domenica 11 ottobre 2015

American Horror Story: Murder House

Attenzione, il seguente post contiene spoiler!

Nel tentativo di superare una profonda crisi matrimoniale, la famiglia Harmon, composta dallo psichiatra Ben, dalla moglie Vivien e dalla problematica figlia adolescente Violet, si trasferisce a Los Angeles da Boston. La nuova abitazione, un villetta in stile vittoriano sita nel quartiere di Arlington Heights, è stata nel corso del tempo teatro di numerosi fatti di sangue. Com'è facile immaginare, presto gli Harmon si accorgeranno di avere in casa strani e pericolosi inquilini. 

American Horror Story è una serie televisiva (ovviamente di stampo horror) a carattere antologico (quindi, ogni stagione presenta trama, ambientazioni e personaggi differenti), prodotta e trasmessa dal canale via cavo FX a partire dal 2011. Ideatori e showrunner del serial sono Ryan Murphy (già ideatore dell'irritante Nip/Tuck e del fastidiosissimo Glee) e Brad Falchuk (collaboratore di Murphy sin dai tempi di Nip/Tuck, qui assurto al ruolo di capoccia). L'idea alla base è quella di affrontare, offrendone una prospettiva differente, gli archetipi del genere horror statunitense, difatti il tema principale della prima stagione, composta da 12 episodi della durata di 45 minuti ciascuno, e soprannominata a posteriori (o post mortem, come preferisco) Murder House, è quello della dimora infestata dagli spettri/casa maledetta. Il riferimento è sopratutto l'abitazione infestata di Amityville, a Long Island, ai cui eventi si è ispirato il romanzo The Amityville Horror (Orrore ad Amityville), scritto da Jay Anson nel 1977, e di conseguenza le omonime pellicole tratte dal libro. Su tale tema non mancano però rimandi a opere come The Others di Alejandro Amenàbar, Poltergeist di Tobe Hooper (con annesso sequel diretto da Brian Gibson) e in alcuni punti Shining, sia il film di Stanley Kubrick che il romanzo di Stephen King. Non ci si limita solo a case e fantasmi, in corso d'opera sono molteplici le situazioni e le figure tirate in ballo, come il mito di Frankenstein attraverso la storia del dottor Charles Montgometry (interpretato da Matt Ross), o la vera storia di Elizabeth Short, meglio conosciuta come la Dalia nera, che ha il viso angelico di Mena Survari. Chiare sono, da metà stagione, le influenze di Rosemary's Baby di Roman Polanski e Omen di Richard Donner.

Tutti i lavori firmati Ryan Murphy presentano una problematica comune, ovvero l'onnipresenza nella regia, nella fotografia e nella messa in scena, di una patina volta a edulcolorare e rendere cool ogni elemento dell'opera, fattore che per contrasto corrode la verosimiglianza di ciò appare su schermo e disinnesca l'effetto choc a cui American Horror Story sembra sempre puntare. In Murder House si tira in ballo la perversione sessuale ma non c'è davvero del sesso o della perversione, si cerca di raccapricciare lo spettatore ma non c'è nulla di realmente raccapricciante. Ci si trova ad assistere a uno spettacolo che è meno audace di quanto voglia apparire, forse anche per imposizione da parte della dirigenza di FX, preoccupata dalla riuscita del programma e dalle critiche che un prodotto simile avrebbe potuto attirargli addosso (basti pensare che Murphy e Falchuk hanno impiegato circa 2 anni per convincere la dirigenza a produrre il programma).

Una ulteriore debolezza di Murder House è la totale assenza di una qualsiasi idea registica (croce di molte serie). Riprese virtuosistiche si alternano a imbarazzanti errori di regia e incomprensibili scelte di montaggio (non di rado convulsamente frenetico), tutto all'insegna dell'incoerenza. Sono diversi i nomi, più o meno sconosciuti, che si avvicendano dietro la macchina da presa, come Michael Lehmann (regista di stupidaggini come Hudson Hawk - Il mago della truffa e 40 giorni & 40 notti) e Tim Hunter (che ha diretto diversi episodi di Twin Peaks, Mad Men, Breaking Bad). Il migliore della crew è il texano Alfonso Gomez-Rejon (regista di Quel fantastico peggior pomeriggio della mia vita, vincitore del premio del pubblico e del gran premio della giuria all'ultimo Sundance Film Festival) direttore dell'episodio 11, Birth (Nascita), e dell'episodio 2, Home Invasion (Il passato ritorna). La sequenza d'apertura dell'ultimo citato è il momento più alto di Murder House, 5 minuti nei quali si rende omaggio a Psycho di Alfred Hitchcock (Temptation di Bernard Herrmann inquieta in qualunque situazione) attraverso le gesta del serial killer R. Franklin (interpretato da Jamie Harris), personaggio fittizio che si ispira al vero Richard Speck, conosciuto come il Macellaio di Chicago, colpevole di aver rapito, torturato e ucciso 8 allieve infermiere del South Chicago Community Hospital. Home Invasion è l'episodio più riuscito, con i suoi rimandi a Funny Games di Michael Haneke (il remake), alle gesta della Manson Family e al fenomeno dell'emulazione. Se il texano Gomez-Rejon è il migliore della classe, il peggiore è certamente Ryan Murphy, regista del Pilot (La nuova casa), ovvero uno degli episodi peggio diretti e montati (nonché malamente scritti) che mi sia capitato di vedere.

La grande falla che rende la struttura di Murder House altamente instabile è la sceneggiatura. Ci sono delle buone intuizioni (anzi, ottime direi), le quali però sono legate l'una all'altra attraverso delle pesanti forzature che aprono dei buchi narrativi profondi come canyon. Alcuni passaggi e qualche dialogo strappano persino grasse risate involontarie data la loro banalità. Inoltre non si riesce a tener sempre fede all'idea originale di fornire nuovi punti di vista sugli elementi dell'horror classico, cosa che conferisce al racconto un'aura forse troppo alta di prevedibilità, ma va comunque segnalata la capacità degli sceneggiatori di tenere viva la curiosità dello spettatore, obiettivo però spesso ottenuto ricorrendo a stratagemmi narrativi poco raffinati (da telenovelas colombiana, a dire il vero). Zoppicano tutti i membri del team di sceneggiatori, special modo James Wong (regista dell'abominevole Dragon Ball Evolution e dei gradevoli Final Destination, primo e terzo, nonché sceneggiatore, in coppia con Glen Morgan, di alcuni degli episodi più belli e affascinanti di X-Files), che mette la firma sul peggior script della stagione, ovvero quello dell'episodio 4, Halloween: Part 1.

Punti di maggior forza della stagione sono i personaggi e il cast. Jessica Lange, vincitrice di due premi Oscar, divampa e non teme confronti. Se è vero che a sostenerla c'è un personaggio, ovvero quello di Costance Langdon (ispirato alla Blanche DuBois di Vivian Leigh, in Un tram che si chiama Desiderio), ben scritto, dotato di profondità e sfaccettature, è anche vero che la Lange, con il suo immenso talento, contribuisce a donargli uno spessore non indifferente. E' lei a restare impressa una volta terminata la visione. Meritate lodi anche per Moira O'Hara, la domestica interpretata alternativamente da Alexandra Breckrenridge e Francis Conroy, dove la prima è abile nello sfruttare la sua sensualità, la seconda a riconfermare un talento già esibito diverse volte nel corso degli anni. Le parti in cui la Conroy e la Lange recitano assieme sono le più accattivanti dello show. Evan Peters, belloccio idolo delle ragazzine, si rivela convincente nell'interpretare Tate Langdon, un adolescente psicopatico autore di un massacro in un liceo (ricalcando così le stragi avvenute alla Columbine High School, in Colorado nel '99, e alla Virginia Tech, in Virginia nel 2007), che lancia strizzatine d'occhio al Travis Bickle di Taxi Driver. Un personaggio contorto e pungente, quello di Tate, capace di oscillare fra compassione e odio profondo, finché gli autori non decidono di infilarlo in una storiellina d'amore adolescenziale che lo trasforma in un ragazzino piagnucoloso. Incerto e poco gradevole l'andamento iniziale dell'amante di Ben, Hayden McClaine, che ha lo splendido viso di Kate Mara. Diviene convincente e divertente solo quando si trasforma in una stronza psicotica. Colpo notevole il personaggio di Adelaide Langdon, ragazza affetta da trisomia 21 che si trova a fare i conti con il proprio aspetto e con il modo in cui il mondo la giudica, interpretata da Jamie Brewer. Da lei nascono alcuni dei momenti più intensi, nonché interessanti, e la sua prematura dipartita, già alla quarta puntata, crea un vuoto non da poco che grava sulla serie. Sebbene il suo Larry Harvey sia un personaggio decisamente mal sfruttato, Denis O'Hare dimostra di avere delle doti attoriali, così come Zachary Quinto, nel ruolo di Chad Warwick, un omosessuale isterico e possessivo, mentre lo splendore di Lily Rabe è intrappolato nella piagnucolosa Nora Montgomery. Ruolo rosicchiato per la bella e brava Sarah Paulson, che veste i panni di Billie Dean Howard, una medium.
Chi convince poco o nulla sono i protagonisti, ovvero i tre membri della famiglia Harmon. Oltre a una bidimensionalità di base, che da sola basterebbe a rendere impossibile qualsiasi forma di empatia per lo spettatore, su loro grava quasi tutto il peso delle forzature della serie, a cui si aggiunge un casting non proprio azzeccatissimo. Dylan McDermott, alias Ben Harmon, è il più inespressivo di tutti, poteva benissimo essere rimpiazzato con una statua di cera senza che nessuno se ne accorgesse. A ruota segue il cadavere di Taissa Farmiga (sorella minore di Vera), nel ruolo di Violet, adolescente problematica che nonostante la sbandierata fragilità supera con gran forza ogni situazione. Sei meno per Connie Britton, ossia Vivian, che a differenza dei precedenti due è in grado di rendere palpabile e plausibile lo sviluppo psicologico del proprio personaggio.

Nel corso dei 12 episodi non mancano certamente le sequenza suggestive e ben orchestrate (come, oltre le già citate, il massacro compiuto da Tate, Costance che trucca la defunta Adelaide, lo sgabuzzino con gli specchi, il dottor Charles che tenta di riportare in vita il figlio, Moira che visita la madre ormai in punto di morte), ma American Horror Story: Murder House mette tanta carne al fuoco e si rivela incapace di gestire i tempi di cottura. Alcune cose andavano approfondite, altre sono state tirate troppo per le lunghe, non molto è stato trattato con la giusta misura. Pone quesiti, che trascinano lo spettatore con la sua curiosità sino all'ultimo (bruttissimo e scialbo) episodio, ai quali o non si dà risposta o la risposta è qualcosa di già visto e sentito. Intrattiene, ma lascia il tipico amaro in bocca dell'aspettativa disattesa. Al termine della visione non ero così certo di voler entrare a Briarcliff, l'Asylum della seconda stagione.

10 commenti:

  1. Direi che sono piuttosto d'accordo. Voglio molto bene ad AHS, ma la prima stagione era proprio debolina. I tre attori della famiglia da prendere e lanciare fuori della finestra, ma le mie amatissime Lange e Conroy hanno risollevato il mio morale a terra! I tuoi post sono sempre interessanti.

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    1. Con AHS ho un rapporto strano. Lo critico aspramente per ogni virgola fuori posto, ma al contempo mi affascina al punto che, ad oggi, ho visto tutte le stagioni. Diciamo che la prima è una sorta di stagione embrionale, quasi alla ricerca di una propria identità, che nel bene o nel male verrà definita nella seconda.

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  2. Concordo quando dici che ha delle voragini enormi. Io ho finito questa settimana la prima stagione e ho iniziato la seconda. La prima mi ha dato la stessa tua sensazione ma nonostante questo riesce ad intrattenermi e mi diverte. Lo trovo un buon passatempo insomma, non riesco a prenderla troppo sul serio.
    Evan Peters l'ho rivalutato molto!

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    1. Intrattiene, certamente. E diverte (anche se spesso in maniera involontaria). Però, almeno dalla prima stagione mi aspettavo qualcosa in più, date comunque le ambizioni sottese degli autori.

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  3. Effettivamente la prima stagione è stata la più deludente di tutte...in attesa dell'ultima..

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    1. Sinceramente ho trovato Asylum ancor più deludente di questa prima stagione. Freak Show per ora è l'apice.

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  4. Ecco, appena finisco "Boardwalk empire" (che Tim Hunter sta pure lì) inizierò questa serie.

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    1. Tim Hunter è ovunque. Quante puntata di telefilm diversi gira quest'uomo? Comunque, una visione ad American Horror Story bisogna concedergliela, dato anche l'impatto non indifferente che ha come serie.

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    2. Mah... direi che grossomodo concordo su tutto. Tante idee brillanti che però sprofondano in un cumulo di banalità e falle.

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    3. Purtroppo ondeggia tra il voler essere un programma adulto e la necessità di rivolgersi a un pubblico di teenager. Ha delle cose che ti spingono a continuare a seguirlo, stagione dopo stagione, nonostante la consapevolezza che molte cose ti faranno incazzare per la loro stupidità o sciatteria.

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