lunedì 23 marzo 2015

Pasolini

Il signor "bevevo vino con la cocaina", all'anagrafe Abel Ferrara, regista newyorchese classe '51, ha sempre scandalizzato e diviso. Nell'istante in cui si è messo al lavoro per realizzare un film su Pier Paolo Pasolini, non serviva certo un veggente per sapere quali sarebbero state le reazioni. Le polemiche sono sorte appena diffusasi la notizia, sono proseguite per tutto il periodo di lavorazione, sono esplose con l'uscita in sala (trovando il loro apice nella presentazione al festival di Venezia 2014), e non si sono ancora del tutto esaurite. Pasolini, film del 2014, ripercorre l'ultima giornata di Pier Paolo Pasolini, ovvero il primo novembre 1975.

Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, drammaturgo. Pasolini è uno degli intellettuali più importanti del palcoscenico mondiale del '900. Approcciarsi a lui e alle sue opere non è impresa semplice e il rischio di scivolare nel banale è sempre in agguato. Ad Abel Ferrara va dunque, innanzitutto, riconosciuto il coraggio di essersi lanciato in una simile operazione. Ok, dirà qualcuno, lui è un provocatore e si prodiga spesso in produzioni del genereVa bene, rispondiamo noi, però siamo stufi di prodotti preconfezionati e privi di palle spina dorsale, quindi ben venga chi osa.
Diamo un altro merito al film: ovvero di non essere il solito biopic. Come nel migliore dei casi, Ferrara prende il genere (crediamo che ormai i film biografici possano esser definiti tali) e lo rimastica a suo piacimento. Bandisce ogni forma di buonismo e patetismo, strappa via la tipica patina e la sostituisce con il freddo travertino che riveste il Palazzo della Civiltà Italiana. L'ultimo giorno di Pasolini viene scisso, mostrandoci da un lato l'uomo, con i suoi affetti e le sue pulsioni, e dall'altro l'artista, lo scrittore, il regista.

Ferrara gioca, e con gran divertimento, nel mettere in scena il Porno-Teo-Kolossal (film mai realizzato e del quale esistono solo alcune bozze) e ad entrare nella testa di Pasolini per ricostruire gli intenti dietro Petrolio (romanzo postumo mai completato), nello stesso modo in cui, dopo aver letto un grande romanzo o visto un film meraviglioso, con la nostra immaginazione tentiamo di far rivivere, nello spazio e nel tempo della nostra mente, quei personaggi, quelle ambientazioni, nella consapevolezza di non essere all'altezza del loro creatore. Ferrara gioca a fare Pasolini, avendone rispetto ma non per questo tirandosene indietro.

Se le parti riguardanti Petrolio, dove il protagonista è Carlo, un ingegnere torinese che lavora per l'ENI, risultano essere non molto interessanti, il Porno-Teo-Kolossal è invece una delle cose meglio riuscite della pellicola. Ninetto Davoli interpreta Epifanio (ruolo spettante ad Edoardo De Filippo), re magio contemporaneo, che assieme al suo schiavetto Nunzio, interpretato da Riccardo Scamarcio (nel ruolo che avrebbe dovuto essere di Ninetto), segue una stella cometa, nel tentativo di raggiungere la grotta dove sta per nascere il nuovo messia. Qui passato e presente si confondono; dalla Roma degli anni '70 veniamo catapultati nella capitale odierna, forse la Roma che Pasolini avrebbe in parte voluto, tollerante e pacifica con se stessa.

Willem Dafoe, che ha il giusto physique du rôle, riporta in vita il Pasolini uomo, amico, conoscente. L'intervista con Furio Colombo, giornalista de La Stampa, è la parte più interessante della pellicola. Ne emerge un Pasolini nichilista e annichilito; privo di speranza nei confronti di una società senza speranze, nella quale gli uomini si uniformano ad un modello che non li eleva ma li imbrutisce, che ponendo obiettivi così bassi (l'obiettivo è l'automobile, la vacanza, il vestito elegante) ne fa emergere il lato animalesco, la voglia di uccidere; la democrazia, la civiltà dei consumi, è riuscita in ciò che il fascismo aveva fallito, ovvero l'omologazione. Pasolini sembra però schiacciato da questa sua visione, troppo radicale da divenire assoluta e quindi in parte profondamente sbagliata, per chi, come lui, sapeva che non si vive di assoluti.

L'errore più grande, forse imperdonabile, del film di Ferrara è di non riuscire a contestualizzare questa visione. Queste parole, questi frammenti dell'intervista, quasi profetica, con Colombo, che delineano il modo nel quale il poeta vedeva la società, perdono molto di significato in quanto non poste a confronto con la società nella quale Pasolini viveva, l'Italia degli anni '70. Non basta inquadrare vecchi quotidiani che riportano svariati omicidi; non basta far muovere Pasolini per strada mentre giovani comunisti affiggono manifesti e inneggiano "fascisti pagherete caro, pagherete tutto" con in sottofondo una sirena dei carabinieri. Non si delinea così un contesto, tanto meno uno dei più complessi e contraddittori mai visti in un paese democratico, nel quale il livello dello scontro sociale, economico e politico era altissimo. Ferrara non ha forse idea di cosa sia stato realmente quel periodo, motivo per il quale, probabilmente, ha scelto di raffigurare l'assassinio di Pasolini come l'opera di teppisti omofobi piuttosto che come il brutale e riprovevole atto di una guerra "ideologica" senza vincitori. Basta ricordare lo stupro, avvenuto nel '73, ai danni di Franca Rame per comprendere in che situazione ci si muoveva.

Il personaggio Pasolini funziona solo quando recita frammenti di interviste (vere). Dafoe offre una prestazione attoriale non sempre convincente, anche se i veri problemi sono insiti nella scrittura. In alcuni casi Pasolini sembra un asceta, in altri un profeta da vecchio testamento, con tutti che lo ascoltano consapevoli della loro inferiorità. Difatti la scena migliore è quella con Colombo, dove c'è un vero confronto. I personaggi delle opere incompiute reggono; sia Carlo (protagonista di Petrolio) che Epifanio e Nunzio (Porno-Teo-Kolossal). Poi, chiunque altro compaia sulla scena è di contorno, poco interessante o totalmente inutile. A ciò possiamo abbinarci alcune scelte nel cast davvero discutibili: in primis Adriana Asti (che interpreta la madre di Pier Paolo), seguita a ruota da Damiano Tamilia (Nino Pelosi). Si sconsiglia la visione del film in lingua originale, in quanto risulta essere un guazzabuglio di inglese, italiano e romanaccio, con alcune scene che sconfinano nel ridicolo. Il doppiaggio italiano, in questo caso, salva la baracca.

Pasolini di Abel Ferrara non è un film orrendo, come strillato a più riprese a destra e sinistra, ma un film poco più che sufficiente, con qualche pregio e tantissimi piccoli difetti. Continua a far discutere, ma non durerà a lungo, visto che sembra viaggiare spedito verso il dimenticatoio. Non da buttare, ma un occasione sprecata.

venerdì 20 marzo 2015

Romanzo Criminale

Anni '70, Roma. Un manipolo di criminali di strada, capitanati dal pregiudicato Cesare Rocchi detto "Libano", sequestra il barone Rosellini. I tre miliardi di lire del riscatto vengono reinvestiti in droga, prostituzione e gioco d'azzardo. Si forma così una delle più spietate bande criminali d'Italia, disposta a tutto pur di conquistare la capitale, anche a stringere amicizie pericolose. Sulle loro tracce l'instancabile commissario Nicola Scialoja, spinto dall'amore per Cinzia Vallesi, prostituta d'alto bordo che si fa chiamare Patrizia, nonché donna di uno dei capi del gruppo criminale.

Nel 2002 lo scrittore Giancarlo De Cataldo, nonché giudice della Corte d'Assise, pubblica Romanzo Criminale, un romanzo (per l'appunto) ispirato alle vere gesta della Banda della Magliana (nome attribuito alla banda dai giornali dell'epoca), gruppo criminale romano sorto negli anni '70 e operante sino ai primi del '90; sebbene uno dei suoi membri, tale Antonio Mancini, detto "Accattone" (per via della somiglianza con il protagonista dell'omonimo film di Pier Paolo Pasolini, del quale Mancini è grande estimatore), sostenga che la banda esista ancora oggi. Le recenti indagini su Mafia Capitale, che hanno coinvolto l'ex sindaco Gianni Alemanno (ex membro del PDL) e portato all'arresto di Massimo Carminati, criminale e terrorista neofascista ed ex membro della banda (il personaggio del "Nero", interpretato da Riccardo Scamarcio, è ispirato proprio alla sua figura), ci permettono di intravedere un fondo di verità nelle parola di Mancini.
Riprendendo il mix di verità e finzione preparato da De Cataldo e dandogli una bella scecherata, Michele Placido, nel 2005, gira il suo settimo lungometraggio, ovvero Romanzo Criminale.

Se ne parlò parecchio di questo film. Quotidiani, telegiornali, siti internet. Alcuni monotoni e grigi individui sollevarono, come sempre accade, questioni inerenti la glorificazione dei criminali e della violenza. Romanzo Criminale ci colpì parecchio. Ci colpì per il modo nel quale trattava i temi della criminalità, della vendetta, dell'amicizia, dell'ignoranza e dell'amore. Diretto; mai banale o buonista. Ci stupì il taglio dell'opera: rapido, incisivo e pop. La regia era semplice e pulita e di tanto in tanto si concedeva qualche piccolo virtuosismo. Il montaggio era serrato ma non frenetico, svelto ma quasi mai confuso. La sceneggiatura non imboccava lo spettatore. I richiami al cinema statunitense erano molto forti e qualcuno sussurrava Scorsese (prendete quest'ultima affermazione con le pinze). I personaggi di Scialoja e Dandi, e il loro rapporto, ricordavano Jimmy Doyle e Alain Charnier de Il Braccio Violento Della Legge di William Friedkin. Inoltre, la colonna sonora vintage, curata da Paolo Bonvino, in questi casi funziona sempre. Il tutto aveva un sapore molto fresco.
La storia narrata si "ispira a fatti reali", ma come i Coen con il loro Fargo ci avevano già insegnato, tale dicitura, nel cinema, non ha mai avuto molto valore. Per cui, data la nostra passione per la storia (special modo quella italiana, ricca di misteri e contraddizioni), adorammo il modo in cui Placido intrecciava (più di quanto fossero intrecciati realmente) tragici eventi (come l'omicidio Moro e la strage alla stazione di Bologna) alla vita dei suoi personaggi.

Avevamo 17 anni ed amammo Romanzo Criminale con tutto il cuore. Dopodiché siamo cresciuti (solo fisicamente, direbbero i maligni) e se prima guardavamo film in modalità "presta attenzione a tutto", oggi viaggiamo sul "trova il pelo nell'uovo". Di peli nel film di Placido ne abbiamo trovati. Partiamo dal più fastidioso: Kim Rossi Stuart. Qualcuno dice che è diventato bravo e che in Romanzo Criminale doni una delle sue migliori interpretazioni. Secondo noi proprio non ce la fa e ogni volta che compare in scena iniziamo a sperare che qualcuno lo freddi (capita la battuta?), sapendo però benissimo che ce lo porteremo dietro per tutto il film. A lui sia associa Jasmine Trinca (che putacaso interpreta la fidanzata del personaggio di Rossi Stuart) e la sua terribile voce da uomo. Menzione anche per Roberto Brunetti, detto Er Patata (ma nella realtà, non nel film), che dopo vari problemi con la giustizia è finito a fare il pescivendolo; visto come recita, la bancarella del pesce è il posto ideale per dar sfogo al suo talento. L'odiato (da noi) Stefano Accorsi invece fa un bel lavoro, così come Claudio SantamariaPierfrancesco Favino e Anna Mouglalis. Ci traumatizzò vedere Riccardo Scamarcio (da noi rinominato "il deficiente", dopo la visione di Tre Metri Sopra Al Cielo) recitare la parte del killer neofascista ed essere convincente.Qualche scelta di regia e montaggio risulta banale (prendete di peso l'intera sequenza nella stazione di Bologna e gettatela via), mentre una o due sono totalmente sbagliate (la sequenza del rapimento del barone Rosellini). La sceneggiatura ha qualche scivolone per quanto riguarda i dialoghi (esempio: la sequenza iniziale; la scena tra il Freddo e Roberta dinanzi al quadro) e forse si affeziona troppo ai personaggi, donandogli delle morti troppo enfatiche.

Romanzo Criminale è un buon film. Resta sempre godibilissimo nonostante il minutaggio non proprio basso (154 minuti la versione cinematografica e 174 quella integrale), scava con un po' di fantasia nei tetri eventi che anno scandito vent'anni della Repubblica italiana (eventi non sufficientemente ricordati dal popolo) e concede allo spettatore più di uno spunto di riflessione (cosa si è disposti a fare per amore? cos'è davvero il potere?).
Non sarà un capolavoro, ma merita certamente una visione. Dato che siamo circondati da persone che guardano Cado Dalle Nubi poiché hanno bisogno di spegnere il cervello, crediamo che nessuno se ne lamenterà.

domenica 15 marzo 2015

Ida

Il seguente testo contiene spoiler!

Pavel Pawlikowski, classe '57, è un regista polacco a noi sconosciuto, o quantomeno lo era prima del suo ultimo, nonché quarto lungometraggio. Fresco vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero all'87ima edizione degli Academy Award (dove concorreva anche nella categoria miglior fotografia), Ida è un film del 2013, che attraverso l'eleganza senza tempo del bianco e nero e ricorrendo alla maestosa fotografia di Ryszard Lenczewski e Lukasz Żal, ci racconta di Ida, giovane orfana che ha trascorso la vita in convento, adesso in procinto di prendere i voti, e dell'incontro con l'unica parente ancora in vita, la zia Wanda Gruz, un giudice che trascorre le giornate tra vodka e scopate occasionali.

[estratto da un intervista a Pawlikowski]
Qual è stata la genesi di Ida?
«Ida ha origini molteplici e le più interessanti probabilmente non sono del tutto consce. Diciamo che provengo da una famiglia piena di misteri e di contraddizioni e ho vissuto in varie forme di esilio per gran parte della mia vita. I temi dell'identità, della famiglia, dei legami di sangue, della fede, del senso di appartenenza e della storia sono sempre stati presenti nella mia vita. Ho iniziato a giocare con la storia di una suora cattolica che dopo anni scopre di essere ebrea. Inizialmente l'avevo ambientata nel ʻ68, l'anno delle proteste studentesche e in cui il Partito Comunista promosse le purghe antisemitiche in Polonia. I protagonisti erano una suora un po' più grande di Ida, un vescovo tormentato e un funzionario della sicurezza dello stato ed era una storia più immersa nella politica dell'epoca. La sceneggiatura risultava un po' troppo schematica e più improntata al thriller con una trama un po' troppo ingarbugliata per i miei gusti, così misi da parte Ida per qualche tempo e andai a Parigi per realizzare La Femme Du Cinquieme e cambiai aria.
Quando ripresi in mano Ida, avevo un'idea molto più chiara di come volevo che fosse il film. Con la mia co-sceneggiatrice Rebecca Lenkiewicz siamo risaliti all'essenza della storia, semplificando la trama, arricchendo i personaggi e rendendoli meno funzionali. Ida è diventata più giovane, più inesperta, più inconsapevole, una giovane donna che si affaccia alla vita. Inoltre abbiamo spostato l'ambientazione storica nel ʻ62, un periodo meno rappresentativo della Polonia, ma anche un'epoca di cui conservo i ricordi più vividi, le mie impressioni di bambino ignaro di quello che accade nel mondo adulto, ma a maggior ragione sensibile alle immagini e ai suoni. Alcuni fotogrammi del film potrebbero essere fotografie del mio album di famiglia.»

Non è un film sull'Olocausto (al contrario di quanto sostenuto da alcuni critici) e non pretende di esserlo. Così come avveniva nel bellissimo La Scelta Di Barbara di Christian Petzold, film del 2012 ambientato nella Germania dell'Est dei primi anni '80, il grande schermo ci permette di osservare le conseguenze a lungo termine del quinquennio d'occupazione nazista, del secondo conflitto mondiale e del controllo sovietico post Yalta. Un affresco della Polonia dei primi anni '60, (siamo nel '62) quando ormai i fumi della battaglia si sono dissolti da tempo; il ritratto di un Paese che cerca di nascondere le proprie cicatrici sotto i polsini di una giacca sporca di fango.

Le protagoniste non hanno semplicemente dei caratteri contrapposti ("io sono una puttana e tu una santa"), ma presentano connotati fortemente contraddittori, capaci di renderle metafore perfette delle rispettive generazioni. I tragici eventi legati all'invasione sovietico-nazista del '39 e alla successiva occupazione, formano un solco indelebile. Ci sono coloro che hanno conosciuto un mondo prima delle dittature, della violenza, dell'antisemitismo; che hanno lottato per difenderlo senza riuscirvi, spesso trasformandosi in coloro contro i quali combattevano. Wanda la sanguinaria è un ex partigiana nonché un procuratore generale stalinista che nei primi anni '50 ha condannato a morte diversi "nemici del popolo", ovvero partigiani non comunisti dell'AK (Armia Krajowa) che avevano, dopo la resa della Germania e lo scioglimento del movimento di resistenza (avvenuto per evitare una nuova guerra civile), continuato a combattere l'esercito sovietico. Combattenti volontari che volevano la libertà del Paese condannati a morte dai partigiani scesi a patti con il regime stalinista. Wanda porta dentro sé i segni delle scelte compiute, dai quali sgorga un insanabile e profondo malessere, che ad occhi poco attendi potrebbe apparire come semplice cinismo. Ha origini ebree ma lo ha sempre negato (per le conseguenze che questo potrebbe comportare), e ha perso molto di più di quanto voglia ammettere (nel corso del film avremo modo di capire qual è stato il prezzo che ha dovuto pagare).

Da dove viene il personaggio di Wanda?
«Mentre frequentavo il corso post-laurea per il master a Oxford nei primi anni '80, strinsi amicizia con il professor Brus, un economista geniale, un marxista riformista, che lasciò la Polonia nelʻ68. Ero particolarmente affezionato a sua moglie Helena, che fumava, beveva, scherzava e raccontava grandi storie. Non sopportava gli sciocchi e mi colpiva per il suo calore a la sua generosità. Quando lasciai Oxford persi i contatti con i Brus, ma una decina di anni dopo sentii al notiziario della BBC la notizia che il governo polacco aveva richiesto l'estradizione di una certa Helena Brus-Wolinska, residente a Oxford, accusata di crimini contro l'umanità. Scoprii che l'affabile vecchia signora quando aveva una trentina d'anni era stata un Procuratore Generale stalinista e, tra le altre cose, in un processo farsa aveva orchestrato la morte di un uomo innocente, un vero eroe della resistenza, il Generale "Nil" Fieldorf. Fu un bello shock: non riuscivo a conciliare la donna espansiva e ironica che avevo conosciuto con la spietata e fanatica giustiziera stalinista

Poi c'è Ida, la suora ebrea, totalmente all'oscuro delle sue origini (nemmeno conosceva il proprio nome), cresciuta quando l'ultimo colpo di fucile era già stato esploso e il Partito Comunista aveva da tempo eretto la sua dittatura. E' membro di una generazione confusa su quale sia l'obiettivo da perseguire; hanno conosciuto sempre e solo quel mondo. Pawlikowski è conscio che per le nuove generazioni è impossibile riuscire a comprende il significato di eventi non vissuti sulla propria pelle. Le generazioni odierne, nate dopo l'avvento di Solidarnosc, non potranno mai capire a fondo cosa sia stata l'oppressione comunista, cosi come quelle precedenti non potevano avere che una vaga idea di cosa fosse il dominio nazionalsocialista. 
Ma Ida è diversa, è al di fuori tutto; ha passato la vita in convento, una sorta di camera stagna che l'ha separata dal mondo, dai suoi tempi e dai suoi accadimenti. Difatti nelle primissime scene non riusciamo a comprendere quando si collochi temporalmente la vicenda. Non mostra alcuna inflessione, nemmeno un battito di ciglia, mentre apprende la tragica verità sulla propria famiglia. E' una sorta di corpo estraneo che osserva il mondo senza il filtro degli affetti, dei ricordi dell'infanzia, delle posizioni politiche o ideologiche.

Il viaggio conduce in vari luoghi della Polonia, dove impera il comunismo stalinista, ma al contempo sopravvive un tenue idealismo, che pochi anni prima si era manifestato nel cosiddetto ottobre polacco. La povertà stride con l'energia della musica pop (componente importante del film) e ne emerge qualcosa di agrodolce, nostalgico ma non retorico, critico ma non moralista. La ricerca del luogo di sepoltura è rappresentativa di un processo di crescita interiore nel quale Ida e Wanda diventano consapevoli (del proprio corpo nonché del loro essere, del futuro e del passato) e capaci di prendere decisioni importanti troppo a lungo rimandate. Decisioni forse non totalmente comprensibili o condivisibili per lo spettatore, che resta spiazzato dalla durezza e dall'ambiguità di certi atti, che possono apparire vigliacchi, ma che al contempo richiedono un coraggio enorme.
Ida è un film meraviglioso, toccante e intenso, che attraverso silenzi prolungati e dialoghi minimi, analizza i temi del legame, della famiglia, della paura e del senso di colpa. E' spesso difficile accettare il proprio passato e ripartire.

sabato 14 marzo 2015

Big Eyes

Attenzione! Il seguente testo contiene spoiler.

Timothy William (Tim per gli amici) Burton con Big Eyes, film del 2014, giunge al suo 17imo lungometraggio. Abbandonando, presumibilmente solo per il momento, attori feticcio (Depp può cosi scolarsi quanto whiskey vuole e interpretare tutti i Mordecai che gli pare) e atmosfere tipiche, croce e delizia della filmografia burtoniana, ci viene narrata la storia di Margaret Keane (nome di battesimo Peggy Doris Hawkins), artista divenuta celebre nella California degli anni '50 e '60 grazie alle sue opere raffiguranti bambini dai grandi occhi.

Tim Burton: "Non voglio girare in digitale. Datemi la pellicola."
Harvey Weinstein: "Zitto schiavo o ti rimando alla Disney."
(schiocco di frusta).

Burton approda al digitale (il basso budget fornito non consentiva di utilizzare pellicola da 35 mm) avvalendosi della fotografia colorata e "pastellosa" del sempre eccellente Bruno Delbonnel. Alla sceneggiatura Scott Alexander e Larry Karaszewski, già autori dello script di quel capolavoro che risponde al nome di Ed Wood. Immancabile Danny Elfman che riconferma la propria abilità nel costruire colonne sonore dalle tinte vintage (com'era stato per American Hustle). Risparmiamo però le supercazzole per i tempi di magra e veniamo al punto. Da ormai 10 anni critica e pubblico hanno smesso di applaudire Burton. "Bollito", "cotto", "alla frutta" e molte altre metafore culinarie sono state spese per lui. Residuano però alcuni sparuti gruppi di fan pronti a difenderlo anche se la loro "fede" è spesso messa a dura prova (ad esempio quando leggono in giro che Burton dirigerà il film live-action di Dumbo). Riteniamo di ribadire l'ovvio affermando che l'intera produzione artistica dello stravagante californiano, che spazia dal cinema alla letteratura, attinge a piene mani, con un filtro di nostalgia, dall'adolescenza trascorsa nell'assolata Burbank. "Da ragazzo cominciai a circondarmi di quegli occhi immoti e severi, e accettai di farmi osservare e persino spiare dal pianeta alieno, frontale, interrogativo di Margaret Keane". Molti dei personaggi che ha disegnato (da Nightmare Before Christmas a La Sposa Cadavere, passando per Vincent e Frankenweenie) ricalcano palesemente lo stile dei dipinti della Keane.

Avete mai sentito parlare di Bansky? E' uno dei maggiori esponenti della street art e le sue opere, che siano su tela o muro, vengono esposte in importanti musei e vendute all'asta per migliaia di dollari. Nessuno però conosce il vero nome o il volto dell'artista. Unica cosa certa: è nato e cresciuto a Bristol, in Inghilterra. Il 14 ottobre del 2013 una bancarella, posizionata in una della strade più affollate di New York, ha messo in vendita al prezzo di 60 dollari alcune opere su tela di Bansky, senza però specificare in alcun modo che lui ne fosse l'autore. Indovinate quante ne hanno vendute? 3. Soltanto 3. Tutto questo per dire cosa? 1, che chi scrive è saccente, 2, che definire, o riconoscere, cosa sia arte è più difficile di quanto si pensi.
Cosa spiega il balzo dei quadri di Margaret dalla bancarella domenicale, dov'erano venduti per poco più di un dollaro, alle aste dalle cifre folli? Il mondo si è improvvisamente accorto dello straripante talento della mano che li dipinge? Assolutamente no! Sono semplicemente diventati una moda. Ogni aspetto della società contemporanea è influenzata dalle mode: arte, cibo (qualcuno ha detto vegani?), tempo libero, politica, religione, sesso. Anche non vaccinarsi è diventato una moda.
L'interrogativo che attraversa l'intero film è: chi decreta cos'è arte? Il pubblico? Questo è però troppo ampio e spesso composto da individui con scarsa o nessuna dimestichezza con il mezzo espressivo che hanno di fronte, affinché possa svilupparsi una linea estetico-logica da seguire. Allora la palla passa alla critica? Critica spesso incompetente, incapace di legittimare il proprio ruolo e di far fruttare le esperienze accumulate durante i propri studi.  In realtà non esiste un soggetto legittimato a definire cosa sia arte e cosa no. E' il dialogo a campo aperto tra critica (e tra i vari critici) e pubblico (e tra i vari spettatori) a decretarlo.

L'artista, in realtà, non è che un essere umano e in quanto tale non sopravvive con la sola aria, ed inoltre gli strumenti che il "fare arte" richiede generalmente non piovono dal cielo, fattori che spingono l'arte a legarsi al commercio, che inducono l'artista (Margaret) a scendere a patti col diavolo (Walter). Ma attenzione, arte e commercio passeggiano a braccetto, ma non vanno insieme a letto.
Qual è il prezzo da pagare se si vuol "passare un altro inverno al caldo"? Rinunciare soventemente alla propria libertà creativa e questo Burton lo sa bene. Perché tanti quadri tutti simili? Perché tanti film tutti uguali? Perché è ciò che il pubblico vuole e per cui sgancia soldi. La solita minestrina riscaldata, ogni santa volta (altrimenti certe cose proprio non te le spieghi). Ma così l'artista si irrigidisce, le sue mani diventano rulli meccanici attraverso i quali passano metri e metri di tela (o di pellicola), la mente diviene un semplice ingranaggio ed improvvisamente si ritrova mutato in un enorme macchinario che stampa in serie (quello dei titoli di testa), il quale andrà avanti senza sosta finché qualcuno non deciderà di premere il pulsantone rosso di arresto, staccare la corrente e chiudere lo stabilimento.

Burton è consapevole, e lo ribadisce in svariate interviste, di come Ed Wood sia il suo film più apprezzato dalla critica nonchè quello maggiormente snobbato dal pubblico (arriva persino a definirlo flop commerciale), mentre con Alice In Wonderland si è verificato l'esatto contrario. Si trova incastrato all'interno di in un perverso sistema che ti fornisce libertà espressiva solo se ottieni risultati soddisfacenti al box office e questi arrivano, nel suo caso, solo riproponendo la solita solfa (stessi attori, temi simili, ambientazioni identiche). Nell'istante in cui se ne allontana, cosa fisiologica per ogni artista, cercando di creare un MDH Keane (Ed Wood, Big Fish), la critica applaude mentre il pubblico non risponde, allora arriva dalla produzione la bacchettata sulle mani che lo rimette in riga. Burton è intrappolato nella sua ombra. Molti sostengono che se il regista è davvero in cerca della libertà espressiva potrebbe anche produrselo da solo un film a basso budget; se così stanno le cose l'impressione è che tutto ciò gli stia bene. Il bambino che sognava di incontrare i mostri lovecraftiani è diventato un piccolo capitalista?

L'arte è un qualcosa di estremamente intimo e personale. Ogni lavoro nasce da dentro e rispecchia il modo del proprio autore di vedere le cose, per cui ciò che ispira qualcuno può non rappresentare nulla per altri. Nella sequenza all'interno del supermercato (la migliore dell'intero film) Margaret posa distrattamente nel carrello della spesa un baratto di zuppa di pomodoro Campbell, un oggetto apparentemente insignificante per lei, ma che per Andy Wharol, citato spesso nella pellicola, sarà fonte di ispirazione per una delle sue più celebri opere (parliamo di Minestra in scatola Campbell I, 1968). Questa intrinseca intimità che caratterizza l'atto creativo crea una sorta di legame, potremmo definirlo quasi genitoriale, tra l'artista e la sua opera, cosa che comporta una sorta di gelosia. Motivo per cui Margaret soffre nel vedere attribuita ad altrui persona la paternità dei propri dipinti.
I compromessi avvantaggiano sempre una parte più dell'altra e di conseguenza sono destinati a non durare. Il rapporto tra Margaret e Walter è proiettato sin dal primo istante alla fallimento. O si fugge via, riappropriandosi del proprio lavoro, o si resta schiavi per sempre. O l'arte o il commercio!

Big Eyes è un film più che sufficiente, ma lontano dalla qualità dalle pellicole che hanno segnato i fasti del regista. Una regia elementare e quasi priva di guizzi, una direzione degli attori inadatta che spinge Waltz troppo sopra le righe (sembra effettivamente Hans Landa) e che costringe la Adams a recitare sotto tono. Alcuni lo hanno definito un film poco burtoniano, ma per noi c'è tantissimo Burton anche se non è al suo massimo splendore. Sembra di assistere al rientro di un grande calciatore dopo un lungo infortunio; la prestazione non è delle più brillanti, ma lascia sperare coloro che lo hanno amato e che continuano ad amarlo che presto tornerà ai livelli straordinari a cui li aveva abituati. A patto che si evitino tutti i Dumbo e le fiabe Disney disseminate sul campo.