mercoledì 24 settembre 2014

Zodiac


Attenzione! Il seguente testo contiene numerosi spoiler sul film. 

Sera del 4 luglio 1964; Contea di Solano, California. Poche miglia fuori la città di Vallejo, la giovane Darlene Ferrin e il suo amante Mike Mageau, appartati in auto, vengono raggiunti da una serie di colpi d'arma da fuoco esplosi da un misterioso individuo sopraggiunto alcuni istanti prima. Pochi minuti dopo, la polizia locale riceve una telefonata da parte dell'aggressore, il quale, oltre a riferire luogo del delitto e nomi delle vittime, rivendica un duplice omicidio compiuto con lo stesso modus operandi un anno prima a Lake Herman Road. Quando la polizia sopraggiunge, la Ferrin è deceduta mentre Mageau è vivo benché gravemente ferito. Il giorno seguente la redazione del San Francisco Chronicle riceve un'anonima lettera sgrammaticata contenente dettagli non divulgati sui due omicidi e una richiesta di pubblicazione della notizia in prima pagina, alla quale segue la minaccia di altri omicidi nel caso in cui la volontà del mittente non venga assecondata. Nella busta, inoltre, vi è un piccolo messaggio cifrato che potrebbe rivelare l'identità del killer. La polizia di San Francisco mette a capo delle indagini gli ispettori Dave Toschi e Bill Armstrong, mentre ad occuparsi del caso per il giornale è il cinico giornalista di cronaca nera Paul Avery, supportato dal vignettista Robert Graysmith. Il caso del serial killer Zodiac, nome scelto dall'assassino stesso, si rivelerà uno dei più complessi mai affrontati dalla polizia statunitense. Una storia che ha ricoperto di cadaveri e sospetti l'intero stato della California.

Uscito in sala nel maggio 2007, Zodiac è il sesto lungometraggio del regista David Fincher, nonché attualmente il suo lavoro migliore. La pellicola è basata sulle ricostruzioni compiute da Robert Graysmith (interpretato nel film da Jake Gyllenhaal) in due suoi libri, ovvero Zodiac e Zodiac Unmasked. Un thriller atipico, sia per struttura (narrativamente frammentato e molto prolisso) che per durata (151 minuti potrebbero sembrare troppi), ma che non risulta farraginoso e che riesce a coinvolgere grazie alla cura per il dettaglio e al perfetto dosaggio di tutte le componenti (tanti dialoghi ma non troppi, momenti di tensione piazzati al momento giusto). Zodiac non è la storia della caccia ad un assassino seriale. Zodiac è il racconto di come la paura del mostruoso si trasformi in ossessione per l'ignoto.

Protagonista della pellicola è l'indagine, lunga, minuziosa, precisa; complessa come un puzzle monocolore i cui pezzi sono sparsi per tutto il territorio della California. La risoluzione del caso qui ha nulla a che vedere con l'abilità deduttiva tipica del racconto investigativo classico, ma con la capacità di raccogliere ed analizzare quanti più indizi possibile, nonché di agire al momento giusto. Tutto muove attraverso tre personaggi. Il primo è David Ramon "Dave" Toschi (Mark Ruffalo), ispettore della polizia di San Francisco; scrupoloso, attento e veloce come il suo collega William Armstrong (Anthony Edwards). Poi c'è Paul Avery (Robert Downey Jr.), cronista di talento, cinico e perspicace, che fiuta sin dall'inizio le possibilità del caso Zodiac; risolverlo personalmente rappresenterebbe la consacrazione definitiva. Infine Robert Graysmith, il personaggio maggiormente in risalto, un vignettista appassionato di codici cifrati, notevolmente più sveglio di quanto la sua aria lasci intendere e mosso da una curiosità insaziabile. La stessa curiosità che spinge lo spettatore a seguire avidamente la pellicola, ovvero quella di conoscere il volto dell'individuo capace di compiere simili efferatezze. Nel corso del film la camera ci mostra alcune "imprese" di Zodiac e Fincher non semplicemente nasconde nell'ombra il volto del killer, ma utilizza per ogni scena un attore diverso per impersonarlo. Scelta che di primo acchito potrebbe apparire alquanto azzardata, ma che centra il bersaglio: accrescere il senso di mistero che avvolge la figura dell'assassino. Inoltre valanghe di mitomani e idioti affollano le tv, le radio, i centralini e le stazioni di polizia, spacciandosi per Zodiac, fornendo false piste, distogliendo l'attenzione. Lo stesso Zodiac si rivela in parte un bugiardo, autoproclamandosi responsabile di delitti altrui. Ma comunque è ancora a piede libero, forse pronto a colpire. Potrebbe essere chiunque; il lattaio di fiducia, il panettiere sotto casa, il bidello di una scuola elementare.

La Preda Più Pericolosa (The Most Dangerous Game) è un breve racconto di Richard Connell nel quale un cacciatore di nome Sanger Rainsford, in rotta per il Brasile per una battuta di caccia ai giaguari, precipita accidentalmente in mare ed approda sull'isola di Ship-Trap, appartente al conte Zaroff. Il conte, maestro nell'arte venatoria, è stufo dei soliti animali ed ha deciso di cacciare qualcosa di diverso: esseri umani. Inutile dire che Rainsford  sarà la prossima preda. Dal racconto sono state tratte diverse opere cinematografiche. Zodiac sembra essere ossessionato da una di queste, ovvero Partita Pericolosa di Irving Pichel e Ernest B. Schoedsack, del 1932.

All'improvviso però i pochi indizi certi che abbiamo convergono su un'unica persona, tale Arthur Lee Allen. La scena dell'interrogatorio nello stabilimento è una delle più inquietanti. Ne siamo certi: è lui, bisogna solo collegare gli indizi e creare un capo d'accusa. Ma quando sembra fatta siamo costretti a ricominciare, provando la stessa delusione di Toschi, Armstrong e Mulanax. La perizia calligrafica, una prova importantissima per un serial killer che scrive lettere e messaggi cifrati, scagiona Allen.
Il tempo passa, tempo sufficiente per erigere la Transamerica Pyramid, abbastanza perché le prove si perdano, affinché le tracce scompaiano e il mondo dimentichi, ma non Toschi e Graysmith. Il bisogno di dare un volto all'uomo che nel cuore della notte telefona senza proferire verbo è implacabile. Quel respiro pesante che udiamo attraverso la cornetta è il segno che siamo vicini, una simbolica alitata sul collo. Ma la determinazione nel tentare di dare compattezza a quella figura nebulosa sfocia in ossessione. E' passato troppo tempo e le regole non contano più. Bisogna raccogliere prove e indizi in qualunque modo pur di concludere questa macabra partita a Cluedo.

Chi è Zodiac? Un singolo uomo dalla mente malata o l'intera società distorta? Quella scia di sangue è l'epifania di un folle o il residuo di una serie di efferati omicidi compiuti da individui diversi? E se Zodiac fosse semplicemente il nome con il quale indichiamo la follia collettiva? Se fosse un entità sociale? Per quanti sforzi si compiano nell'individuare un singolo uomo gli indizi tenderanno sempre e comunque a diverge. Se Arthur Lee Allen ha compiuto gli omicidi non ha però scritto le lettere; allora queste da chi sono state redatte? Da Bob Vaughn, il disegnatore di manifesti cinematografici, l'uomo la cui calligrafia sembra essere la più somigliante a quella di Zodiac? Come poteva allora Vaughn conoscere dettagli sugli omicidi che solo Allen e la polizia potevano sapere?
Il film prende, prima che il sipario cali, una posizione precisa, indicando Arthur Lee Allen come colpevole. Dopo ormai anni, nei quali Zodiac è passato dalle prime pagine dei quotidiani nazionali ai trafiletti dei giornaletti cittadini, Robert Graysmith trova il suo uomo. Dietro il bancone di un negozio di ferramenta. Nessun confronto, nessuna lotta. Solo uno sguardo. Non importa se sia realmente lui il killer, cio che conta è la convinzione che sia lui. 

La pellicola si conclude con un ultimo interrogatorio in un ufficio dell'aeroporto, nel quale il ricomparso Mike Mageau identifica alla presenza di George Bawart, adesso sceriffo succeduto a Mulanax, Arthur Lee Allen come l'assassino di Darlene Ferrin. La testimonianza di Mageu sarà sufficiente per avviare un istruttoria a carico di Arthur Lee Allen, il quale però morirà prima che il processo sia cominciato. Emergeranno ulteriori prove in futuro, le quali però  non scalfiranno l'alone di mistero che aleggia ancora sulla faccenda. Dopo la morte di Allen, Graysmith non ha più ricevuto telefonate nel cuore della notte. Zodiac è scomparso, inghiottito da quella linea d'ombra che lo ha sempre celato.

domenica 21 settembre 2014

A Proposito Di Davis

Attenzione! Il seguente testo contiene numerosi spoiler sul film.

Febbraio 1961. Llewyn Davis è uno squattrinato cantante folk che saltuariamente si esibisce per quattro spiccioli al Gaslight Cafe, un angusto locale del Greenwich Village. Vive senza fissa dimora, scroccando notte dopo notte un posto su un divano, e non possiede nemmeno un cappotto adatto al rigido clima newyorkese. Ha solo una chitarra e un grande talento. Il suicidio del partner Mike Timlin sembra aver innescato nella sua vita una serie di sfortunati eventi; ma tutti hanno un limite di sopportazione nei confronti dello sfavore divino e Llewyn è sempre più prossimo al punto di rottura.

Presentato al Festival di Cannes nel 2013, A Proposito Di Davis è la sedicesima opera dei fratelli Joel ed Ethan Coen, i quali hanno tratto ispirazione dalle memorie (The Mayor of the MacDougal Street) del musicista e cantautore Dave Van Ronk per creare figura e storia di Llewyn Davis. La pellicola, che ricopre l'arco temporale di una settimana, ci immerge totalmente nella prospettiva del protagonista onnipresente. Inside Llewyn Davis, per l'appunto, titolo che richiama l'album del 1964, Inside Dave Van Ronk.
La magnifica fotografia sovraesposta, che accosta bianco accecante a colori morbidi, è opera di Bruno DelBonnel, il quale, su indicazione degli stessi Coen, ha preso spunto dalla copertina di The Freewheelin' Bob Dylan per ricreare la gelida atmosfera invernale della Grande Mela. Parlando di un film che in parte mostra la scena musicale newyorkese di inizio anni '60 non si può non menzionare la colonna sonora, opera di T Bone Burnett in collaborazione con i due registi, che presenta una serie di brani (perlopiù originali) suonati e cantati dagli stessi attori, i quali si rivelano essere degli interpreti musicali (e non solo) azzeccatissimi. Llewyn è l'ennesimo magnifico perdente nella galleria personale del duo di St. Louis Park ed A Proposito Di Davis è un'intima e toccante odissea omerica.

Llewyn Davis è un cinico, sparare a zero su qualunque cosa si muova è sua abitudine, ma è un cinico perseguitato dalla sfortuna. Inoltre non è simpatico tanto quanto non è corretto; ha ingravidato Jean, la ragazza del suo migliore amico Jim al quale scrocca senza remore soldi, alloggio e occasioni di lavoro. I personaggi di Jean e Jim sono plasmati sulle persone di Jim Glover e Jean Ray, che per l'appunto formavano il duo musicale folk Jim e Jean.  Llewyn nutre invidia nei confronti di tutti i suoi conoscenti, i quali, benché meno talentuosi e spesso meno svegli di lui, proseguono spediti nella costruzione delle proprie vite, mentre lui resta indietro, fermo, a chiedersi quando e come abbia imboccato la strada sbagliata. L'esempio lampante è Troy Nelson, eco deliberato e surreale del cantante Tom Paxton. Nelson è un militare d'istanza a Fort Dix, un individuo non molto acuto e un cantante non propriamente eccellente, che ha però ottenuto la possibilità di essere rappresentato da Albert "Bud" Grossman, celebre impresario e manager discografico (realmente esistito). Con Llewyn i Coen riconfermano di essere estremamente abili nel tratteggiare protagonisti profondamente umani nel loro essere sopra le righe.

Le circostanze perennemente sfavorevoli lo porteranno a doversi occupare di un gatto dal manto rosso (con relativi riferimenti a Colazione Da Tiffany di Blake Edwards del 1961) proprietà di Mitch ed Ellen Gorfein, conoscenti che frequentemente lo ospitano in casa, il quale gli sfuggirà come qualsiasi altra cosa nella vita. Ne acciufferà un altro nella convinzione di averlo ritrovato, ma si tratterà in realtà di una femmina che diverrà la sua compagna di viaggio. Llewyn è il gatto e il gatto è Llewyn. Sebbene in una delle battute iniziali affermi con vigore di "non essere un fottuto gatto", i parallelismi visivi tra i due si sprecano, special modo durante il viaggio verso Chicago nel quale sembrano compiere gli stessi movimenti e fissare punti identici. Potremmo leggere la figura del gatto come una proiezione fisica della coscienza del protagonista; una coscienza non incastrata in un monolitico sistema di regole sociali che impone ciò che puoi o non puoi fare: devi lavorare, pagare l'affitto, consumare, figliare e morire senza fare rumore. Il gatto/coscienza compie scelte moralmente giuste, inattuabili per Llewyn in quanto individuo costretto a dover sopravvivere nella società.

Llewyn ha però un bernoccolo, ovvero un estro musicale straordinario che, in un sistema discografico immobile come uno stagno di palude, resta totalmente inespresso. Ed è questo il nodo dell'intera faccenda: il talento, il quale è da una parte un dono, una forza dirompente che consente a uomini comuni di creare meraviglia, ma dall'altra è una bestia feroce che pretende di uscire. Per questo accetta un passaggio per Chicago, nella speranza di ottenere un audizione dinanzi ad Albert Grossman. A bordo di una Buick Electra 225 color ruggine e in compagnia di due singolari figuri, e della gatta, si mette in viaggio verso l'Illinois. Uno dei passeggeri è Jazzbo Roland Turner, interpretato dal sempre divino John Goodman, ispirato a Jerome Solon Felder, alias Doc Pomus, celebre cantante e compositore blues. Turner è un uomo pregno di storie, di amore per la musica e per la filosofia di strada, pieno di talento nonché pieno di sé. Un individuo che incarna nella propria persona non semplicemente un determinato sistema musicale, ma un preciso tipo di america ormai decadente. Problemi deambulatori e dipendenza da eroina; l'america del grande sogno viaggia sul binario del tramonto con coloro che ancora restano ostinatamente a bordo che già intravedono il capolinea. Turner odia Llewyn benché quest'ultimo abbia meno talento artistico di lui; lo detesta perché teme ciò che rappresenta, ovvero quell'ondata di cambiamento che infrangerà la diga, un cambiamento sociale, artistico, politico, economico, che costringerà la più grande nazione al mondo a guardarsi allo specchio. L'autista è invece un misterioso e taciturno poeta di nome Johnny Five che a pochi chilometri di distanza da Chicago verrà arrestato. Llewyn, benché reticente, sarà costretto a proseguire per la propria strada mentre la gatta resterà con Turner, in overdose di rifiuto di realtà, sul sedile posteriore della Buick ferma ai margini di una strada statale avvolta dalla nebbia. Jerome Solon Felder, benché satellite attivo di un pianeta morto, vivrà fino al 14 marzo 1991, quando un cancro ai polmoni porrà definitivamente fine al suo talento.

Se il cavaliere crociato Antonius Block si ritrovava a fronteggiare la morte in una simbolica partita a scacchi nel capolavoro di Ingmar Bergam, Il Settimo Sigillo ('57), Llewyn affronta invece un destino avverso, non semplicemente abilissimo nel muovere i propri pezzi ma sadico al punto da non voler chiudere rapidamente la partita. Anche l'audizione con Grossman si rivela, nonostante questi riconosca il talento del giovane, un buco nell'acqua.
Sulla strada di ritorno verso casa, l'oscurità costellata da candidi fiocchi di neve è rischiarata dalle luci di una piccola città. Un enorme cartellone stradale indica a caratteri neri su sfondo bianco la prossimità della cittadina di Akron (Ohio). La macchina rallenta e Llewyn osserva le luci fosche e morbide. Tra quei puntini luminosi forse c'è l'unica cosa buona che abbia fatto, qualcosa che non avrebbe nemmeno voluto. Ed è forse la sua assenza la chiave del successo. Quelle luci rappresentano la calda promessa di una casa e di un focolare e forse persino di amore, magnetiche come il canto delle sirene. Ma anche questa volta è costretto a rinunciare per paura di rovinare tutto. Mentre al volante lotta contro la stanchezza, un gatto, probabilmente lo stesso che aveva abbandonato, sbuca sulla strada e l'impatto è inevitabile. L'animale ferito fugge nei boschi innevati, simbolicamente in direzione della città ormai non più visibile. Vi è un legame intenso tra il dolore emotivo provato da Llewyn e il dolore fisico procurato al gatto.

Tornato a New York per salpare, Llewyn fa visita a suo padre, un marinaio della marina mercantile in pensione che trascorre giornate a fissare il mondo dalla finestra dell'ospizio in cui vive. Hugh Davis è il totem che raffigura tutti i volti delle paure di Llewyn. "Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste: ecco tutto" scrisse Oscar Wilde. Consumarsi come una candela, fornire calore con una fiamma troppo debole per esser ricordata ed infine spegnersi nel grigiore delle lacrime di cera. Nell'istante in cui posa la chitarra, suo padre si defeca addosso. Un attacco di incontinenza o un estremo segno di disapprovazione per la scelta di suo figlio di abbandonare la carriera da musicista?
Quando anche il tentativo di imbarcarsi sfuma, poiché sua sorella Joy ha gettato via il brevetto da pilota e sottufficiale, Llewyn non ha più pezzi da muovere. Gli resta solo alzarsi fiero dal tavolo e prendersi una sbronza colossale, le cui fiamme divamperanno nel tepore del Gaslight Cafe, un coffeehouse dell'italo americano Pappi Corsicato (un omaggio dei Coen all'omonimo regista italiano loro amico), un impresario più impegnato a seguire figa che a scovare talenti. Qui Llewyn, come Dude ne Il Grande Lebowski, capirà di non essere l'origine di tutti i mali, ma semplicemente una persona su cui la gente scarica i proprio errori.
Nel pieno rispetto del nichilismo nicciano che ha sempre contraddistinto la filmografia dei due fratelli, il giro ricomincia nell'istante in cui il cerchio si chiude. L'eterno ritorno. In un vicolo buio il destino metafisico, nei panni di un omone in ombra che mai si rivela, assesta gli ultimi duri colpi sul viso del povero Davis, forse per vendicarsi del fatto che non abbia ceduto. C'è qualcosa di diverso questa volta! Mentre steso sul gelido suolo del vicolo Davis saluta e ringrazia, un giovane cantautore sale sul palco del Guslight, Alan Robert Zimmerman, meglio conosciuto in seguito come Bob Dylan. Il simbolo che i tempi stavano cambiando. Sarà l'inizio di una grande collaborazione, suggerita ma non mostrata perché siamo nel vicolo con Llewyn quando lo sfondo nero dei titoli di coda eclissa la narrazione.

Di film sulla gloria dell'ascesa ne abbiamo visti troppi, è uno dei pilastri fondanti della Hollywood dozzinale, mentre i Coen, dall'alto della loro maestria, ci mostrano la ferocia della caduta e il silenzio fragoroso dell'impatto, non concedendo allo spettatore lo stolido privilegio di allietarsi con la melassa della risalita. Un film delicato, intimo, sussurrato. Non un film minore che ci mostra un personaggio ma un capolavoro autentico che ci spiega come, a volte, vivere possa essere un impresa ardua. In fondo siamo tutti dei perdenti. Siamo tutti Llewyn Davis.

venerdì 19 settembre 2014

Non Aprite Quella Porta

Attenzione! Il seguente testo contiene numerosi spoiler sul film.

18 agosto 1973. Newt, Texas. Quando un profanatore di tombe compone macabre sculture con pezzi di cadaveri nel cimitero cittadino, un gruppo di cinque collegiali si reca in città per verificare se i tumuli di alcuni loro parenti siano stati violati. Dopo il sopralluogo, i ragazzi si rimettono in viaggio con il loro furgoncino, ma durante il tragitto accolgono a bordo uno strano autostoppista. Il tizio si rivela ben presto un folle che li minaccia con un rasoio dopo essersi volontariamente tagliato il palmo della mano. Spinto il maniaco giù dal furgoncino, il gruppo sconvolto riparte per ritrovarsi però presto senza benzina. Ciò che li aspetta è un orrore che non possono immaginare.

Diretto da Tobe Hooper nel 1974, Non Aprite Quella Porta (titolo originale The Texas Chainsaw Massacre) è uno dei capisaldi della cinematografia orrorifica statunitense; un'opera a metà strada tra uno slasher e uno splatter, sebbene mostri poco e lasci tanto all'immaginazione. Girato con un budget irrisorio (140.000 dollari, derivati dagli incassi di Gola Profonda), con attori non professionisti e con mezzi artigianali, il film di Hooper dimostrò (nuovamente) al mondo che le grandi produzioni non possono superare le grandi idee. Inoltre portò a casa circa 30 milioni di dollari.
Non è una storia vera, sebbene il testo in apertura induca molti a pensare il contrario, ma il film è ispirato ad una storia vera, quella del serial killer Edward Theodore Gein, soprannominato il macellaio di Plainfield, dalla quale Hollywood aveva già e avrebbe continuato ad attingere (vedi Il Silenzio Degli Innocenti di Jonathan Demme, Psycho di Alfred Hitchcock e di rimbalzo Hitchcock di Sacha Gervasi). Frutto di un'idea balenata nella mente di Hooper in un torrido pomeriggio d'estate, mentre in coda alla cassa di un negozio fantasticava di farsi strada con una motosega, Non Aprite Quella Porta è un autentico gioiellino, un vero cult del periodo d'oro dell'horror a basso budget, che ha consegnato all'immaginario collettivo uno dei "mostri" più iconici della storia.

L'horror come metafora. Lo è sempre stato. Non bisogna certo attendere George Romero e il suo capolavoro La Notte Dei Morti Viventi per rendersene conto, dato che il cinema aveva già fornito altri magnificenti esempi come Il Gabinetto Del Dottor Caligari di Robert Wiene e Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau. L'horror per lanciare un messaggio, in questo caso un messaggio animalista.

"Da un certo punto di vista, il perché di un mattatoio è tutto qui. Sul piatto di fronte a me c'è il fine che promette di giustificare tutti i sanguinari mezzi della porta accanto" - Jonathan Safran Foer, scrittore.

Sfamare un popolo di obesi sudaticci è sicuramente un compito tanto arduo quanto redditizio, portato a termine non importa come. Nell'ultimo secolo abbiamo assistito al brulicare di mattatoi in ogni dove. Poveri animali allevati in batteria, in spazi a volte troppo piccoli per permettere il normale sviluppo fisico, circondati dalle loro feci, costretti a ingurgitare qualcosa che è difficile definire cibo, fino al raggiungimento di un peso stabilito, un tetro traguardo rosso oltre il quale c'è solo un foro in fronte (un metodo definito accettabile) e la conseguente macellazione. E' una storia che conosciamo molto bene, più di quanto vogliamo ammettere a noi stessi. Che gli animali siano in grado di provare emozioni è da tempo cosa certa. Qualsiasi libro di psicologia potrebbe illuminarvi su questo nel caso ne foste all'oscuro. Se poco ci importa della gente che soffre e muore accanto a noi, cosa potrebbe importarci degli animali?
Riusciamo quasi a vederlo il trentenne grassoccio e sudaticcio che, con in mano il suo McVaffanculo Krispy Bacon, brontola furente: "Noi abbiamo bisogno di mangiare carne!"

"L'industria della carne ha provocato, fra gli statunitensi, più morti di tutte le guerre di questo secolo." - Neal D. Barnard, medico e scrittore.

Un americano in un anno consuma in media 122 chilogrammi di carne, un italiano 87, un cinese 50, un indiano 4. Non semplicemente mangiamo più di quanto necessario, ma sconfiniamo nel più di quanto sia salutare. L'incremento del consumo di carne è derivante dall'aumento del benessere economico e dal fatto di essere un popolo sempre più schiavo della pubblicità (mangia un intera mandria e diventerai forte, bello, intelligente e tutte le ragazze del mondo ti vorranno). E nel brutale mondo dell'economia keneyesiana, quando la domanda sale c'è sempre qualcuno disposto a soddisfarla in qualunque modo. Il problema è dunque culturale; carne ovunque. Spendiamo quasi metà della nostra fortuna per l'acquisto di cibo e utilizziamo il resto per attività dimagranti e cure contro il colesterolo.
Il Texas mostrato nel film è un inferno rovente, un luogo cauterizzato dal sol leone. E in questo posto, i protagonisti, come stupidi animali, finiscono nel mattatoio del signor Leatherface. Ogni giorno uccidiamo migliaia di animali (la caccia, ad esempio, viene definito da molti come un divertimento), ci cibiamo delle loro carni, adoperiamo le pelli per le nostre vesti, le ossa come ornamenti e il resto finisce nei posti più impensabili: gomme per auto e biciclette, strumenti musicali, fuochi d'artificio, zucchero, dentifricio. gomme da masticare ecc. ecc. In Non Aprite Quella Porta questo tragico destino tocca a degli esseri umani. Orrore. Perché? Il punto fondamentale della questione è che ci riteniamo superiori. Non siamo paragonabili a un povero bovino o ad un sudicio suino, perché noi siamo (ci crediamo) evoluti e quindi i nostri desideri prevalgono su qualunque altra cosa. Siamo la specie che nell'istante in cui scatta il verde della lanterna semaforica urla invettive contro il primo della fila. Evoluti quanto? Quando?

"Siamo quello che mangiamo" - Ludwing Feuerbach, filosofo.

Leatherface è un omone ritardato, probabile risultato, così come suo fratello, di una relazione incestuosa. Indossa una maschera di pelle umana che lascia intravedere solo uno sguardo disorientato e una dentatura deforme. Armato di motosega uccide, tagliuzza e poi congela ogni malcapitato gli si pari di fronte. Ad interpretare Leatherface (almeno in questa pellicola) è l'attore islandese naturalizzato statunitense Gunnar Hansen (alto ben 193 cm) al quale si deve l'idea di caratterizzare faccia di cuoio come un ritardato praticamente muto. Hansen per prepararsi al ruolo trascorse molto tempo all'interno di un istituto per persone affette da ritardati mentali al fine di poterne imitare le movenze.
Sally, unica sopravvissuta del gruppo, viene legata e "invitata" a cena, nella quale le spetta il ruolo sia di ospite che di dessert. Alla cena, per quanto ne sappiamo, c'è tutta la famiglia, compreso il nonno, un anziano in stato semi vegetativo con indosso anche lui una maschera di pelle, probabilmente per nascondere le malformazioni. Il piatto della serata è carne umana. Non ci viene detto ma lo intuiamo (il potere della regia). Anche Sally viene servita. Oh mio dio, un umano costretto a mangiare un altro umano! Gli animali d'allevamento mangiano farina animale ricavata dalla carne di altri animali d'allevamento (e poi spunta fuori l'encefalopatia spongiforme bovina, alias il morbo della mucca pazza, e tutti con le mani nei capelli a chiedersi "com'è possibile? com'è possibile?"). Sally riesce però a fuggire e a trarsi in salvo grazie all'aiuto di alcuni passanti, mentre Leatherface si esibisce nella sua danza di morte nel chiarore dell'alba.

La regia sporca, la messa in scena estremamente realistica, gli attori non professionisti. Tutto ci cala alla perfezione nel mood della pellicola. Importante sottolineare come Non Aprite Quella Porta non sia certamente un opera esente da difetti, sopratutto per quanto concerne regia e montaggio, sebbene molti di questi siano imputabili alla carenza di fondi. Piccola chicca: lo scheletro umano che compare verso la fine della pellicola è vero, in quanto importarne uno vero dall'India era meno costoso che acquistarne uno finto negli Stati Uniti.
Hooper, dodici anni dopo, avrebbe prodotto un seguito che però si sarebbe discostato molto dal precedente. Un seguito che ha la sua pecca nel seguire la moda piuttosto che dettarla. Noi non possiamo che ringraziare. Chi, dopo la visione di questo film, non prova un brivido lungo la schiena nell'udire il rombo di una motosega?