi trovarla ma non costruirla; essa risiede nella semplicità (che non è sinonimo di banalità, ma di spontaneità) elemento chiave della Bellezza. Non seguire un fittiziao ideale di grandezza (come fatto nel lavoro premiato con l'Oscar), ma la propria voglia di creare qualcosa (come era stato, ad esempio, per lo straordinario Le Conseguenze Dell'Amore). Le canzoni semplici possono essere meravigliose.

Barocco ma non manierista, in Youth Sorrentino continua la sua ricerca nel e dell'immagine, in un processo ininterrotto di trasfigurazione della forma in contenuto. E' un esteta Sorrentino, ed estetizza. Ogni fotogramma morde lo schermo e rifulge ogni regola volto a contenerlo, mostrandoci come il linguaggio del cinema possa, e debba, piegarsi al volere dell'estetica. La fotografia, sempre a cura di Luca Bigazzi, coagula un raffinato gioco di contrasti tra luce e ombra, alternando spazi luminosi a luoghi dall'aspetto funereo. Questa sua immensa capacità di forgiare immagini di malickiana memoria si scheggia in tre precisi momenti, nei quali l'uso di una posticcia e pasticciata CGI incrina l'artifizio (l'incubo a Piazza San Marco, i palleggi di Maradona, Lena e l'alpinista appesi nel vuoto), errori imperdonabili in una costruzione così minuziosa ed elegante. Da segnalare alcune piccolissime (e trascurabili) imperfezioni nel montaggio.

E' un film sottile e musicale, dove il suono, con abilità disarmante, diviene protagonista. Primo ad entrare in scena e ultimo ad abbandonare il palco, sul quale si esibisce un cast internazionale di tutto rispetto che fornisce delle prestazioni di altissimo livello. Non un opera perfetta (alcuni caratteri non convincono totalmente e i dialoghi non sono sempre all'altezza delle intenzioni) ma capace di raggiungere vette di lirismo e simbolismo a cui il pubblico nostrano non è forse più abituato. Un lungometraggio di cui è difficile anche solo parlare. La sensazione al termine della visione di Youth - La Giovinezza, apprezzato o detestato che sia, è di aver appena assistito ad un piccolo pezzo della storia del cinema.

giovedì 14 maggio 2015

Mad Max: Fury Road

Attendevamo con una certa trepidazione questo 14 maggio, per via dell'uscita de Il Racconto dei Racconti, nuovo film del mai troppo amato Matteo Garrone, verso il quale nutriamo grandi aspettative. Ma una volta varcata la soglia d'ingresso del cinema, il demone della tamarraggine (quel grand ladr, farabut, figlio di put) si è impossessato di noi, e complici le parole di elogio spese da alcuni critici fidati che al momento soggiornano in quel di Cannes, ci siamo ritrovati con in mano il biglietto, per la proiezione delle ore 18, di Mad Max: Fury Road.

Della trilogia di Mad Max abbiamo un ricordo assai vago, data la giovane età che avevamo al momento della prima, nonché per ora unica visione. Ricordiamo che il primo, Interceptor (del '79), ci parve un buon film, che si lasciava però superare in termini qualitativi dal secondo, Interceptor - Il guerriero della strada ('82), mentre il terzo, Mad Max - Oltre la sfera del tuono ('85), stentava parecchio, scivolando qua e là e non riuscendo mai a prendere il volo. Nel complesso una buona trilogia che merita lo status di cult che gli è stato attribuito e della quale avremmo voluto effettuare un rewatch (ma ahinoi il tempo è sempre poco) prima di gustarci questo Mad Max: Fury Road, film del 2015, diretto e scritto dal settantenne George Miller, autore di tutti i film della saga. Miller si ripresenta a ben trent'anni di distanza con un.... un.... sequel? remake? prequel? reboot? Diciamo una sorta di ibrido che riavvia la saga e in parte pare cancellare gli avvenimenti del terzo capitolo (Miller è probabilmente consapevole del fatto che sia il meno riuscito), anche se non ne siamo certi. Siamo però assolutamente certi di due cose, cioè che potete gustarvi il quarto Mad Max senza aver visto i precedenti, e che questo film è una figata PAZZESCA! Miller l'ha imbroccata. Riprendendo la sua creatura e adattandola alla perfezione ai tempi correnti, ha sparato fuori uno dei lungometraggi più adrenalinici degli ultimi anni. Un blockbuster capace di bastonare senza pietà tutte le produzioni action delle ultime due decadi.

Siamo in un catastrofico e desertico futuro dalla collocazione temporale imprecisata, nel quale, a seguito di calamità naturali e conflitti termonucleari, la società civile è stata completamente distrutta, facendo cadere il pianeta nelle mani di predoni. Il mondo di Mad Max è il capolinea della società capitalista, dove l'individualismo più sfrenato regna sovrano grazie a deformi rimasticature di ideologie filosofiche e convinzioni religiose (come il concetto di Dio sceso in terra e di Valhalla). Un mondo non solo concettualmente interessante, ma anche visivamente accattivante grazie alla fotografia curata da John Seale, all'originalità e alla cura per il dettaglio nelle scenografie di Colin Gibson, e ad un uso ben calibro della CGI. C'è sole, sabbia, sporcizia. In questo mondo malato la deformità morale degli individui si manifesta in aberranti malformazioni fisiche, rese concrete e disgustose dal trucco di Natasha du Toit e Lian van Wyk.
L'ex poliziotto Max Rockatansky viene fatto prigioniero da un gruppo di uomini e condotto nella Cittadella, un insediamento tra le aride colline, dove il tiranno Immortan Joe esercita il proprio controllo sulla popolazione attraverso il possesso dell'unica fonte d'acqua nella zona. Improvvisamente, un membro fidato nell'organizzazione di Immortan decide di ribellarsi.

Siamo di fronte a un concentrato di folli e rocamboleschi inseguimenti nel deserto, intervallati da scontri a fuoco e scazzottate, nei quali si torna a utilizzare, in dosi massicce, stuntman e autentici veicoli, proprio come il cinema anni '70 e '80 aveva insegnato. L'impatto visivo di questa scelta è incredibile. Intuibilmente, data la natura del film, allo script spetta un ruolo alquanto risicato, ma la sceneggiatura scritta a tre mani (George Miller, Brendan McCarthy, Nico Lathourius), quando chiamata in causa, risponde a gran voce; poche righe di dialogo, ma efficaci nel contribuire a caratterizzare i personaggi.
Non sarà il ruolo più importante o difficile della loro carriera, ma Tom Hardy (attore dai grandi deltoidi e dall'ampio talento) e Charlize Theron (che mantiene il suo splendore in qualsiasi modo la si combini), riescono egregiamente nella parte, tirando fuori le capacità attoriali quando il film deve fisiologicamente rallentare. C'è persino una scena in cui si affrontano in uno scontro corpo a corpo, il cui esito non è così scontato come si potrebbe pensare.

L'ottima regia di Miller riesce a indovinare sempre l'inquadratura, ma la parte da leone spetta al montaggio. Questo, ad opera di Jason Ballantine e Margaret Sixel, è oltre la soglia della perfezione, con la testa che fa capolino nel campo della sperimentazione, tanto è abile nel gestire con precisione assoluta e in modo inedito una mole immane ed intricata di personaggi, veicoli e movimenti frenetici, in spazi spesso molto ristretti, senza mai confondere lo spettatore. Un perfetto distillato delle oltre trecento ore di girato a disposizione. Un uso così innovativo del montaggio non lo si vedeva da tempo.
Un film folle e ipercinetico al punto da frammentarsi e divenire pura sensazione che percuote lo spettatore. E' un capolavoro, come afferma qualcuno? Non lo so, però è gigantesco. Sorprendentemente gigantesco. Miller non è cialtrone e la minestrina riscaldata la getta via piuttosto che servila. Si spinge, si rischia, si crea, partendo da una base forgiata nella precedente trilogia.
Due ore di pura goduria.

venerdì 8 maggio 2015

Under The Skin

Alla 70ima Mostra internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia si è beccato una bordata di fischi. All'uscita nelle sale, lo scorso anno al volgere di settembre, la maggior parte del pubblico ha risposto con pollice verso. Parliamo di Under The Skin, film del 2013 (basato sul romanzo, edito nel 2000, Sotto la pelle di Michael Faber), nonché terzo lungometraggio di Jonathan Glazer, regista britannico che torna dietro la macchina da presa a nove anni di distanza da(ll'altrettanto criticatissimo) Birth - Io sono Sean.

Partiamo dicendo che Under The Skin, sebbene non risulti eccessivamente ostico, non è certamente un film semplice. Si tratta di una pellicola (termine utilizzato a sproposito dato che il girato è in digitale) che intinge la fantascienza in un surrealismo dai netti richiami lynchiani (Ereserhead in primis) e che, giocando con la dilatazione dei tempi e la frammentazione del racconto, non offre alcun punto di riferimento allo spettatore, proiettandolo così in una situazione di straniamento e curiosità simile a quella sperimentata dalla (o dal) protagonista. Siamo di fronte a qualcosa di più che a un mero tentativo di confondere il pubblico (ipotesi sostenuta da molti) e Glazer dimostra di conoscere e di saper utilizzare il linguaggio cinematografico, riuscendo a rendere lo spettatore "straniero in terra straniera". Il tutto senza mai incidere negativamente sullo sviluppo delle tematiche trattate.

Un essere alieno dalle sembianze femminili (quelle di Scarlett Johansson), giunto sulla terra nei pressi di Glasgow, si mette a caccia di esseri umani, della cui carne la sua specie si nutre. Sfruttando la procacità del proprio aspetto, l'alieno (nei titoli di coda indicato con il nome di Laura -altra citazione a Lynch?- sebbene nel film non si faccia alcun riferimento ad un nome) adesca uomini adulti. Il desiderio sessuale, una delle pulsioni fondamentali nell'essere umano, diviene l'esca perfetta. A coadiuvarla c'è un altro alieno, che scorrazza su moto da corsa di grossa cilindrata, il cui compito è nascondere ogni traccia del loro passaggio.
La scelta dell'alieno di "avventarsi" esclusivamente su uomini celibi e senza figli risponde al preciso scopo di ridurre al minimo l'impatto della sua (o potremmo dire loro) "attività" sugli equilibri della genere umano; come se la Terra fosse un allevamento senza recinti. 

La protagonista è intenzionata ad apprendere quanto più possibile sulla razza umana. Significativo, nonché giusto, è il fatto che scelga come "trespolo" d'osservazione un centro commerciale, invece di un museo o un'università. Glazer riteneva fondamentale che gli attori in scena mostrassero dei comportamenti e delle movenze quanto più naturali possibile. L'espediente adoperato è stato quello di riprendere, a loro insaputa, dei comuni passanti (cosa che in alcuni punti risulta palese), i quali si sono ritrovati ad interagire con la Johansson. Per esempio, la scena in cui la protagonista inciampa, divenuta un celebre meme sul web, è stata girata con l'ausilio di tre telecamere nascoste (difatti la qualità delle riprese, in quel caso, non è il massimo).

Cos'è che ci rende umani? Aristotele affermava che "l'uomo è un animale sociale". La psicologia ha da tempo dimostrato come le emozioni abbiano una base biologica (sono parte della nostra eredità genetica), o quantomeno le cosiddette 6 emozioni fondamentali (ossia innate): rabbia, paura, repulsione, tristezza, gioia, sorpresa (non bisogna certo insegnare a un bambino ad avere paura). Il tempo e la socializzazione non semplicemente permettono a queste sei di svilupparsi, ma consentono la comparsa di emozioni nuove (come l'orgoglio, la vergogna). I membri della razza aliena non hanno delle vere interazioni; sono freddi, simili ad automi programmati. Il contatto tra alieno ed essere umano (special modo con l'uomo affetto da neurofibromatosi -non è make up e il tizio si chiama Adam Pearson- che richiama il celebre The Elephant Man) innesca un processo di cambiamento interiore. Se, come in molti credono, gli occhi sono lo specchio dell'anima, allora è quello il punto in cui possiamo scrutare la metamorfosi (difatti l'alieno in moto controlla gli occhi di Laura, ed è proprio guardandoli riflessi nello specchio che questa comprende la portata del cambiamento).

La donna che compare nelle battute iniziali, a cui Laura prende gli abiti, è anch'essa un alieno, che viene eliminato proprio perché capace di provare emozioni (la vediamo piangere) e di conseguenza (possiamo supporre) reticente ad uccidere. Il cacciatore che rifiuta di cacciare. Di grande impatto è la sequenza in cui la protagonista cerca di mangiare una fetta di torta, spinta dal desiderio di trovare un modo diverso per nutrirsi, senza però riuscirci. L'impossibilità di andare oltre la propria natura, in quanto vincolo ultimo invalicabile. Siamo ciò che siamo; e loro sono predatori (come sottolineato dalla scritta adesiva "Shark" sul casco dell'alieno in moto).

Si parla di sentimenti, nostra massima forza, e di crudeltà, condanna innata del genere umano; ma non soltanto questo. Si parla della società vista da occhi neutrali che ne evidenziano virtù e contraddizioni, di alienazione e aspetto fisico (tabù imperante che orienta fortemente tutti i nostri rapporti, consapevolmente e non), della scoperta di sé e della propria natura (sottolineata dalla ormai celebre scena di nudo integrale della Johansson, che riesce a risultare incredibilmente delicata). Una regia elementare ma elegante, supportata da una fotografia gelida (opera di Daniel Landin) e da una colonna sonora straniante (di Mica Levi), tesse un film affascinante, capace di inglobare lo spettatore in alcune delle immagini più suggestive viste sul grande schermo nell'ultimo periodo.
Under The Skin secondo noi è un film notevole, una piccola perla che non tutti riusciranno ad apprezzare ma che sicuramente merita una visione... non solo per la patata di Scarlett.

sabato 2 maggio 2015

The Act Of Killing

Il 30 settembre 1965, Haji Mohammad Suharto, generale maggiore della Diponegoro (divisione dell'esercito coloniale indonesiano), sfruttando la falsa notizia di un fallimentare putsch ordito da un gruppo di generali di orientamento comunista, riuscì a rovesciare, con l'appoggio degli Stati Uniti, il governo di Kusno Sosrodiharjo (chiamato Sukarno) e ad instaurare una dittatura militare (che si autodefinisce Repubblica Democratica) imperante in Indonesia ancora oggi. Il governo istituito da Suharto si avvalse di un'organizzazione paramilitare, tra le cui fila hanno sempre operato gangster e assassini, chiamata Pancasila Youth (Pancasila è il nome dei cinque principi dello stato Indonesiano) per eliminare il PKI (il terzo più grande partito comunista del mondo) e tutti i dissidenti. Gli uomini della Pancasila uccisero brutalmente un numero indefinito (tra l'uno e i tre milioni) di persone; migliaia di cittadini si ritrovarono privi dei diritti fondamentali ed incalcolabili furono le torture, gli stupri di massa, le deportazioni. Secondo diverse fonti attendibili fu la CIA a fornire all'esercito indonesiano e alla Pancasila, oltre alle armi, nomi ed indirizzi (ben 5.000) dei dirigenti (di comitati provinciali e locali) del Partito Comunista. Joseph Lazarsky, all'epoca capo della CIA a Giacarta, affermò che quegli elenchi erano delle vere e proprie "liste di condannati a morte". I titoli delle testate giornalistiche statunitensi dell'epoca esprimevano totale consenso nei confronti dell'operato di Suharto. TIME: "La migliore notizia da anni per il campo occidentale"; US News & World Report: "Indonesia: una speranza, dove non ce ne erano più".
Un rapporto del 2012 di Komnas-Ham, la Commissione indonesiana per i diritti dell'uomo, per la prima volta nella storia ha definito crimini contro l'umanità gli atti compiuti durante la repressione del '65. Nessuno dei responsabili di quel massacro è però mai stato punito; in patria queste persone vengono considerate degli eroi.

Cos'è realmente un assassino? Qual è la vostra idea di genocidio? Quanto in basso può cadere l'essere umano? Qualunque risposta o convinzione voi abbiate (o crediate di avere) a riguardo cadrà in frantumi durante la visione di The Act Of Killing, folgorante documentario, datato 2012, che affronta (di petto) la questione della purga anticomunista indonesiana, non semplicemente attraverso testimonianze filmate degli assassini della Pancasila, ma tramite delle ricostruzioni sceniche degli omicidi dove a recitare sono i killer in persona. L'opera, della quale esistono due versioni (una di 122 minuti e una director's di 159), è firmata da Joshua Oppenheimer. Texano con un dottorato in Arte e design ottenuto presso l'Università di Londra, già autore di diversi documentari (tra cui The Entire History Of The Louisiana del '98 e The Globalisation Tapes del 2003), Oppenheimer si è avvalso per questo lavoro dell'aiuto della documentarista Christine Cynn e di un collaboratore indonesiano che ha preferito mantenere l'anonimato.

Siamo a Madan, capoluogo della Sumatra settentrionale. Simbolo, nonché protagonista, di questa tragica storia è il killer Anwar Congo, che nei primi anni '60 altro non era che un gangster di basso profilo dedito al bagarinaggio dinanzi ad un cinema di quartiere. Sono molteplici i riferimenti alla settima arte sparsi nel documentario e l'intelligenza con la quale Oppenheimer li gestisce fa sì che The Act Of Killing diventi un opera fortemente meta-cinematografica, capace di indagare in maniera acuta sulle capacità comunicative del grande schermo. A far capolino svariate volte è proprio la filmografia statunitense, attraverso la quale si evidenzia come l'influenza politica, ideologica e commerciale degli USA abbia fortemente inciso sulla cultura e sullo sviluppo dell'Indonesia. Le pellicole hollywoodiane diffondevano (e diffondono ancora oggi) il modello comportamentale tipico della società capitalista e individualista; la mentalità del "punta in alto, prendi tutto", disfunzionale alla radice, può condurre a delle derive aberranti se inserita in contesti privi di una forte identità sociale.
Si accenna alla spinosa questione della correlazione tra arte e violenza, senza però assumere mai posizioni ben definite. Oltre a permettere ai gangster locali di arricchirsi attraverso la rivendita di biglietti, le pellicole a stelle e strisce erano per questi fonte d'ispirazione per l'elaborazione di nuovi metodi d'eliminazione degli "avversari". Sebbene fortemente limitativa di diverse libertà, l'idea di vietare la proiezione di film made in USA, proposta dal PKI negli anni '60, non appare totalmente errata.
Oltre a ciò Oppenheimer riprende e approfondisce il discorso sul legame tra mezzo cinematografico e propaganda. Pengkhianatan G30S/PKI (di cui alcuni spezzoni sono visibili nella pellicola) è un film del 1984, della durata di 271 minuti, commissionato dal governo indonesiano e diretto da Arifin C. Noer, il cui obiettivo era di dipingere in maniera negativa i comunisti massacrati nel '65. Propaganda e cinema si sono incrociati spesso, basti pensare a quello che viene considerato il primo film nella storia, ovvero Nascita di una nazione, del 1915, di Griffith; potremmo citare anche La Corazzata Potëmkin, del '25, di Ėjzenštejn. In che misura il cinema può veicolare messaggi politici e ideologici? Se Pengkhianatan G30S/PKI propina delle menzogne a cui il popolo non crede, allora The Act Of Killing riflette su se stesso. Un film pregno di bugie non convince nessuno, ma un film che racconta la verità può davvero riuscire a riscrivere la storia di un paese?

Con il colpo di stato del '65, Anwar divenne uno dei più spietati e temuti killer (si stima abbia ucciso più di mille persone) al soldo del regime. Quanto orrore un uomo, seppur freddo e senza scrupoli, può contenere? Se, come afferma il terzo principio della dinamica, ad azione corrisponde reazione, allora ad ogni atto compiuto corrisponde un prezzo da pagare. Oppenheimer (il quale aveva già ascoltato e scartato altri 40 killer) scelse Anwar Congo per via della crescente sofferenza interiore che lasciava trasparire. Qual è la più grande punizione per un atto terribile? Non essere puniti; azione senza reazione. La violenza è una forza che colpisce, sebbene in maniera fortemente asimmetrica, coloro che la perpetrano tanto quanto coloro che la subiscono. In The Act Of Killing questi uomini, dalle mani sporche di sangue incrostato, diventano attori su un palcoscenico nel quale si allestisce l'atto di uccidere. Lo si fa giocando con gli stilemi del western, del noir, dell'horror, del fantasy e del musical. Attraverso quotidianità e finzione, tralasciando qualsiasi forma di narrazione didascalica, si ripercorre un momento storico tremendo di una nazione nella quale la dittatura ha vinto. Si innesca così un gioco di equilibri tra senso di colpa represso e riconoscimento sociale di quanto fatto, tra rievocazione e rimozione. Il cinema, in quanto forma d'arte, attraverso la sua intrinseca capacità di immedesimare, diviene uno strumento di umanizzazione, che indurrà Anwar  a ripensare, riconsiderare e pentirsi di quanto fatto.

The Act Of Killing è un documentario straordinario che travolge lo spettatore, colpendolo ripetutamente allo stomaco, al punto tale da mozzargli spesso il fiato, ma al contempo rendendogli impossibile interrompere la visione. Una macroanalisi di una assassino che è al contempo una microanalisi di una dittatura. Una visione obbligata per chiunque, amanti del cinema e non.