domenica 26 gennaio 2014

Kansas City

Attenzione, il seguente post contiene numerosi spoiler sul film.

Kansas City; 1934. Jhonny O'Hara, un bandito da mezza tacca, ha rapinato Sheepshan Red, uno dei più facoltosi giocatori nel giro di Seldom Seen, potente biscazziere di colore. Catturato dagli uomini di quest'ultimo, Johnny viene condotto nel Hey Hey Club dove trascorrerà un giorno intero in attesa che Seldom decida il suo destino. Blondie, la donna di Johnny, rapisce la moglie del senatore Stilton, una donna di nome Carolyn, nel disperato tentativo di costringere il politico ad utilizzare le proprie conoscenze per liberare il marito. La bizzarra coppia di donne inizia così un viaggio senza metà per le vie della città mentre un mondo di uomini si prepara a votare e uccidere.

Il settantunenne Robert Bernard Altman, maestro della commedia corale, con il trentunesimo lungometraggio rende omaggio alla sua città d'origine imbastendo una storia d'amore e morte scandita da ritmi jazz. Kansas City è una città divisa non solo geograficamente dall'omonimo fiume, ma politicamente fra due stati, Kansas e Missouri. E' una delle città che maggiormente ha vissuto la massiccia migrazione della popolazione afroamericana verso i grandi centri urbani avvenuta nella quarta decade del XX secolo; una città divisa tra “visi pallidi” e “negri”. Altam, attraverso una ricostruzione certosina e una fotografia splendida, utilizza la Kansas City degli anni '30, piena di jazz club, di locali fumosi, di night a luci rosse, di razzismo e criminalità, per creare un'allegoria dell'America.

Lo Hey Hey Club è il cuore pulsante di questa storia. Il locale, frequentato esclusivamente da gente di colore, è proprietà di Seldom Seen che lo utilizza come ufficio e bisca. Ma al suo interno la sera prima delle elezioni si sfidano i più influenti jazzisti in circolazione: nomi altisonanti del calibro di Coleman Hawkins, Lester Young e Ben WebsterIl film, che a un primo sguardo potrebbe apparire confuso e privo di un'impronta stilistica, in realtà è una vera e propria jam-session jazz; caratteristica fondamentale di questa forma musicale è l'improvvisazione, durante la quale si alternano vari stili: swing, dixieland, bebop. Così il film spazia, spesso in maniera brusca, da dramma a commedia, da gangsterismo a ricostruzione storica. Nello stesso modo in cui i musicisti, muniti di sassofono e trombe, arrivano alla spicciolata e si uniscono nell'esecuzione della melodia d'apertura, nel primo atto del film, rispettando la tradizione della struttura restaurativa in tre atti, vengono introdotti i personaggi, mescolando come solo Altman sapeva fare high concept e low concept.
La prima è Blondie O'Hara; un personaggio difficile da dimenticare, interpretato magnificamente dalla splendida Jennifer Jason Leigh. Blondie, emblema della donna sempre più emancipata dell'epoca, è una dura dal cuore d'oro: ogni sua azione, per quanto discutibile, è finalizzata a riavere il suo scapestrato marito. Il regista ci rende consapevoli sin dalle prime inquadrature, dal modo in cui la donna impugna la pistola, che nonostante le apparenze non sarebbe in grado di far del male. Blondie prende in ostaggio Carolyn Stilton, tipica donna dell'alta società di una paese sprofondato nel baratro della depressione. Carolyn ostenta spietatamente un linguaggio raffinato e una comportamento elegante, che fortemente stridono non solo con la sua forte dipendenza da laudano, ma con l'estrema impassibilità che dimostra in ogni situazione.
E attraverso l'ausilio di flashback ecco comparire sullo schermo il chiacchierone Seldom Seen, uno straordinario Harry Belafonte. Nessuno sa il suo vero nome (Seldom Seen è solo un nomignolo che sta per "lontano dagli occhi") e né da dove venga. Ci è dato solo sapere che è stato in prigione e che attraverso lui Altman mette in mostra tutte le contraddizioni del periodo storico, i cui rimasugli sono ancora avvinghiati alle radici della cultura americana.
Poi c'è Johnny. A dire il vero ci sono due Johnny, sposati con due sorelle. Il primo è Johnny Flynn, marito di Babe. Un tipo burbero, sempre alticcio, con probabili coinvolgimenti con la mafia locale. E' l'uomo la cui attività deciderà le sorti delle elezioni. E c'è Johnny O'Hara, marito di Blondie. Un buono a nulla la cui unica fortuna è l'esser sposato a una donna che lo ama con tutta se stessa. Lei ha persino rinunciato a una figlia, poi morta per un problema respiratorio all'età di un anno, per rispettare il suo volere. Truccato da afroamericano e con la complicità di Blue Green, un tassista alla dipendenze proprio di Seldom, rapina Sheepshan Red. E' proprio la rapina il primo punto di attacco. Qui uno dei jazzisti si lancia in una assolo che simboleggia la rottura nell'equilibrio iniziale. La sfida è cominciata. Il primo atto si conclude nel momento in cui, dopo aver catturato Johnny, Seldom fa portare via di peso dal locale una furiosa Blondie. La base è stata posta e l'utilizzo dei flashback cessa.

Secondo atto. Gli assoli si susseguono mentre ogni personaggio fa la sua mossa; Blondie ricatta Stilton, che a sua volta contatta i membri del partito nel tentativo di porre rimedio alla situazione, i quali tirano in ballo Thomas Pendergast e John Lazia (personaggi questi realmente esistiti), membri di spicco del partito democratico grazie ai loro forti legami con la mafia italo-americana. Nel frattempo nello scantinato del Hey Hey Club, Seldom Seen medita sulle sorti dei due ladri. Blue Green è un nero e per questo non ha speranze. Ma O'Hara è un bianco; uccidere lui è un altro paio di maniche che potrebbe procurare non poche grane con i mangia spaghetti. Qui ha luogo uno dei dialoghi (anche se in realtà è un vero e proprio monologo) più belli dell'intero film. Seldom Seen con pungente sarcasmo e ironia ci illustra la sua visione della società americana. Gli Stati Uniti d'America sono “un autobus senza conducente”, incapaci di affrontare i problemi di una nazione devastata da povertà e criminalità. Per tutta la seconda parte del film assistiamo a lunghi giri di telefonate tra politicanti di varia sorta il cui obiettivo è liberare Carolyn Stilton mantenendo tutto sotto silenzio. Si chiedono e promettono favori di vario genere senza che nessuno sia poi realmente in grado di risolvere o incidere anche solo marginalmente sulla faccenda. La politica non è dunque in grado di risolvere i problemi troppo impegnata com'è a badare a interessi personali. L'unica cosa che Stilton e il partito ottengono è una sparatoriaLa democrazia è il governo del potere pubblico in pubblico. Il perno fondamentale di ogni democrazia sono le elezioni, momento nel quale il popolo decide quali saranno i suoi rappresentanti. Sullo sfondo di molte inquadrature possiamo notare un copioso andirivieni di autocarri carichi di uomini sbronzi e un po' sporchi. Sono gli uomini raccolti da Johnny Flynn, i quali voteranno ripetutamente in più seggi, portando alla sicura vittoria i democratici. Il goveno del potere pubblico è nelle mani di qualche oscuro burattinaio.
Altra forte critica è rivolta alle ideologie radicali, come quella propugnata da Marcus Garvey, scrittore e sindacalista giamaicano. Garvey proponeva il ritorno in Africa di tutta la gente di colore. “Sei mai stato trattato male? Male sul serio?” I neri sono stati schiavizzati per decenni, sembra dirci Seldom, quindi nonostante le condizioni attuali non rosee, quello per loro è comunque un paradiso. E come Seldom chiede a Blue Gree, prima di farlo assassinare e dare in pasto ai cani: “Che cazzo ci farai tu in Africa?”

Importante all'interno della pellicola è la riflessione sull'arte nelle sue varie forme. Partendo proprio dal cinema: l'idolo di Blondie è una vera blondie, la sex-symbol Jean Harlow, della quale non solo cerca di copiare modi di vestire e acconciature, ma parlata e postura (e la Leigh ci riesce bene). Continuando con la radio: impossibile non notare le citazioni ad Amos e Andy. Amos 'n' Andy era una programma radiofonico dell'epoca che vedeva protagonisti due afroamericani alquanto stupidi appena giunti a Chicago da Atlanta in cerca di fortuna. Dopo varie peripezie i due riescono a divenire possessori di una taxi senza tettuccio che fortunatamente diviene un attrazione ribattezzata Fresh-Air Taxicab. Il successo del programma (il 53% degli ascoltatori radiofonici affermava di seguirlo) ha contribuito a diffondere l'idea che la gente con la pelle scura fosse stupida e ignorante. I bianchi passano tanto di quel tempo a ideare queste cazzate che alla fine finiscono per crederci davvero”. Ma sopratutto la musica: procede incessante, scandisce gli eventi, rallenta nei momenti più cupi (la morte di Blue e nel finale). “La senti questa musica? E' l'unico motivo per cui sei ancora vivo”. L'arte è il momento in cui l'uomo si avvicina a Dio. Può essere la nostra ancora di salvezza e per quanto essa sia una forza dirompente e inarrestabile non è impassibile alla nostra crudeltà.

Ma Kansas City è una grande città. Le vicissitudini dei nostri protagonisti si mescolano con quelle di altri piccoli personaggi. Da Pearl Cummings, una quattordicenne di colore appena giunta in città per partorire, (nel momento in cui in stazione si siede su una panchina riservata alla gente bianca, un anziano signore si alza indignato) a Nettie Bolt e la sua Lega delle Fanciulle, simbolo di una borghesia che cerca di mantenere alto il proprio prestigio occupandosi di questioni umanitarie, ma che in realtà non fa altro che gironzolare a vuoto. Da un giovane Charlie Parker (celebre sassofonista jazz degli anni '40) costantemente armato di sassofono a sua madre Rose, donna della pulizie presso la stazione, che fornisce in più di una occasione riparo a Blondie e al suo ostaggio.

Terzo atto: conclusione. Niente più assoli, la sfida è finita, e i musicisti defluiscono via nello stesso modo in cui son venuti. I pochi rimasti chiudono lo spettacolo con sonate melanconiche. Johnny intuisce il suo destino (e noi con lui attraverso un rapido movimento di macchina) nell'istante in cui Seldom chiede ad uno dei suoi scagnozzi di chiamare il dottore. Dopo avergli inferto numerose ferite Seldom lo lascerà andare; l'uomo riuscirà a raggiungere la propria casa solo per poter morire tra le braccia della sua amata Blondie (la quale ripercorre il cammino della sua eroina nel film L'Uomo Che Voglio). Nel momento in cui Blondie implora disperatamente l'aiuto di Carolyn questa le spara, uccidendola. Cosa leggere in questo gesto? Semplicemente la vendetta di una persona vuota o un freddo atto d'amore che pone fine a una sofferenza immensa?

Kansas City non è certamente il più grande capolavoro nella filmografia di Robert Altman, ma resta comunque un ottimo film, sottovalutato (forse troppo) da critica e pubblico. Intrattiene e non si dimentica con facilità. Altman è sempre Altman.

lunedì 20 gennaio 2014

Il seguente post benché contenga numerosi spoiler sul film risulterà incomprensibile senza la visione del suddetto.

Guido Anselmi è un affermato regista quarantatreenne che vive una profonda crisi esistenziale. Il rapporto con la moglie Luisa è ormai compromesso dalla sua costante infedeltà, idee e ispirazioni per la nuova opera si dissolvono sotto il peso di un'aspettativa forse troppo alta, le certezze che lo hanno sempre sorretto si infrangono contro la realtà di una vita intima senza risultati, fisico e mente cominciano a mostrare i segni del lento fluire del tempo. Alla disperata ricerca della purezza chiarificatrice, Guido si troverà a trascorrere un periodo di riposo in una stazione di cure termali, prima che le riprese del suo nuovo film abbiano inizio.

Federico Fellini, soprannominato Fefe, è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi e influenti cineasti nella storia del cinema. Regista dallo stile unico, impregnato di sogno e nostalgia, per il quale venne coniato il termine realismo magico, con la sua filmografia ha tratteggiato la silhouette dell'animo umano contemporaneo, perso in una società che rapidamente muta nel nome della modernità, dove ogni punto di riferimento si corrode sotto ciò che è nuovo, dove luminosità e anomia crescono di pari intensità. Società moderna che è oggetto di forte interesse ma che non diviene mai centro di una vera e propria critica, nonostante spesso ne ricalchi le disfunzioni (basti pensare a Le Notti di Cabiria), forse per via di una tacita consapevolezza dell'inevitabilità di tale stadio nell'evoluzione dei sistemi sociali.
è un titolo particolare quanto suggestivo. All'epoca Fellini, oltre ad esser stato regista di sei pellicole, annoverava tra i suoi crediti la regia di alcune parti in due pellicole a episodi, e aveva condiviso la direzione del suo film d'esordio con Alberto Lattuada, i quali venivano da lui considerati come “mezzi film”. Quantificando matematicamente il tutto aveva diretto sette film e mezzo, di cui l'ultimo, La Dolce Vita, lo aveva proiettato nell'olimpo degli autori.  è il suo capolavoro più grande e da molti acclamato come il miglior film nella storia del cinema. Pensieri, fantasie, dubbi, ricordi di un uomo ormai non più giovane che tuttavia non accetta la consapevolezza e la responsabilità che la società attribuisce a tutti con l'avanzare dell'età, vengono impressi su celluloide attraverso il corpo di Marcello Mastroianni che si fa tramite, non dell'idea, ma di Fellini stesso.  è la ricerca intima di risposte esistenziali a domande evanescenti, tutte legate tra loro da un elegante e invisibile intreccio.

Guido Anselmi è un uomo dalla corazza dura, zincata da freddo cinismo e palesi bugie, sotto la quale ribolle tumultuoso un animo sensibile. E' però totalmente incapace di lasciar defluire i propri sentimenti verso qualcuno; special modo l'amore, sentimento forte, forse ingestibile, del quale non parla nemmeno nelle sue pellicole. Una deficienza psicologica, alla cui radice probabilmente vi è una concezione negativa di sé, che lo rende profondamente soloNessuno lo conosce veramente, nemmeno sua moglie, Luisa, che ormai lo considera come una sorta di estraneo trincerato dietro un muro di menzogne. L'unica che sembra capirlo è l'amica Rossella, animo sensibile e variopinto, che riesce a scorgere qualcosa attraverso gli spiragli e a decifrare alcuni pezzi dell'astruso puzzle. Vive la propria vita attanagliato dal timore di aver imboccato il cammino sbagliato, nella paura di lasciare per la via qualcosa di importante, e per reazione insegue tutto, senza rinunciare a nulla ma nel contempo perdendo ogni cosa. Non è dunque capace di scegliere tra una moglie fedele e un amante che non ama.

Guido è un sistema la cui pressione interna è sempre prossima al punto critico e la cui unica valvola di sfogo è diventata l'ideazione e la realizzazione di lungometraggi dal forte tono autobiografico; come ogni parto, la creazione di una storia porta via qualcosa al suo ospite, il che allenta la tensione rendendolo temporaneamente stabile. Cinema come unica ancora di salvezza. Ma il suo ultimo film è stato un successo; l'aspettativa derivante dallo status di artista impostogli da una critica, che prima lo ha elogiato e che ansiosa ora tende l'orecchio per udire il tonfo della sua caduta, e da un pubblico, che lo osanna ma che comunque critica a priori ogni sua scelta, lo soffoca. Tuo marito si è messo a girare stupidi film di fantascienza?
Allora ecco il manifestarsi del desiderio di fuga, messo in scena nella magniloquente sequenza iniziale. Circondato da volti inespressivi che (metafora esplicita del sadico pubblico) lo osservano ebeti mentre la sua autovettura imbottigliata nel traffico viene avvolta dalle fiamme, Guido fugge innalzandosi sempre più verso il cielo finché un produttore e un critico non lo riportano giù. "Tiriamolo giù. Giù definitivamente".

Non può fuggire, ma ora che il suo nome e il suo estro volano così alti una caduta risulterebbe fatale alla sua carriera. E quando anche ciò in cui è certamente bravo, quando ciò che gli impedisce di esplodere, viene messo a repentaglio, sopraggiunge feroce la crisi. La paura di aver sprecato la sua vita; l'angosciante sensazione di aver sbagliato ogni cosa; la crisi di inspiration; il bisogno di sapere se vi è una strada giusta e se esista qualcuno, moglie, amico o Dio, che possa indicargliela. Prende il via una labirintica ricerca della ragazza della fonte. Pandora e Afrodite congiunte insieme. Proiezione junghiana della speranza dell'uomo di giungere a una teoria del tutto. L'inconscio di Guido imbastisce un'onirica riunione di famiglia in un tetro e bizzarro cimitero. E' proprio ai defunti genitori che si rivolge nella speranza di ottenere, oltre a un po' di conforto, una flebile conferma che lo incoraggi. Ma tra dialoghi frammentari ed enigmatici questa non arriva. Emblematica è la frase pronunciata da suo padre mentre le proiezioni del produttore e di Conocchia si allontanano. "E' stata dura accorgersi di aver tanto sbagliato".

Le riprese del film sono prossime e Guido si trova presto circondato, oltre che da un cast e da una troupe sempre più sulle spine, da giornalisti e curiosi che lo tempestano di domande alle quali finge di non voler rispondere, nascondendo abilmente che in realtà non ha risposte. All'improvviso una formula magica, asa nisi masa ("anima" in alfabeto serpentino), riporta Guido all'infanzia, tempo nel quale era davvero felice; quando ad occuparsi di lui erano la rude nonna e le amorevoli zie; dove le scelte erano semplici e la verità galleggiava sulla superficie delle cose; laddove non vi era bisogno di una religione che avrebbe eretto muri morali tra giusto e sbagliato. Centrale nell'opera è la figura del cattolicesimo. L'aver trascorso un'infanzia in una società cattolica origina un contrasto irrisolto, un punto di tensione nel protagonista. Fellini in maniera acritica mostra il fallimento della pedagogia cattolica, la quale professa una morale (l'unica morale che Guido abbia conosciuto) senza però esser capace di farla interiorizzare ai propri discepoli, ma imponendola come unico modello possibile di vita attraverso il ricorso alla violenza fisica e psicologica e alla stigmatizzazione di chiunque non la accetti. "Non lo sai che la Saraghina è il diavolo?". La religione cristiana nata e diffusasi con l'intento di liberare ed elevare l'uomo verso Dio è oggi un semplice strumento di controllo sociale che non offre risposte concrete ma solo aforismi dogmatici che la razionalità dell'uomo contemporaneo non accetta ed espelle come corpi estranei. Esplicativa è la sequenza dell'incontro tra Guido e il Cardinale, tanto agognato dal regista speranzoso di snodare alcuni dubbi, ma che si conclude in un nulla di fatto, suscitando nel personaggio il bisogno di un nuovo confronto: più vivo, diretto, ma non reale. Guido quindi immagina un confronto spirituale tra il protagonista del suo film, che è proiezione di sé stesso, e il cardinale, che si consuma all'interno di una sauna. All'affermazione di non essere felice il cardinale risponde: “Perché dovresti essere felice? Fuori dalla Chiesa non v'è salvezza”, frase esplicativa del fatto che Guido, fortemente formato dalla morale cattolica che però non ha sposato, creda di essere sulla strada sbagliata.

Oltre al presuntuoso intellettuale Carini, sintesi della critica cieca, al petulante Conocchia, riassunto del tipico operatore medio, all'onnipresente Pace, stereotipo del produttore che cerca di spremere la gallina dalle uova d'oro, Guido affronta la fine del rapporto con sua moglie Luisa, la quale, poche ore dopo averlo raggiunto alla stazione termale, si accorge che il marito ha portato con sé l'amante Carla. E in quel momento, piuttosto che affrontare l'ira di Luisa, immagina che tra le due vi sia uno scambio idilliaco che lo conduce in un harem. Qui Fellini imbastisce una delle scene più forti dell'intera pellicola. Guido è consapevole della sua incapacità di creare un rapporto che vada oltre quello fisico, ma insegue qualunque bella donna si aggiri nel suo raggio d'attenzione, per colmare quell'infantile bisogno di cura in lui mai sopito. Le donne dell'harem sono lì per questo: accudirlo, coccolarlo, viziarlo. Ma circondarsi di donne che lo venererebbero non lo renderebbe meno solo.

Dopo la visita all'enorme scheletro metallico dell'astronave scenica che Guido ha fatto montare, pur non avendo delle precise ragioni, la confusione nel protagonista aumenta. Il riversare parte di sé nella realizzazione di film porta a confondere i bordi tra realtà e finzione, cosicché, durante la scena dei provini, sullo schermo si alternano personaggi reali e di fantasia senza soluzione di continuità. In questa scena Fellini sembra suggerirci l'impossibilità di raccontare in maniera imparziale una storia. Elementi della nostra individualità influiranno sempre sul corso della narrazione, nella delineazione dei personaggi, sulla prospettiva. Nel momento di massima esasperazione, nel quale fantastica di far giustiziare Carini, ecco arrivare la ragazza della fonte, o quanto meno Claudia Cardinale, la cui mente del regista ha assunto a corpo della purezza. Qui il nostro protagonista asfissiato dalla fatica della ricerca di una ragione si accascia sul proprio personale traguardo: la realizzazione che per lui non v'è nulla da capire. Bisogna "accettare la vita così com'è, abbandonarvisi più che problematizzarla". Il protagonista quindi si fa metafora dell'uomo moderno e ne ripercorre le tappe. Dal trionfo della ragione e della razionalizzazione illuminista al derivante sconforto decadentista della mancanza di risposte, per riemergere in un nuovo romanticismo, meno prosaico e più terreno. La risposta forse c'è ma la mente umana è troppo limitata per poterla cogliere. Ci sarà sempre qualcosa che sfuggirà, sette dimensioni su undici saranno sempre impercettibili. La verità è come una stringa, un invisibile filo di Arianna, un astratto bosone, che potrebbe congiungerci a un Dio.

Ma il film ci lascia con un dubbio: l'uomo smetterà di cercare la risposta, la teoria unificante? Perché come la scena finale della passerella mostra, la vita è un circolo, nella quale tutto torna, persone e personaggi. L'eterno ritorno nietzschiano. Nulla si distrugge ma tutto si trasforma. E se stessimo tutti recitando una parte?

giovedì 16 gennaio 2014

Facciamola Finita

Attenzione, il seguente post contiene numerosi spoiler sul film.

Seth Rogen e Jay Baruchel, attori e amici da lungo tempo, si ritrovano ad una festa piena di celebrità nella nuova casa di James Franco. Le stelle di Los Angeles si rivelano essere diverse da come gli spettatori le immaginano: Michael Cera è un cocainomane pervertito, Rihanna una stupida oca, James Franco uno snob presuntuoso. Droga e alcool, ipocrisia e volgarità, sesso e sessismo animano la festa. Ma improvvisamente ha inizio... la Fine. Dopo aver "risucchiato" in cielo le anime pie, Dio scatena l'Apocalisse. Pioggia di fuoco, terremoti, mostri, demoni e diavoli, tutto secondo il libro della Rivelazione. Ovviamente nessuno dei partecipanti alla festa finisce in paradiso e un enorme buco nel terreno, apertosi nel giardino della casa, inghiotte la maggior parte di loro. Rimasti in sei, James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Jay Baruchel, Danny McBride e Craig Robinson, si barricano in casa nella speranza di sopravvivere abbastanza a lungo da compiere un numero di buone azioni sufficiente a garantirli l'accesso in paradiso. Ma la convivenza non si rivelerà così facile.

Ideato, sceneggiato e diretto da Evan Goldberg e Seth Rogen, Facciamola Finita (This Is The End è il titolo originale) si rivela una brillante commedia demenziale. La caratterizzazione dei personaggi, sebbene siano tutti sopra le righe, è perfetta, capace di sfruttare appieno la fama degli attori coinvolti per donare una particolare verosimiglianza ai loro comportamenti, cosa che facilita l'immersione dello spettatore nella serie di strani eventi che permeano la pellicola. I dialoghi, anche se dal tono fortemente volgare, danno vita a esilaranti scambi di battute, sopratutto tra James Franco e Danny McBride ("Basta seghe e basta acqua!"), riuscendo incredibilmente a non scadere mai nel ridicolo o nel ripetitivo. Le trovate narrative non sono poche, dall'esorcismo di Jonah Hill alla banda di cannibali capitanata da McBride, dalla Emma Watson armata di ascia ai sequel girati in casa. Il tutto supportato da una regia pulita e chirurgicamente perfetta (che c'è ma che quasi non si vede), da una fotografia capace di mettere in risalto alcune location e di nascondere i difetti di altre, e da effetti speciali di buona fattura che rendono l'Apocalisse quantomeno reale e mai cartoonesca. Gli attori sono straordinari nel mettersi in gioco e nell'autodistruggersi, sopratutto nella scena del sequel girato in casa di Strafumati (Strafumati 2 - Rosso Sangue), dove cambiano il loro modo di recitare apparendo dunque come degli attori incapaci e strapagati.

Il film centra i suoi obiettivi: divertire e non risultare facilmente dimenticabile. Uno dei pregi è sicuramente quello di aver messo alla berlina un sistema hollywoodiano, dipinto molto (forse troppo) spesso in maniera candida e rosea, inculcando nello spettatore il sospetto che quanto visto durante la festa iniziale forse non sia solo una trovata del duo Rogen/Goldberg. Altro punto a favore è l'aver mostrato più morti, sangue e mostri di un qualsiasi altro film splatter prodotto negli ultimi dieci anni, dimostrando che oggi vi sono più orrore e tensione nelle commedie e nelle parodie (leggasi L'Alba Dei Morti Dementi e Scary Movie 1 e 3) di quanti ve ne siano in film propriamente horror. Vincenti sono i riferimenti cinematografici sparsi per la pellicola: dalla presa in giro a film come Forrest Gump ("è veramente una porcheria") e Guardia Del Corpo, passando per citazioni a L'Esorcista e Ghostbusters (il mostro che insegue Jay e Craig  nella casa dei vicini  ricorda incredibilmente uno dei mostri al servizio di Gozer nel film di Reitman), per arrivare alla critica a stili di regia e modi di recitare.

In conclusione Facciamola Finita, in Italia passato completamente in sordina, si è rivelato una vera sorpresa sotto tutti i punti di vista. Un film demenziale e volgare che si rivela molto più incisivo, dissacrante e cattivo di film spacciati come tali ma che in realtà lo sono solo in superficie (Ted di Seth MacFarlane ne è una prova, un film per casalinghe con tante parolacce). Il cinema che gioca con il cinema facendo cinema.

giovedì 9 gennaio 2014

American Hustle - L'apparenza Inganna

Attenzione, il seguente post contiene numerosi spoiler sul film.

Ambientato tra il 1974 e il 1978, American Hustle, settimo film di David Owen Russell, prende spunto da eventi reali (ovvero l'operazione Abscam condotta dall'F.B.I. negli anni '70 al fine di indagare sulla dilagante corruzione nel Congresso degli Stati Uniti d'America e in varie istituzioni governative) per raccontarci la storia di Irving Rosenfeld e della sua amante Sydney Prosser (meglio conosciuta come Edith Greensly), due truffatori costretti a collaborare con l'agente federale Richie DiMaso per evitare una condanna. L'idea di DiMaso è quella di sfruttare abilità e conoscenze di Rosenfeld al fine di incastrare almeno quattro grossi truffatori, ma ben presto l'operazione assume proporzioni enormi portando nel mirino dell'agente vari senatori del congresso, tra cui Carmine Polito, e uno dei capi cosca di New York, Victor Tallegio.

David O. Russell confeziona un film che stilisticamente si pone a metà strada tra Casinò di Martin Scorsese e Blow di Ted Demme. Sfoggiando una fotografia luminosa che mette in risalto le vivaci location e gli abiti appariscenti, utilizzando in modo ben calibrato i brani dell'epoca accompagnati dalla splendida colonna sonora imbastita da Danny ElfmanRussell riesce a trascinarci davvero negli sfavillanti anni '70. La narrazione è frammentata qua e là da flashback, flashforward e voci narranti, che dissipano ogni dubbio circa le influenze scorsesiane di cui vive la pellicola.
Il cast è di prim'ordine. Christian Bale con pancia e riporto elaborato è semplicemente perfetto; svetta su tutti e assume il compito di reggere sulle proprie spalle il film nei momenti deboli (non pochi). Amy Adams si risveglia da quel coma narcolettico che è L'Uomo D'Acciaio mostrando a tutti di non essere famosa per caso e sfoderando un fascino sensuale ormai raro nel cinema hollywoodiano. Bradley Cooper è (diremmo inaspettatamente) bravo nonostante il suo personaggio sia uno dei punti più deboli del film, così come Jennifer Lawrence, criticata non poco per questa sua performance, la quale fa il suo sporco lavoro interpretando un personaggio scialbo a cui viene dato inutilmente spazio. Convince Jeremy Renner nel ruolo di un sindaco e senatore italo americano mentre Robert De Niro fa una comparsata giusto per ricordare a noi cinefili che la sua carriera è ormai finita e che questi sono i ruoli migliori che può interpretare.

Come avrete avuto modo di intuire, il punto debole dell'opera di Russel risiede nella sceneggiatura, incapace di tirare fuori più di due caratteri convincenti e soluzioni narrative credibili che non scadano facilmente nel ridicolo. Irving Rosenfeld e Edith Greensly, due personaggi molto sopra le righe, sono gli unici capaci di tenere alta l'attenzione dello spettatore, anche se risulta difficile capire quanto del merito sia dei personaggi e quanto degli attori (Christian Bale Amy Adams) che li impersonano. Rosalyn Rosenfeld, la moglie di Irving, è un personaggio piatto e futile al quale viene concesso più spazio del dovuto (dato che non ha molto da dire su di sé o sulla storia) probabilmente per merito della fama dell'attrice (Jennifer Lawrence) che la interpreta; è protagonista, in compagnia di Christian Bale, verso la fine, della scena più insulsa e banale dell'intero film. Richie DiMaso, il riccioluto e ballerino agente dell'F.B.I. che imbastisce l'intera operazione, è il personaggio più indigesto; risulta gradevole per tutta la prima parte, sopratutto grazie alla verve comica di Bradley Cooper, il quale riesce anche a strappare qualche sincero sorriso, per poi diventare irritante, spesso anche odioso, nella seconda parte, ovvero quando nemmeno la simpatia di Cooper riesce a sopperire alle idiozie di un personaggio che parte sempre più per la tangente.

Sebbene sia una commedia, il film, special modo nelle battute finali, è pregno di scene che vanno oltre il limite del credibile e che fortemente stridono non solo con il realistico taglio visivo, ma anche con la minuziosità e la perizia con cui Russel monta su l'intera storia. Poco accettabile è il fatto che l'agente DiMaso la passi totalmente liscia nonostante aggiri costantemente il regolamento, insulti e malmeni un suo diretto superiore, utilizzi in maniera irresponsabile milioni di dollari dei contribuenti e metta svariate volte in pericolo non solo l'intera operazione, ma anche la vita dei civili che collaborano ad essa. Improbabile è la scelta di Telleggio, uno dei più feroci killer statunitensi nonché più potente boss mafioso della grande mela, di lasciare in vita Irving dopo aver scoperto il suo coinvolgimento in una operazione federale. Impossibile è l'escamotage al quale il regista ricorre per salvare i suoi protagonisti, Irving e Edith, i quali riescono a soffiare con estrema facilità due milioni di dollari all'organizzazione di J. Edgar Hoover, riuscendo così ad uscire vittoriosi dalla faccenda (potreste essere i più furbi del mondo, ma all'F.B.I. non riuscireste a rubare nemmeno una penna). Assolutamente improponibile è lo scambio di battute tra Irving e Rosalyn dopo che quest'ultima ha incoscientemente messo a repentaglio con le sue chiacchiere la vita del marito. Il confronto furioso e tagliente che tutti si aspettano viene rimpiazzato con un "ti ho messo in pericolo per il tuo bene, cosicché potesse venirti in mente la soluzione a tutto". Proprio in questa scena le debolezze dell'intero film emergono in tutta la loro "forza" mostrando una totale mancanza di incisività e cattiveria, che in un film con protagonisti truffatori, mafiosi e corrotti sono elementi chiave (Scorsese docet), ai quali si tenta di sopperire utilizzando stratagemmi narrativi banali e totalmente inefficaci.

In conclusione: American Hustle è un film gradevole, girato con eleganza e senso del ritmo, ma che non convince a causa dell'incapacità del regista di prendere, con l'annesso eventuale rischio di contrariare lo spettatore, una posizione netta. Un film edulcorato con personaggi "cattivi" che parte come Quei Bravi Ragazzi e termina come Mamma, Ho Perso L'Aereo.